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L’odore degli scienziati maschi stressa i topi. Conseguenze per la ricerca?

13924249304_5ba9f7f228_bWHAAAT? Il venerdì casual della scienza – Rinchiudete un roditore in uno spazio angusto per un quarto d’ora, oppure costringetelo a nuotare per tre minuti senza poter rimettere zampa sulla terraferma. O semplicemente… chiudetelo in una stanza in presenza di un uomo. L’animale ne uscirà ugualmente stressato. E se l’uomo in questione è un ricercatore, e il roditore in questione un modello animale per uno studio preclinico, questa reazione è un problema da non trascurare.

Come spiega un nuovo studio pubblicato su Nature Methods, il genere dei ricercatori che lavorano con i roditori ha un impatto considerevole sul livello di stress al quale sono soggetti gli animali. Aumenta il corticosterone, l’ormone dello stress, e si alza la temperatura corporea, mentre diminuisce notevolmente la sensibilità al dolore. Per fare un paragone, basta pensare a un atleta che si ferisce in competizione, in preda allo stress: spesso, sul momento, non avverte il dolore e continua a gareggiare. La lesione, tuttavia, probabilmente peggiorerà. Tornando ai roditori invece, nulla di ciò accade quando si trovano in presenza di una donna, o di un individuo femmina in generale. La stessa reazione è stata infatti monitorata anche con altre specie animali, come cani, gatti e porcellini d’india, e con gli esemplari maschi l’aumento dello stress era altrettanto evidente.

Il team che ha pubblicato su Nature comprende esperti nel campo della percezione del dolore e nella chemocezione (ovvero la risposta alle sostanze chimiche). Proprio grazie a loro è stato spiegato il motivo per il quale la presenza dei ricercatori maschi stressa gli animali: l’odore. Il team ha posizionato vicino ai roditori alcune magliette, indossate la notte precedente da scienziati sia maschi che femmine, e ha riscontrato reazioni identiche a quelle osservate quando i ricercatori erano presenti personalmente. Particolarità: la presenza di una femmina annulla l’effetto stressante causato dall’odore del maschio: a differenza di un individuo solitario, è meno probabile che la coppia sia in caccia o stia difendendo il territorio. Ulteriori esperimenti hanno confermato che l’effetto stressante è causato principalmente dai feromoni, che i maschi emettono tramite il sudore in concentrazioni molto superiori rispetto alle femmine. Tra le varie caratteristiche condivise tra i mammiferi, infatti, vi è anche la presenza di feromoni, e questo segnale olfattivo comune invia al roditore un solo messaggio: c’è un altro maschio nei dintorni, e sta cacciando/ difendendo il suo territorio/è un rivale.

La scoperta del team di scienziati, guidati da Jeffrey Mogil della McGill University di Montreal, solleva così una serie di dubbi riguardo all’attendibilità di molte ricerche. E fornisce forse una spiegazione del perché, a volte, i ricercatori falliscano nel replicare un esperimento nel quale sono coinvolti roditori. Spesso le ricerche richiedono tempi così lunghi, spiega Mogil, che negli anni si alternano presenze maschili e femminili, e questo può determinare sensibili differenze nei risultati.

Topi agitati e soluzioni

Secondo Mogil, alle conferenze è quasi una costante vedere scienziati che bisbigliano tra loro, raccontandosi di come i topi che studiano siano sempre all’erta in loro presenza, e si accorgono subito quando entrano nella stanza. Questa reazione, secondo l’opinione di molti, può compromettere i risultati degli esperimenti. “Ma finora non era mai stato dimostrato”, commenta Mogil. Il che secondo lui non dovrebbe stupire, perché non è necessario andare indietro nel tempo di molti anni per incappare in studi che non tenevano in nessun conto il genere dei topi usati negli esperimenti, o le loro condizioni di stress.

“Il nostro studio suggerisce che il genere dei ricercatori è una delle principali ragioni per le quali capita di non riuscire a replicare un esperimento. Si tratta tuttavia di un fattore non ancora annoverato nella sezione dei paper dedicata a descrivere i metodi di ricerca”, spiega Robert Sorge dell’Università dell’Alabama, uno degli autori. Ma c’è una buona notizia, perché il problema può essere risolto, e non licenziando tutti gli scienziati maschi. Secondo il team di Mogil, un buon punto di partenza consiste nel modificare le procedure dell’esperimento.

Come? In primis si tratta di abituare gli animali alla presenza del ricercatore. Siccome l’effetto stressante tende a diminuire con il tempo, lo scienziato può entrare nella stanza con i roditori un po’ prima di iniziare il suo esperimento, per esempio 45 minuti in anticipo, in modo da abituarli. Secondo Mogil e i suoi collaboratori, ora che siamo a conoscenza di queste conseguenze mai verificate prima, il minimo che si possa pretendere è che sui paper venga chiaramente indicato il genere dei ricercatori che si sono occupati dei test comportamentali e che hanno lavorato nelle varie fasi dello studio. Questo perché, secondo loro, nessuno scienziato avrà la voglia e la pazienza di intrattenersi con i suoi topi ben tre quarti d’ora prima dell’inizio di uno studio.

Crediti immagine: theglobalpanorama, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

5 Commenti

  1. L’ha ribloggato su La Ricerca Socialee ha commentato:
    Nella ricerca scientifica è sempre importante pensare a tutto ciò che può influire sulla solidità dei nostri risultati ed eliminare le fonti esterne di influenza. vi sembra facile? Guardate questa ricerca!

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