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Dolore in bellezza, rassegna a Parma

dolore in bellezzaJEKYLL – Dolore e bellezza. Un ossimoro, nella nostra società. Quella società in cui il dolore, soprattutto se mentale, è ancora un tabù e aberrazione, non di certo bellezza. Le riflessioni sulla liberazione dalla morsa della solitudine, attraverso la riscoperta di una dimensione comunitaria fino a diventare fonte di riscatto e equilibrio, sono i temi della rassegna “Il non sentire”, argomento della terza edizione di “Dolore in bellezza”, serie di convegni che si terrà dal 22 aprile al 6 giugno nelle sale del Teatro Due di Parma.

Ma qual è il motivo di questi incontri e perché aprirli alla cittadinanza? Lo abbiamo chiesto alle due curatrici, Maria Inglese, psichiatra della AUSL di Parma, e Vincenza Pellegrino, sociologa e docente presso l’Università di Parma e presso la S.I.S.S.A. di Trieste.

Qual è il filo conduttore, il concept, di questa rassegna? 

Vincenza: Il filo conduttore della rassegna è creare confronto tra saperi diversi, spesso contrapposti, sulla sofferenza psichica. Si vogliono ravvicinare persone che ne hanno una concezione medico-scientifica (psichiatri, neuroscienziati, farmacologi che pensano a come sanare e in parte “rinormalizzare”), studiosi che ne hanno una visione socio-culturale (storici, antropologi, sociologi che studiano come la società contiene e/o sostiene persone sofferenti) e persone che hanno vissuto in prima persona queste esperienze. In particolare, per produrre avvicinamento tra linguaggi così diversi, si pensa all’uso dello spazio teatrale come “racconto”, di letture, di narrazioni vive insomma.

Maria: Pensiamo che vadano riproposti momenti collettivi per farsi carico del disagio, non per diminuire il valore terapeutico dell’intervento clinico, ma per tentare delle soluzioni comunitarie. In questa prospettiva abbiamo pensato di proporre delle “narrazioni” sul dolore, letteratura, arte, cinema, teatro come strumenti che permettono di “arrivare” attraverso le emozioni a parlare a ciascuno di noi.

A chi è indirizzata?

Maria: La rassegna è rivolta a tutti. Sicuramente agli esperti della cura ma anche alla collettività come depositaria di contenuti informali e a-specialistici. Nella esperienza di questi anni abbiamo colto un piacevole interesse a “parlare” di questi temi, superando la distanza che l’approccio tecnicistico comporta. C’è un sapere condiviso, c’è un disagio condiviso.

Perché avete sentito l’esigenza di organizzare questo tipo di rassegna?

Vincenza: Perchè ci siamo accorte di come è difficile fare sintesi tra saperi differenti oggi chiusi in compartimenti stagni (università, aziente usl, associazioni ecc.) spesso contrapposti tra loro. Io sono una studiosa sociale e Maria Inglese è una psichiatra, e la rassegna è nata dal nostro desiderio di confronto sulla malattia mentale e il nostro modo di curarla.

Maria: Ci ha spinte l’impressione che la dimensione della non condivisione sia una deriva pericolosa in vari ambiti, anche in quello clinico. Abbiamo cominciato a mettere insieme le nostre parole e le nostre pratiche, a far circolare idee e visioni, letture ed esperienze. Farlo ci fa sentire meno sole, anche nel nostro piccolo angolo del nostro studio o ambulatorio.

Il tema di quest’anno della rassegna “Dolore in bellezza” da cosa viene caratterizzato?

Vincenza: Il tema centrale cambia ogni anno, il primo anno riguardava la produzione artistica di chi soffre, il secondo anno le diverse solitudini legate alla malattia (psichiatrica, oncologica, ecc.), quest’anno appunto sarà sulla rimozione collettiva dei conflitti che genera malessere psichico.

Maria: Quest’anno il tema scelto, il non sentire, è stato il filo conduttore, perché le esperienze di non soggettivizzazione sono crescenti, il non accesso alla parola e alla comunicazione, il prevalere delle “cose” sui soggetti.

Gli incontri in programma sono quattro e ben articolati: si parte il 22 aprile con il “parlare”, sempre tramite letture, dialoghi e rappresentazioni teatrali, del dolore celato, nascosto a tal punto da esplodere tutto insieme. Si prosegue con il tema della depressione post-parto, ancora considerata sconveniente e vergognoso. Il terzo incontro, invece, parla dei “pazzi”, così come comunemente chiamiamo le persone che sentono le voci ma di cui non sappiamo nulla dal punto di vista umano e si conclude il 6 giugno con una riflessione sull’inconscio dell’uomo moderno, spesso intrappolato nella rete del web e soffocato dalle maglie del consumismo. Questi temi profondi e a volte molto vicini finalmente arrivano nelle piazze con delicatezza, uscendo da quelle stanze degli specialisti da cui si evita di andare per paura di essere considerati “pazzi”.

Qui la locandina del convegno

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