mercoledì, Dicembre 19, 2018
CRONACA

Meglio una birra o un caffé?

5603541566_a2cb34b74f_bCRONACA – Se re Artù partisse oggi alla ricerca del Sacro Graal, la coppa che assicurava la vita eterna, spererebbe di trovarci dentro una birra fresca piuttosto che un caffé espresso.
Secondo una ricerca condotta presso l’Università di Tel Aviv, la birra potrebbe rallentare l’invecchiamento delle cellule, mentre il caffé lo renderebbe più rapido.

Entrambe le bevande sembrano agire sui telomeri, una porzione di DNA  che segnala la fine dei cromosomi per evitare che vengano confusi con un frammento di genoma da riparare. L’accorciamento dei telomeri è associato a invecchiamento e cancro. Infatti ogni volta che una cellula si riproduce dividendosi in due, la lunghezza dei telomeri si riduce sempre di più scandendo così l’età delle cellule. Quando i telomeri diventano troppo corti la cellula muore, ad eccezione delle cellule tumorali che si sottraggono a questo meccanismo.

I ricercatori hanno creduto per lungo tempo che la riduzione dei telomeri fosse legata anche allo stress. Lo studio pubblicato su  Plos Genetics, ha permesso di dimostrare quali fattori ambientali incidono sull’accorciamento dei telomeri. Il gruppo israeliano ha testato 13 condizioni di stress su cellule di lievito, che condividono gran parte del genoma con l’uomo. Se alcool e acido acetico allungano i telomeri, la caffeina contenuta in un espresso o le alte temperature sono tutt’altro che benefiche. Altre condizioni, per lungo tempo ritenute responsabili dell’invecchiamento dei telomeri come ad esempio i radicali liberi, non avrebbero invece alcun effetto.

La ricerca ha permesso di identificare anche i geni coinvolti nella regolazione della lunghezza dei telomeri. Stiamo parlando di 400 geni che si mettono in moto per controllare le dimensioni della parte terminale dei cromosomi. Tutta questa organizzazione indica quale precisione sia necessaria per regolare l’invecchiamento cellulare. Tuttavia i geni che giocano un ruolo chiave nel mediare la relazione tra gli agenti stressanti e l’estensione dei telomeri, sono solo due: Rap1 e Rif1.

Con il presente studio si apre la possibilità di manipolare la lunghezza dei telomeri con agenti esterni, per la cura di diverse malattie associate all’invecchiamento. Occorre tuttavia ricordare che queste regole per il momento valgono solo per i lieviti. Servono ricerche ulteriori prima di poter affermare che nell’uomo i telomeri reagiscono allo stesso modo. Quindi per il momento non ci resta che affermare che “il male non è che fuori si invecchia, è che molti non rimangono giovani dentro”, come diceva Oscar Wilde.

Crediti immagine: Paul Lloyd, Flickr

Giulia Annovi
Mi occupo di scienza e innovazione, con un occhio speciale ai dati, al mondo della ricerca e all'uso dei social media in ambito accademico e sanitario. Sono interessata alla salute, all'ambiente e, nel mondo microscopico, alle proteine.

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