CRONACAULISSE

Un viaggio nell’aldilà? Pensa a tutto la nostra mente

251px-Ascent_of_the_BlessedCRONACA – Tutto ha avuto inizio «in un mondo di nuvole bianche e rosa, stagliate contro un cielo blu scuro come la notte e stormi di esseri luminosi, che lasciavano dietro di sé una scia altrettanto lucente». In questo racconto, tratto da “La prova del paradiso” di Eben Alexander, potrebbero riconoscersi altre persone che hanno avuto esperienze di pre-morte. La realtà percepita da chi va incontro alla morte, e poi riesce a superare la crisi per tornare alla vita, non esiste veramente ma è frutto di un’attività cerebrale simile a quella di un soggetto cosciente.

A dimostrarlo è stato un gruppo di ricercatori dell’università del Michigan, che ha indotto un arresto cardiaco nei ratti, per indagare sull’attività del cervello nel momento in cui viene meno il flusso di sangue verso quest’organo.

Lo scorso luglio, il team americano ha pubblicato su PNAS i risultati dell’elettroencefalogramma (EEG), registrato su ratti in stato di coscienza o subito dopo la morte per arresto cardiaco.

L’arresto cardiaco non annulla l’attività cerebrale: benché al cervello non arrivino più né zucchero né ossigeno, l’EEG ha evidenziato la produzione di onde gamma ad alta frequenza, che normalmente aumenta quando un soggetto è cosciente. L’esame ha rivelato anche la presenza di onde theta, che sono importanti per codificare l’informazione e per la sua memorizzazione, e di onde alfa, fondamentali per la visualizzazione delle immagini. Le onde seguono una direzione precisa tra le varie aree del cervello, a dimostrazione del fatto che il trasferimento di informazioni non avviene in maniera casuale. Dato che queste caratteristiche sono simili a quelle di un soggetto cosciente, il cervello dei mammiferi sembra avere una forte capacità di elaborare informazioni anche dopo la morte clinica.

Spiegare le percezioni raccontate da chi è stato vicino alla morte è sempre stata una sfida per i neurofisiologi. L’esperimento condotto dal gruppo statunitense ha escluso  che tali percezioni siano una prova della non corporeità della coscienza o un assaggio di paradiso. Le visioni sembrano piuttosto un filo sottile che mantiene il legame alla vita “terrena”, quando una persona prova un’esperienza vicina alla condizione di morte.

Crediti immagine: pubblico dominio, Wikimedia Commons

Giulia Annovi
Mi occupo di scienza e innovazione, con un occhio speciale ai dati, al mondo della ricerca e all'uso dei social media in ambito accademico e sanitario. Sono interessata alla salute, all'ambiente e, nel mondo microscopico, alle proteine.

7 Commenti

  1. si, ma come spiegano la visione di se stessi mentre si è soccorsi, o il sapere di cose accadute nella sala accanto o nel corridoio dell’ospedale mentre si era tecnicamente morti?

  2. A Roberto: questo studio costituisce solo il primo passo verso la comprensione del fenomeno.Però il fatto di aver dimostrato attività cerebrale, permette di dare uno spessore scientifico a quello che prima non poteva essere spiegato in modo razionale. Vedremo come proseguirà la ricerca: magari sarà la sperimentazione sull’uomo a fornire ulteriori risposte. Grazie del commento.

  3. Se così è, questo ragionevole risultato scientifico dovrebbe essere portato all’attenzione dei mass media e fatto oggetto di discussione in apposito incontro con chi, qualificato scientificamente, ritiene di poter sostenere la tesi inversa.

  4. La cosa è straordinaria e allineata al mio pensiero, mi chiedo, tuttavia, nel disgraziato caso di grosso trauma tale da danneggiare il cervello, che ne può restare di questo fenomeno… penso al suicida che distrugge il suo cervello prima di fermare il cuore.

  5. Ma nel caso di alexander eben si parlava di encefalogramma piatto a seguito di un virus contratto che impediva al cervello di produrre coscienza..l attività celebrale era praticamente inesistente

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