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Sperimentare su primati in cattività per salvarli in natura

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RICERCA – I vaccini hanno un enorme potenziale per tutelare le specie di primati attualmente a rischio, specialmente per quanto riguarda il trattamento delle patologie virali. Basta pensare al fatto che “metà delle morti di scimpanzé e gorilla che vivono in prossimità di esseri umani è causata dai nostri virus respiratori. Per noi è mal di gola, per loro è la morte”, come spiega Peter Walsh, principale autore di un nuovo studio pubblicato su PNAS. E non dimentichiamoci che, nel 1966, Jane Goodall riuscì a fermare un’epidemia di polio tra gli scimpanzé in Tanzania proprio nascondendo un vaccino orale tra le banane.

Tra il 2002 e il 2003 il virus ebola uccise almeno 5.000 esemplari solo tra i gorilla, ed entro il 2007 aveva sterminato un terzo della popolazione mondiale, portando all’attuale condizione di specie gravemente minacciata. Alla pubblicazione della prima ricerca che ha valutato l’efficacia di un vaccino contro il virus ebola sui primati, si solleva una delicata questione. Come testare i vaccini prima di somministrarli agli animali in natura? Quanto è etico pensare di sperimentarli sugli esemplari in cattività, per essere certi della loro efficacia e sicurezza? Se pensare a un gruppo di scienziati che lavora con degli scimpanzé sembra il classico scenario di ricerca medica, in cui un farmaco viene testato per uso umano, stavolta si tratta invece di sperimentare sì sui primati, ma per salvare altri primati.

Vaccini orfani, risorse preziose

I risultati della nuova ricerca, che secondo gli autori è la prima sperimentazione conservazione-specifica di un vaccino condotta sugli scimpanzé, sono quelli sperati: un vaccino contro il virus ebola, sicuro per gli animali e in grado di produrre una risposta immunitaria efficace. Il progetto, senza precedenti, è nato da una commistione di fattori. Tra questi rientra la questione dei vaccini orfani, ovvero quelli che non hanno mai completato il processo di validazione per l’uso umano, specialmente a causa dei costi elevati che comporta l’iter necessario a portarli sul mercato. Secondo Walsh questi vaccini possono rivelarsi preziosissimi per la fauna selvatica, perché “persino per i conservazionisti, con i loro fondi limitati, è fattibile l’idea di adattarli a strumenti per la tutela degli animali, confermandone sicurezza e immunogenicità grazie a sperimentazioni sugli scimpanzé in cattività”.

Quello testato dal team di Walsh è un vaccino VLP (particella virus-simile) sviluppato dall’azienda specializzata in biotecnologie Integrated Biotherapeutics, in origine per uso umano. Questi vaccini, spiegano gli autori della ricerca, non causano l’infezione e richiedono più di una somministrazione per raggiungere il massimo potenziale di protezione. In circostanze come queste, tuttavia, possono fare la differenza. Gli scimpanzé non sono dunque stati messi a confronto con il virus ebola in sé, ma portati -grazie al vaccino VLP- solamente a produrre gli anticorpi per difendersi. In seguito gli scienziati hanno studiato un campione di topi che aveva ricevuto questi anticorpi, per scoprire se fossero protetti dall’infezione. Ne è emerso che il tasso di sopravvivenza dei topi aumentava da zero al 30% fino a raggiungere il 60%, in base alla formulazione iniziale del vaccino.

Per quanto riguarda gli scimpanzé, monitorati per identificare eventuali complicazioni e problemi di salute, il vaccino si è rivelato non solo sicuro ma anche efficace. Gli animali hanno sviluppato risposte immunitarie robuste, e tra le due e le quattro settimane dopo aver ricevuto la vaccinazione già si potevano individuare anticorpi specifici. “C’è un ampio spettro di vaccini sperimentali con eccellente livello di sicurezza e profilo immunitario se usati sui primati, che non sono mai stati approvati per uso umano”, spiega Walsh.

L’approccio da adottare, secondo gli esperti, deve essere pragmatico: possiamo salvare queste specie a rischio prima che spariscano per sempre dal pianeta. I gestori di parchi e riserve naturali sono irremovibili di fronte alla possibilità di testare i vaccini sugli animali che ospitano, una scelta che i ricercatori comprendono e che lascia aperta un’unica finestra possibile: avere un accesso controllato ad animali in cattività, isolando una popolazione di scimpanzé dedicata unicamente alle ricerche a scopo di conservazione, in condizioni rispettose dei loro diritti. Quella che i ricercatori definiscono una popolazione “humanely housed”.

La natura si regola da sola?

“La comunità di chi lavora per la conservazione dei primati ha sempre avuto un approccio non-interventista, affidandosi a un’idea di ‘Giardino dell’Eden’ che regola le condizioni di salute degli animali selvatici. Ma abbiamo messo fine a quell’Eden distruggendo gli habitat naturali e diffondendo le malattie [tra gli animali]”, commenta Walsh. Il rischio costituito dalle malattie infettive, spiegano i ricercatori, non è inferiore rispetto alla minaccia del bracconaggio (la caccia per procurarsi bushmeat è un fenomeno tutt’ora vivo) e della distruzione e frammentazione degli habitat. Le popolazioni sono infatti continuamente devastate anche dalla malaria e dall’antrace.

Lo US Fish and Wildlife Service sta considerando, al momento, di introdurre nuove regolametazioni per impedire tutti i test biomedici condotti sugli scimpanzé in cattività. Seppur l’attenzione sia puntata, in questo caso, sul virus Ebola, gli scienziati ricordano che la protezione potrebbe ampliarsi a tutti i virus respiratori ai quali i primati sono esposti proprio a causa della presenza umana: che si tratti di turisti o dei ricercatori stessi, la presenza umana ha anche queste conseguenze. Proibendo la ricerca sugli animali tenuti in cattività, commenta Walsh, il governo degli Stati Uniti contrarrebbe con gli scimpanzé un debito ancora più grande di quello che deriva dalla sperimentazione stessa, esponendoli ai virus da noi veicolati in maniera incontrollata.

“Abbiamo dimostrato che è possibile adattare questi vaccini orfani a strumenti preziosi per la conservazione, ma è di vitale importanza la possibilità di sperimentarli su scimpanzé in cattività. Il nostro è il primo studio di questo tipo, e potrebbe essere anche l’ultimo”, conclude Walsh.

Crediti immagine: Tambako The Jaguar, Flickr

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Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

1 Commento

  1. ..sono un pò perplessa..sembrerebbe quasi che i primati e tutte le specie in via di estinzione lo siano per colpa delle malattie anzichè per l’azione antropica nefasta come la caccia, il bracconaggio, la distruzione dell’habitat, l’inquinamento, ecc ecc…
    Non viene in mente a nessuno che la questione non riguarda la sperimentazione ma il necessario ampliamento della protezione degli habitat???
    Non è che questa “preoccupazione verso i primati contagiati dai turisti” sia invece un sottile e molto intelligente tentativo di difendere la sperimentazione animale sui primati, che la popolazione ormai, soprattutto per motivi etici e poi anche per motivi scientifici, non tollera più??? O veramente i pro sperimentazione su primati credono che la gente si beva che vogliono andare nella foresta selvaggia a rincorrere le scimmiette per fargli il vaccino??
    ma daiiiiiiiiiii

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