CRONACA

Marius col senno di poi: lo scopo di zoo e acquari

357px-Giraffe-closeup-headCRONACA – Si è molto parlato della vicenda di Marius, la giovane giraffa eutanasizzata allo zoo di Copenaghen per evitare che si accoppiasse con dei suoi consanguinei, compromettendo gli obiettivi di conservazione della specie. Il piano che regola la riproduzione degli animali, in questa struttura come in altri 344 zoo e acquari europei (in Italia, per esempio, ne fanno parte il Bioparco di Roma, l’acquario di Genova e svariati altri) fa capo all’EAZA, la European Association of Zoos and Acquaria. Qualunque struttura aderisca come membro si impegna a rispettare delle precise norme, tra le quali vi è l’obbligo di non incrociare gli animali con i loro consanguinei.

Purtroppo la tutela della conservazione in questi termini non si fa da sempre. A fronte degli enti che prendono nota degli alberi genealogici degli animali che ospitano, condividendoli con le altre strutture e impegnandosi a mantenere alta la diversità genetica, vi sono tuttora moltissime strutture che non tengono traccia delle parentele degli animali, rendendo il problema dei trasferimenti degli individui di zoo in zoo ancora più cavilloso. Proprio questo tipo di vincoli ha portato il team dello zoo di Copenaghen a prendere la difficile decisione di eutanasizzare la giraffa Marius.

Il cavallo di Przewalski, esempio virtuoso

Tra le richieste arrivate dalla popolazione indignata, come sempre spiccava “Perché non liberarlo nel suo habitat naturale, se non può stare in alcuno zoo?”. Ovviamente non era fattibile, perché per liberare gli animali tenuti in cattività negli zoo servono progetti a lungo termine che vengono accuratamente studiati per anni. Riportare Marius nella savana avrebbe reso felice solamente il primo leone che ne avesse incrociato il cammino, perché la giraffa cresciuta in cattività non era preparata in nessun modo ad affrontare i pericoli. In che modo dunque gli zoo rispettano la loro missione di conservazione animale, se la reintroduzione in natura degli individui è così difficile?

“Negli zoo, purtroppo, per ogni specie in declino che viene ospitata ce ne sono molte altre che rappresentano poco più di uno spettacolo. Ciò non significa che non ci siano stati casi di conservazione andati a buon fine: basta pensare al cavallo di Przewalski”, commenta Oscar Grazioli, veterinario e giornalista. “Sono stato a Praga diverse volte, e in quel caso, si può dire che sono riusciti a recuperare un animale che si era estinto nel 1969, grazie a un egregio lavoro di conservazione, iniziato e coordinato dall’allora zoo cecoslovacco, che oggi possiede il più alto numero di soggetti e ne rilascia annualmente alcuni in Mongolia, il loro areale primigenio. Se il cavallo di Przewalski è ancora tra noi, lo dobbiamo dunque a un programma iniziato negli anni 50 che ha regolato lo scambio di individui tra i vari zoo, proprio per evitare gli incroci tra consanguinei”.

Preservare la diversità genetica

“La consanguineità in natura”, spiega Grazioli, “è un fenomeno frequente. Accade spesso che parenti stretti si accoppino tra di loro, ma a lungo andare causa l’indebolimento della specie e la comparsa di soggetti che sono espressione dei geni recessivi (la classica pecora nera in mezzo al gregge bianco), e vengono eliminati facilmente dai predatori. In condizioni di carenza di individui, se non ci sono altri possibili partner, anche gli accoppiamenti tra consanguinei diventano perciò un obbligo. Nelle colonie di cani e gatti fertili è molto frequente. In natura non è certo un fenomeno che noi possiamo indirizzare in qualche modo, mentre lo posssiamo fare oculatamente, con risultati positivi, in campo zootecnico. Certamente potendo scegliere gli animali eviteranno innatamente di farlo, perché sul lungo periodo l’inbreeeding darà origine a individui con tare ereditarie che renderanno facile la vita al predatore”.

