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Le piante imparano e ricordano

4079154353_c84835e8c8_bRICERCA – Il sistema nervoso degli animali serve ad acquisire e memorizzare informazioni per poterle poi utilizzare all’occorrenza.

Oggi, grazie alla scoperta del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università degli Studi di Firenze, sappiamo che anche le piante imparano e memorizzano ciò che hanno imparato. E che la mimosa pudica, con la quale sono stati condotti gli esperimenti, ha una memoria discretamente lunga.

La mimosa pudica, un arbusto di origine tropicale, è spesso utilizzata come soggetto di studi perché reagisce agli stimoli che la disturbano chiudendo le sue foglie. Durante quest’ultima ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati su Oecologia, alcune piante di mimosa sono state stimolate e allenate.
“Abbiamo addestrato le piante a ignorare uno stimolo non pericoloso, la caduta del vaso in cui sono coltivate da un’altezza di 15 centimetri, ripetendo più volte l’esperienza – spiega il coordinatore del team di ricerca Stefano Mancuso. Dopo alcune ripetizioni le piante di mimosa non hanno più chiuso le foglie, risparmiando tra l’altro energia”. Tant’è che coltivando le piante in due gruppi separati, con disponibilità di luce diverse, è stato osservato come quelle cresciute con meno luce (e quindi energia), apprendano più in fretta di quelle che hanno avuto maggiore illuminazione. “È come se non volessero sprecare risorse – precisa il ricercatore – e le piante di mimosa hanno mantenuto memoria delle esperienze per oltre 40 giorni”. Toccherà alle piante carnivore farci capire dove e come i vegetali conservino tali informazioni.

4 Commenti

  1. Tempo fa già asserii che le piante hanno funzioni cognitive importanti per la sopravvivenza come gli animali definiti più o meno intelligenti, solo che le piante per i tempi d’azione apparentemente (per noi) lentissimi non ce li mostrano a meno che non si ricorra ad esperimenti e osservazioni ad hoc, come ad esempio accelerazioni filmate dei movimenti d’almeno parte dei rampicanti quando s’avvinghiano e scalano arbusti e pareti, moti che così poi paiono eseguiti in modo per nulla casuale. Ergo se questi comportamenti son indice d’autocoscienza, come si dice lo siano per le quantità di specie animali, ciò deve valere pure per le piante, o parte di esse. Se poi si rifiuta tale attribuzione ai vegetali altrettanto lecito è farlo con cani e gatti. Il cervello è una forma fisica per organizzazione, immagazzinamento, elaborazione e messa a frutto delle informazioni, tutto necessario a sopravvivenza e replicazione (di geni o d’individui e rispettivi gruppi): è la selezione naturale ad esigerlo, ma non è detto che solo il cervello fatto di carne e sangue debba essere l’unica di tali indispensabili forme, per organismi più complessi dei batteri. Ma neanche è scontato ch’ogni comportamento razionale, che sembri figlio d’una qualche capacità di scelta, implichi automaticamente l’autoconsapevolezza d’esistenza o la facoltà senziente.

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