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Carne sostenibile

caelifera-63086_640COSTUME E SOCIETÀ – Finalmente è uscito il rapporto della FAO, Insetti commestibili. Prospettive per la sicurezza alimentare umana e animale a cura dell’impavido gruppo diretto da Arnold van Huis all’Università di Wageningen, dove si trova il più grande allevamento (sperimentale) di Tenebrio molitor esistente al mondo.

Il rapporto era molto atteso da chi non può permettersi Ecological Implications of Minilivestock del prof. Maurizio Paoletti, dell’Università di Padova, un imponente classico nella tradizione inaugurata nel Cinquecento da Ulisse Aldrovandi. Più didattico e conciso, Insetti Commestibili fa una panoramica storica, culturale, religiosa, economica, ecologica, sanitaria e normativa dell’entomofagia mondiale, partendo dai dati disponibili (pochi):

viene stimato che gli insetti fanno parte dell’alimentazione tradizionale di almeno 2 miliardi di persone. Oltre 1.900 specie sono state usate come cibo.

In ordine di preferenza, si consumano

Coleotteri (31%), bruchi di Lepidotteri (18%) e Imenotteri come api, vespe e formiche (14%). Seguono gli Ortopteri come cavallette, locuste e grilli (13%)…

Con una popolazione umana che raggiungerà i 9 miliardi nel 2050 e i cambiamenti climatici in corso, scrivono gli autori, abbiamo tutti buoni motivi per variare la solita dieta. Quando gli insetti sono raccolti in natura, forniscono proteine animali con un’efficienza insuperata, senza consumare né terreni coltivabili né acqua potabile né fertilizzanti e pesticidi che contribuiscono all’inquinamento e al degrado ambientale. I grilli richiedono due 2 chili di mangime per acquisire un chilo di massa corporea, l’80% della quale è  commestibile rispetto al 40% di quella di un manzo. Le larve di coleotteri sono come il maiale: non si butta via niente.

thumbnailTuttavia leggi e norme internazionali sul cibo impediscono per ora un mercato globale delle specie selvatiche o di allevamento. Nei paesi ricchi, vanno superati ostacoli culturali, il “fattore disgusto” sopratutto, anche se da qualche anno si moltiplicano i “banchetti” nei musei di storia naturale e nelle università dove le giovani generazioni mostrano gusti più avventurosi.

Scarseggiano ancora le ricerche sulla tossicità e il valore nutritivo delle varie specie, sull’impatto ambientale degli allevamenti, gli studi sul valore economico che i raccolti in natura, una volta resi commerciabili, potrebbero avere per le popolazioni più povere del mondo, in particolare per le donne che sono la maggioranza delle raccoglitrici, cuoche e venditrici, lamentano gli autori. Ma sono ottimisti. In Occidente spuntano allevamenti e negozi specializzati che rispettano le norme sanitarie  esistenti per macelli e macellerie. Nel Terzo Mondo, l’imprenditoria locale sta adottando via via criteri moderni, i mercati sono più controllati e i magazzini refrigerati.

Un capitolo è dedicato alla necessità di campagne di comunicazione. A questo proposito, il rapporto sarebbe stato più attraente con un’appendice gastronomica accompagnata da foto raccapriccianti. I lettori troveranno l’occorrente in rete. Per i debuttanti, il consiglio è di iniziare da prodotti disidratati o crioessicati (freeze-dried) e da ricette dal sapore più consueto, come quelle di Girlmeetsbug, prima di raccogliere prodotti freschi e osare leccornie thailandesi.

Crediti immagine: WikiImages, Pixabay

Grafico: Dennis Oonincx e Imke de Boer, PLoS One, 2012 (mealworm sta per Tenebrio molitor).

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