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AMBIENTE – Domenica, l’Intergovernmental Panel on Climate Change ha pubblicato il sunto del volume III del suo V Rapporto, in totale oltre 6.000 pagine per riassumere circa 30 mila pubblicazioni e centinaia di modelli climatici, epidemiologici, economici, ecologici, ciascuno basato su scenari di sviluppo demografico, tecnologico ed economico variamente affidabili.

Meta-sunto.

Confesso subito, ho letto i sunti per decisori e le pagine dei rispettivi volumi soltanto quando volevo capire meglio quali ricerche erano prese in considerazione per arrivare a un certo giudizio. Rispetto al IV Rapporto del 2007, sono molto migliorate la qualità e la chiarezza delle figure e sono indicati sia i margini d’errore che il livello di consenso raggiunto dagli autori.

II volume I valuta le ricerche sul clima, quindi non contiene sorprese: anche i gas serra dovuti alle nostre emissioni hanno un effetto serra, la temperatura continua ad aumentare insieme all’acidità degli oceani, ai livelli del mare e al calo dei ghiacci; dati ancora di breve periodo ma concordi indicano una maggior frequenza e intensità degli eventi meteorologi estremi (siccità, alluvioni, uragani); ci sono tuttora incertezze su aerosol e nuvole e sulle oscillazioni delle correnti oceaniche; la maggior parte dei modelli non prevedono bene la variabilità naturale, alcuni ci riescono per motivi poco evidenti; a differenza dei modelli a lungo termine (proiezioni a 25-30 anni), i modelli climatici a breve termine fanno pena.

Il volume II riguarda i rischi inevitabili per i quali sono necessarie misure di “adattamento” –  costruzione di infrastrutture, pianificazione del territorio,  forme di assicurazioni sociali, ricerche per migliorare tecnologie esistenti o trovarne di nuove ecc. – e i margini d’errore si amplificano. La novità rispetto al IV Rapporto è l’insistenza sull’agricoltura e sulla sicurezza alimentare per 9 miliardi di persone. L’aumento della temperatura e della CO2 atmosferica risulta incrementare le rese di alcune piante alimentari soltanto alle latitudini elevate dell’emisfero nord e soltanto a condizione che il resto dell’ambiente resti immutato, il che è molto improbabile. Come si è visto con le foreste della British Columbia divorate dal Dendroctonus ponderosae, con un clima più mite migrano a nord anche patogeni senza predatori o concorrenti locali e contro i quali le specie locali non hanno evoluto una resistenza.

Il volume III si occupa di politica. Cioè dei costi e benefici della “mitigazione” degli impatti climatici, in parole povere degli interventi per limitare la concentrazione atmosferica (su quella marina c’è poco) dei gas serra a 450-500 ppm di CO2 equivalente, per non superare un aumento di 2° C della temperatura globale entro fine secolo. I margini di incertezza sono sconfortanti – la politica è una scienza molto inesatta! – e le circostanze variano talmente da regione a regione che sembra impossibile sintetizzare in 30 pagine tutte le possibilità attuali e future, ciascuna con i pro e i contro, di trasformare l’attuale modello di sviluppo in uno più sostenibile con fonti di energia pulite, il tutto da concordare entro i prossimi 16 anni.

Le fonti di energia restano le stesse, rinnovabili, fossili e nucleari, e i settori di attività sono i soliti: trasporti, edilizia, insediamenti umani, industrie e agricoltura (servizi e comunicazioni, no?). La sorpresa questa volta viene dall’insistenza sull’urbanizzazione – una tendenza in crescita da decenni – e sulle soluzioni che dipendono della pianificazione locale. Dal punto di vista dei costi e benefici, nulla è più vantaggioso per l’economia, in Cina come altrove, delle misure indispensabili già oggi, anche senza tener conto dei cambiamenti climatici, con tecnologie già “mature” e ben collaudate: risparmio ed efficienza energetica, riciclaggio delle acque e dei rifiuti; abbattimento delle emissioni nocive e riduzione dell’inquinamento. I sistemi di “cattura e stoccaggio del carbonio” hanno poche chance di essere implementati, e non c’è nemmeno un accenno alla fattibilità degli interventi di geoingegneria come sparare solfati in atmosfera per riflettere la radiazione solare e abbassare la temperatura, o inseminare il mare con limaglia di ferro per “fertilizzare” il plancton e fargli metabolizzare più anidride carbonica.

I provvedimenti adottati negli ultimi sette anni per tagliare le emissioni – crediti carbonio, carbon tax, accordi bilaterali, zone pilota  ecc. – sono tanti e sembra un bel progresso, ma a volte sono controproducenti e sempre scoordinati, come minimo andrebbero monitorati per verificarne l’efficacia.

I giudizi sulle fonti di energia sono sfumati, il sunto è stato passato al setaccio dai delegati politici dei vari paesi il cui compito è di censurare le parole sgradite. Comunque si capisce che una rinascita del nucleare è poco probabile, le rinnovabili hanno ancora bisogno di sovvenzioni per la ricerca e lo sviluppo, e ai combustibili fossili andrebbero tolti quei 500 miliardi di dollari/anno di fondi pubblici, da destinare a miglior causa.

Un commento personale, (si può saltare)

I modelli economici prevedono che i paesi ricchi dovranno pagare oltre 100 miliardi di dollari/anno ai paesi poveri per dotarli di infrastrutture per la “mitigazione”, ma non prevedono interventi contro la corruzione e l’evasione fiscale, i quali ridurrebbero quei miliardi a poche decine. Le soluzioni da decidere a livello di una città sono molte, e giustificate dal punti di vista finanziario prima ancora che dal principio di precauzione. Sono anche opere che i cittadini possono controllare direttamente e dalle quali traggono vantaggi a breve termine. Il volume III riconsegna loro l’iniziativa politica, e fuga il senso di impotenza suscitato da problemi la cui soluzione sembra dipendere da accordi mondiali sempre rimandati. Spetta a noi decidere, insomma, e mi sembra la vera novità del V Rapporto.

Immagine anteprima: Philippe 2009, Flickr

 

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