CRONACA

Pollice verde: non è solo un modo di dire

800px-Arabidopsis_thaliana_inflorescenciasCRONACA – Se siete il tipo di persona che chiacchiera con le proprie piante per farle crescere meglio, sappiate che state sbagliando approccio: non è di parole che hanno bisogno, ma del giusto tocco. La scoperta arriva da un nuovo studio del team di Floriane L’Haridon, ed è stato pubblicato sulla rivista BMC Plant Biology.

Come hanno spiegato i ricercatori, strofinando gentilmente tra pollice e indice le foglie dell’Arabidopsis thaliana (una specie comunemente utilizzata come modello di ricerca) si attiva nella pianta un meccanismo di difesa innato, che nel giro di pochi minuti determina modifiche a livello biochimico. In questo modo, la pianta diventa più resistente anche all’attacco dei parassiti, in particolar modo alla Botrytis cinerea, il fungo che causa il cosiddetto marciume grigio o muffa grigia. Come mai? Semplice: il nostro tocco, anche se la pressione è minima, viene percepito dalla pianta come una forma di stress meccanico, niente di troppo diverso dagli agenti atmosferici o dal contatto con altre piante o animali.

Strofinare le foglie dell’Arabidopsis, spiegano i ricercatori, scatena una catena di modifiche interne. I geni correlati allo stress meccanico si attivano, aumentando il livello delle specie reattive dell’ossigeno (Ros), e facendo diventare più permeabile lo strato protettivo esterno della foglia. In questo modo la pianta fa fuoriuscire più facilmente molecole biologicamente attive che, probabilmente, contribuiscono alla risposta. Questo meccanismo suggerisce che lo stesso stress meccanico potrebbe essere percepito da appositi meccano-sensori, che successivamente danno inizio al meccanismo di difesa.

La maggior parte delle specie vegetali è infatti piuttosto abituata a interfacciarsi con lo stress di tipo meccanico, reagendo ed evolvendosi di conseguenza: basta pensare agli alberi che crescono sulle costiere molto ventose, e spesso rispondono allo stimolo sviluppando tronchi più corti ma più spessi, che meglio si adattano alle condizioni ambientali. Le piante, come ha dimostrato questo studio, rispondono anche a stress più delicati come, appunto, il tocco, e alcune di queste risposte sono piuttosto ovvie. Ne sono un esempio la chiusura repentina della Dionaea muscipula, diffusa pianta carnivora, o il delicato ripiegarsi della cosiddetta “non mi toccare”, la Mimosa pudica. Tra le risposte più discrete, e invisibili all’occhio umano, vi sono invece le modifiche a livello molecolare e biochimico, come quella dell’Arabidopsis.

Effetti simili si hanno anche quando le piante sono soggette a vere e proprie ferite (con danno alle cellule, con l’unica differenza che la risposta difensiva avviene in maniera ancora più rapida. Lo studio ha dunque chiarito come le piante possono reagire a delle situazioni che normalmente le renderebbero più vulnerabili, schierando una risposta di difesa molto ben organizzata: si tratta di un’abilità evolutiva volta a promuovere la sopravvivenza delle specie.

Crediti immagine: Alberto Salguero, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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