SALUTE

Etica e rischio: se i patogeni escono dal laboratorio

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SALUTE – Le ricerche scientifiche che indagano ceppi di influenza potenzialmente pericolosi, in quanto trasmissibili tra i mammiferi, ci espongono a un rischio non trascurabile. È l’opinione di alcuni esperti della Harvard School of Public Health e della Yale School of Public Health, che in un editoriale su PLoS Medicine chiedono l’introduzione di controlli molto più minuziosi rispetto a quelli attuali, specialmente quando si ha a che fare con ceppi virali. In futuro, spiegano, sarà necessario adottare approcci che siano al contempo più efficaci e più sicuri.

Secondo Marc Lipsitch, l’autore principale, di recente questa tipologia di studi ha sollevato questioni etiche piuttosto sensibili. “Abbiamo accettato dei principi, che fanno parte del Codice di Norimberga, secondo i quali gli esperimenti biomedici che mettono a rischio la salute umana dovrebbero essere intrapresi solamente se apportano benefici sufficienti a compensare i rischi, e se non vi è altro modo di ottenere tali benefici. Nonostante queste ricerche non coinvolgano direttamente gli esseri umani, rappresentano un rischio per la salute e la vita”.

Di recente questo tipo di ricerche ha positivamente documentato i risultati della manipolazione dei ceppi di influenza aviaria, in particolare della capacità di passare da un individuo all’altro. Nello specifico gli scienziati hanno lavorato usando come organismi modello i furetti, che rispondono al virus in maniera molto simile agli esseri umani. L’obiettivo di questi studi è quello di raccogliere dati e analisi in modo da migliorare la sorveglianza epidemiologica delle potenzali pandemie, e lo sviluppo dei nuovi vaccini.

Ovviamente tutte le ricerche sui PPPs (patogeni potenzialmente pandemici) vengono condotte nel rispetto di elevati standard di biosicurezza, ma secondo gli autori dell’editoriale su PloS Medicine non è sufficiente: i risultati positivi e i benefici non riescono ancora a compensare il rischio di un eventuale rilascio accidentale, con la conseguente diffusione dei virus a livello globale. I ricercatori si rivolgono direttamente al governo degli Stati Uniti e a potenziali finanziatori, chiedendo a gran voce che venga condotta un’esauriente analisi rischi-benefici prima di proseguire con gli studi sui PPPs. La richiesta si basa principalmente su una loro stima, riguardante il solo territorio americano: se dieci laboratori a elevato contenimento (con standard di sicurezza molto elevati) portano avanti questa tipologia di ricerche per dieci anni, esiste almeno il 20% di rischio che almeno uno di questi ceppi abbia il potenziale per la diffusione. In paesi in cui il controllo è meno rigido e regolamentato, secondo gli scienziati il rischio aumenta ulteriormente.

Se uno di questi patogeni uscisse dall’ambiente controllato dei laboratori, secondo i ricercatori potrebbe causare la trasmisione tra esseri umani di virus altamente virulenti. Le soluzioni proposte prevedono un approccio che gli scienziati ritengono non solo meno pericoloso, ma anche maggiormente efficace: si parla di analisi sequenziali e studi sulla dinamica molecolare, in modo da identificare, come priorità, i tratti che permettono la trasmissione del virus. “Nonostante sia improbabile che uno di questi PPPs venga rilasciato”, conclude Lipsitch, “la sola possibilità è più che sufficiente per valutare i rischi, e domandarci se non sia possibile ottenere gli stessi -o anche maggiori- benefici per la salute pubblica impiegando fondi e risorse in esperimenti più sicuri”.

Crediti immagine: Nicolas Raymond, Flickr

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Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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