mercoledì, Dicembre 19, 2018
AMBIENTEULISSE

I primi rifugiati del Climate Change

448px-StorflaketCRONACA – Il pronostico parla chiaro: entro il 2017 l’intera comunità di Newtok, sulla costa ovest dell’Alaska, potrebbe essere letteralmente spazzata via dalla superficie della terra. Questa è la dura previsione riportata nell’Alaska Baseline Erosion Assessment, ovvero il report che valuta lo stato dell’arte e traccia una stima delle emergenze e dei danni generati dal riscaldamento globale nello stato dell’Alaska, a cura dell’US Army Corps of Engineers.

A generare i problemi sarebbero infatti l’erosione a carico dei fiumi e delle acque costiere, uniti al rapido scioglimento del permafrost. Interi lembi di terra stanno venendo letteralmente “mangiati” dall’acqua ad un tasso di velocità anomalo e preoccupante. E mentre il mondo discute sulla veridicità del concetto di Climate Change, le comunità dell’Alaska non hanno alcun dubbio guardando il loro territorio sparire di anno in anno.

I danni sono dovuti esserenzialmente all’azione erosiva dei fiumi e alle onde che si infrangono con violenza sui territori costieri: per capire l’entità dell’emergenza vale la pena ricordare che sul territorio dell’Alaska scorrono più di 10000 fiumi che attraversano milioni di laghi e si riversano in mare lungo i 65000 km di linea costiera.

Delle 392 comunità presenti sul territorio, 178 sono a rischio erosione in maniera più o meno urgente. La piccola comunità di Newtok è una di quelle definite a rischio maggiore.

Newtok è una piccola comunità di 350 anime distribuite in 63 case, a 160 km dalla più vicina città che si possa chiamare tale in quanto provvista se non altro di un medico. Newtok, laddove non si affaccia sul mare, convive con il fiume Niglick. Una convivenza pacifica, almeno fino ad una decina di anni fa: da allora in poi, gli abitanti di Newtok hanno assistito ad un progressivo e minacciosamente rapido, cambiamento. Il fiume, infatti, sta sottraendo terra alla comunità in una quantità pari a 20 m all’anno con picchi di 30 m. E quando non è il fiume, con i suoi sempre più numerosi allagamenti, a sottrarre parti di mondo, ci pensano le violente tempeste invernali che si abbattono sulla costa. La posa di barriere che possano difendere dall’impeto marino è resa impossibile dalla progressiva fragilità del terreno: l’aumento dele temperature ha favorito anche il rapido scioglimento del permafrost che contribuiva alla stabilità del suolo sul quale Newtok è costruito.

“Il riscaldamento globale è realtà” sostengono senza dubbio gli abitanti della comunità in una recente intervista apparsa sul Guardian, e raccontano allarmati i rapidi cambiamenti che osservano, quasi in tempo reale dalla finestra della propria casa. Ma non sono solo gli anziani a raccontare di quanto il paesaggio non sia più quello di una volta, anche i giovani e chi si trova nel paese da poco nota di anno in anno la differenza. Il cambiamento si fa sentire anche nel mondo animale, con cui gli abitanti di Newtok hanno da sempre uno stretto rapporto: il periodo della neve è cambiato e questa scompare molto più tardi, facendo si che gli uccelli migratori arrivino e depongano le uova nel momento sbagliato. Grizzlies e orsi bianchi cominciano la lotta per il predominio su un territorio che una volta era ben delimitato ma che oggi comincia a sovrapporsi.

La gravità della situazione imporrebbe misure immediate secondo l’Alaska Baseline Erosion Assessment e l’unica azione possibile risulta quella di evacuare la zona traslando letteralmente il paese in un’altro sito, rendendo gli abitanti di Newtok i primi rifugiati del Climate Change. Interessante però è osservare che il report è datato 2009 e i primi segnali di allarme sono stati dati già nel 2006. Il luogo di trasferimento per la comunità era già stato individuato a poche miglia di distanza, oltre il fiume, in un’area più sicura. Ma da quella data ancora niente si è mosso, lasciando la popolazione con un’insonnia ansiosa per quella terra che si sgretola sotto i loro piedi.

Il report riporta i costi previsti per gli interventi necessari alla messa in sicurezza delle varie comunità, costi che si aggirano attorno ai 10-30 milioni di dollari per comunità, con picchi di 80-130 milioni di dollari come nel caso di Newtok. Il costo elevato dell’azione e le lungaggini burocratiche hanno finora rallentato il progetto di migrazione ambientale ma, dicono gli abitanti, non si può più rimandare. Lo stesso rapporto sottolinea che se non si interviene al più presto, questa rapidissima modificazione del territorio porterà ad esiti drammatici entro i prossimi 5 anni.

Quello di Newtok e dell’Alaska è forse il primo caso di grave allerta ambiental-sociale legata al Climate Change, e di sicuro è il primo caso in cui sentiamo parlare di rifugiati vittime non di eventi catastrofici o immediatamente contingenti come guerra, terremoti o tsunami ma del lento e inesorabile lavorio del cambiamento climatico. La sensazione è che pian piano espressioni come “climate refugees” non debbano più stupirci, preparandoci invece ad entrare in una pragmatica e tollerante mentalità di cambiamento e rapido adattamento, come forse mai nella nostra storia.

Crediti immagine: Dentren, Wikimedia Commons

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