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Doping a Sochi: chi e perché

800px-Olympic_flag.svgCRONACA – L’ultimo caso è stato quello dell’hockeista svedese Nicklas Backstrom, che insieme al fondista austriaco Johannes Duerr, l’hockeista lettone Vitalijs Pavlovs, quello svedese Nicklas Backstrom, la fondista ucraina Marina Lisogor, la biatleta tedesca Evi Sachenbacher-Stehle e il bobbista italiano William Frullani è uno dei sei atleti risultati positivi ai test anti-doping effettuati durante le olimpiadi invernali di Sochi.

Backstrom è risultato positivo all’EPO dopo l’assunzione di Zyrtec-D, un farmaco per la sinusite permesso dalla regolamentazione nonostante contenga pseudoefedrina, un possibile precursore di sostanze stimolanti. Tale sostanza è infatti presente anche in molti farmaci da banco come il paracetamolo e gli antiallergici, e il suo utilizzo è consentito dall’IOC (il Comitato olimpico internazionale) entro determinati limiti: non deve superare i 150 microgrammi per millilitro, mentre le analisi dell’hockeista svedese hanno riportato un livello di 190.

L’atleta tedesca Sachenbacher era invece già stata oggetto di controlli in passato, quando ai Giochi di Torino del 2006 il tasso di emoglobina emerso dalle sue analisi del sangue risultò superiore ai limiti consentiti. Il risultato fu una sospensione temporanea dalle gare, e l’atleta si sottopose ad altri test per dimostrare che i livelli fuori dalla norma non erano dovuti all’assunzione di sostanze dopanti, ma a una condizione genetica: chiese dunque fosse fatta un’eccezione alla regola, ma la FIS (Federazione internazionale sci) la negò. Ripresentatosi il sospetto durante le ultime olimpiadi invernali, i test hanno confermato che quella della Sachenbacher non era una policitemia (aumento della concentrazione degli eritrociti nel sangue) dettata da una caratteristica fisica, bensì il risultato di doping.

Doping ematico

L’alto tasso di emoglobina è uno degli indicatori che vengono tenuti sotto controllo nel monitoraggio degli atleti, per individuare i casi di doping ematico. Tra le sostanze utilizzate fin dalla fine degli anni ’80, infatti, c’è l’eritropoietina (o EPO), un ormone che viene prodotto dai reni, dal fegato e dal cervello per regolare la produzione dei globuli rossi nel midollo osseo. Questa sostanza può essere riprodotta anche in laboratorio, e se in ambito medico può curare i pazienti affetti da anemia e velocizzare la ripresa dopo terapie invasive, dall’altra negli anni questo farmaco si è diffuso come sostanza dopante. L’effetto? L’aumento nel numero di globuli rossi provocato dall’EPO negli atleti comporta principalmente una migliore ossigenazione dei tessuti muscolari, in grado così di sostenere gli sforzi dell’attività sportiva più a lungo e con maggiore potenza. Durante le olimpiadi invernali di Sochi, l’EPO è valsa la squalifica a Johannes Duerr, fondista austriaco.

Stimolanti

L’italiano Frullani, insieme a Pavlov e (dopo gli accertamenti) alla Sachenbacher, è invece risultato positivo alla dimetilemilamina, nota anche come DMAA. Si tratta di una sostanza di sintesi simile all’anfetamina che viene spesso utilizzata all’interno di prodotti destinati agli atleti o negli integratori alimentari, e che spesso viene spacciata per una componente naturale del geranio. L’effetto è quello di uno stimolante, comporta perdita di appetito e agisce direttamente sul sistema nervoso centrale con conseguenze anche gravi; dal 2012 è vietata in Italia e non è commercializzata in nessuna forma. L’ANSA ha riportato che l’atleta sarebbe incappato nella positività a causa di un integratore acquistato online dagli Stati Uniti (dove la vendita di questa tipologia di prodotti per sportivi è tristemente molto diffusa seppur la legittimità di tale e-commerce si allontani di molto dalle regolamentazioni americane come dalla nostra), secondo quanto si è appreso al villaggio olimpico*.

La fondista ucraina Lisogor è risultata invece positiva alla trimetazidina, dichiarando tuttavia di aver assunto un farmaco senza sapere che vi era contenuta. Questa sostanza si trova infatti nei farmaci che prevengono gli attacchi di angina e orienta la produzione energetica cellulare verso la via del glucosio, permettendo un “risparmio” dell’ossigeno a livello metabolico che, in condizioni di carenza generalizzata o a livello di tessuto, può fare la differenza.

Il passaporto biologico

Dall’inizio del 2014 una nuova variabile è entrata a far parte dei controlli del passaporto biologico: la presenza di steroidi nell’organismo degli atleti. Quest’ultimo elemento va ad aggiungersi agli altri due moduli già presenti, quello ematologico e quello endocrinologico, integrando i dati la cui analisi permette di individuare l’eventuale assunzione di sostanze dopanti nel tempo. Durante le olimpiadi di Sochi questo ha permesso di tenere sotto controllo la maggior parte degli atleti.

Il passaporto biologico, documento elettronico individuale per ogni atleta introdotto dalla WADA (World anti-doping agency), permette infatti di rilevare le modifiche più significative nei valori analizzati (continuativamente) dai vari campioni, individuando in maniera efficace ogni forma di intervento, in particolar modo la manipolazione del sangue nel corso del tempo.

Crediti immagine: Olympic Movement flag, Pierre de Coubertin, Wikimedia Commons

*Aggiornamento ad aprile 2014 sul caso di positività dell’atleta bobbista William Frullani, Olimpiadi invernali di Sochi 2014.
Dopo lo stupore per la positività a Sochi, William Frullani aveva subito indicato nella memoria difensiva presentata alla Commissione Disciplinare del CIO la lista degli integratori che utilizzava. Al rientro in Italia da Sochi, William Frullani ha consegnato i propri integratori alimentari al Laboratorio dell’Università di Torino per farli analizzare.

Gli esami hanno individuato la sostanza che ha provocato la sua positività (dimetilpentilamina) in un integratore che l’atleta assumeva a fine allenamento. Il test effettuato a Sochi risale alla mattina del 18/02, 5 giorni prima della gara. La sostanza riscontrata era uno stimolante che non avrebbe senso assumere 5 giorni prima della competizione. Tra l’altro questa sostanza in genere viene ricercata solo nei controlli in gara, proprio perché fuori gara non verrebbe mai assunta. La sostanza in questione non era indicata in etichetta ed era illegalmente presente nel prodotto. L’atleta ha avviato una causa in sede civile e penale contro l’azienda che ha prodotto l’integratore. Si tratta di un noto marchio del settore regolarmente in vendita in Italia, già segnalato alle autorità nazionali competenti in materia di antisofisticazione. L’uso della dimetilpentilamina negli integratori è vietato sia in Europa che negli Usa.

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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