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Alle api piace il caffè

bees-18192_640RICERCA – Dopo una giornata trascorsa incessantemente tra un fiore e l’altro, anche il più industrioso degli insetti lavoratori avrebbe grossa difficoltà a ricordarsi su quale pianta ritornare il giorno successivo. Ma alcune specie vegetali hanno escogitato un sottile escamotage ‘psicologico’ per essere messe in cima alla lista: un nettare arricchito alla caffeina.

Da uno studio pubblicato recentemente sulla rivista Science emerge infatti che le api, 24 ore dopo la ricezione di uno stimolo olfattivo, sono in grado di ricordare meglio l’odore di sostanze zuccherine contenenti caffeina rispetto a quelle in cui è presente il solo saccarosio. Un’interessante analisi mostra inoltre il meccanismo alla base di questo comportamento: la caffeina stimolerebbe direttamente il loro cervello, avendo un effetto positivo sui neuroni associati all’apprendimento olfattivo e alla formazione dei ricordi a lungo termine.

Inoltre, lo studio dimostra che le concentrazioni di caffeina nel nettare delle specie dei generi Coffea e Citrus, note nel possedere tale caratteristica, non supera la soglia che per le api risulterebbe in un sapore amaro. Alti livelli di caffeina vengono infatti utilizzati da diverse piante come difesa naturale contro le specie che si nutrono di tessuti vegetali. Tale risultato implica pertanto che anche gli impollinatori hanno giocato un fondamentale ruolo da agente selezionatore nel plasmare la composizione del nettare, che risulta dunque farmacologicamente attivo sul loro cervello ma non genera una repulsione negli insetti.

In questo continuo processo di coevoluzione tra piante ed insetti impollinatori, le specie che hanno il nettare contenente caffeina offrono quindi una sorta di ricompensa alle api in modo da ottenere una maggiore fedeltà verso i propri fiori: in questo modo incrementano fortemente le probabilità di essere impollinate, garantendosi pertanto un maggiore successo riproduttivo.

G.A. Wright, D.D. Baker, M.J. Palmer, D. Stabler, J.A. Mustard4, E.F. Power, A.M. Borland, P.C. Stevenson. Caffeine in Floral Nectar Enhances a Pollinator’s Memory of Reward. Science Vol. 339 no. 6124 pp. 1202-1204

Crediti immagine: PublicDomainPictures, Pixabay

Andrea Romano
Biologo e giornalista scientifico, lavora come ecologo all'Università degli Studi di Milano, dove studia il comportamento animale. Scrive di animali, natura ed evoluzione anche su Le Scienze e Focus D&R. Dal 2008, è caporedattore di Pikaia - portale dell'evoluzione

1 Commento

  1. Molto interessante!
    Sarebbe ancora più interessante se i sostenitori di “metodi alternativi” che si oppongono alla sperimentazione animale, come i manifestanti che hanno bloccato la Menarini e la Glaxo – Aptuit, ci dessero un esempio di come uno studio come questo avrebbe potuto essere eseguito senza api.

    Sì, per chi si occupa di scienza e ricerca è evidente che non si può scoprire qualcosa di nuovo basandosi su simulazioni, dato che le simulazioni sono basate su quello che già sappiamo. Ed è evidente pure che la complessità emergente pone un limite invalicabile a ciò che si può scoprire analizzando da sole delle colture cellulari, dato che la complessità e l’organizzazione emergono solo quando i tessuti convivono in un organismo.
    Per qualche motivo però gli animalisti rifuggono dal ragionamento e scelgono di seguire esclusivamente l’emozione, soprattutto di fronte ai cagnolini, molto meno di fronte ai ratti, per la cui eliminazione non ci sono proteste.
    Forse perché ritengono, al pari di molte religioni, che la ragione sia il mezzo che il demonio sfrutta per allontanarci dalla retta via?

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