Potevano spostare Marius in un altro zoo oppure sterilizzarlo, si è anche detto. Al di là della questione etica, viene da chiedersi cosa comporti prendere questo tipo di provvedimenti per un animale esotico. “La giraffa è forse l’animale più difficile da anestetizzare in assoluto, basta pensare che sono praticamente cinque metri di vasi sanguigni. Sarebbe un’azione problematica e pericolosa, per non parlare dei rischi nel momento in cui cade a terra e deve essere in seguito trasportato. In molti non si rendono effettivamente conto di cosa voglia dire ‘spostare una giraffa’ “, spiega Grazioli. “Lo stesso vale per la castrazione. I rischi e i costi sono spesso troppo elevati, quando si ha a che fare con certi animali esotici. Mi risulta però che, per la giraffa femmina, sia stata messa a punto una tecnica efficace di inibizione della riproduzione mediante l’uso di farmaci sparati con dardi iniettabili. Potevano avvalersi di queste metodiche per evitare il sovraffollamento.”

Il pasto dei grandi carnivori

Tra le polemiche del caso Marius è stata molto criticata anche la scelta di nutrire con i suoi resti i leoni dello zoo. Al di là della vicenda in questione, far assistere i visitatori al pasto di animali carnivori, in generale, è una pratica che negli ultimi tempi è stata definita in ogni modo possibile senza tralasciare ‘inutile’, ‘pericolosò e ‘diseducativo’, persino da chi lavora negli zoo.

“In realtà l’unica circostanza in cui potrebbe rivelarsi inutile – o addirittura dannoso – si ha quando gli animali in questione soffrono di qualche disturbo oppure sono inappetenti”, spiega Grazioli. “In questo caso la presenza di esseri umani andrebbe a loro danno, e potrebbe stressarli a tal punto da farli ammalare. In caso contrario, se gli animali sono in buona salute e abituati alla presenza umana, si tratta solamente di indirizzare la popolazione, e in particolare i bambini, verso la realtà, ovviamente con un’adeguata preparazione pedagogica”.

Conservazione, non è mai troppo tardi

A differenza dell’AZA (Association of Zoos and Acquariums), fondata nel 1924 e che coinvolge ormai 130 paesi, l’EAZA è più recente: 1992. La necessità di istituire questi enti nasce proprio dal fatto che non c’è un regolamento europeo che tratti in modo univoco la conservazione e la riproduzione degli animali, con tutte le conseguenze del caso. Se infatti, storicamente, il ruolo principale degli zoo era permettere alla gente di vedere gli animali esotici, con il tempo la coscienza popolare si è evoluta e si è sentita la necessità di rendere queste strutture utili per la tutela delle specie ospitate, e non solo per il divertimento della nostra.

Crediti immagine: Rob Hooft, Wikimedia Commons

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

6 Commenti

  1. Perchè “eutanasizzare”?, cosa c’entra l’eutanasia con questo?

    “Sopprimere” o “uccidere” non va bene? che almeno si capisce subito di cosa si sta parlando.

  2. “Eutasianizzare” si sentiva la mancanza di un neologismo, sono d’accordo con Livio, “sopprimere” sarebbe stato adeguato, c’è già troppa confusione sul termine “eutanasia” inutile ingenerarne altra.

  3. […] L’allarme si è fatto sentire nuovamente il 22 settembre, in occasione del World Rhino Day, ma le nuove misure necessarie a prevenire l’estinzione di questa specie furono concordate nell’ottobre 2013 all’Asian Rhino Range States Meeting, in Indonesia, un incontro tra esperti e istituzioni che aveva portato allo sviluppo di nuovi piani di conservazione a Sumatra. Per mantenere alti ed efficaci gli sforzi ora serviranno non solo nuovi fondi, anche nuove strategie. Chiamando in causa gli zoo e i santuari e la loro missione di conservazione. […]

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: