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Il nuovo colesterolo si chiama Apo C3

2768022494_d36dc91f52_bRICERCA – I ricercatori ne sono convinti: esaminare anche la percentuale di apolipoproteina C3 (Apo C3) durante le comuni analisi del sangue, insieme al tanto citato colesterolo, permetterà di capire con maggior precisione se un individuo è predisposto o meno a sviluppare danni arteriosclerotici. Lo annuncia uno studio, pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine, che pare aver dimostrato la correlazione diretta fra le concentrazioni di questa proteina nel sangue e la probabilità di sviluppare malattie coronariche. Minore è la percentuale di Apo C3 nel sangue, infatti, minore il rischio di sviluppare una malattia coronarica.

I soggetti portatori di varianti genetiche che inattivano il gene per l’apolipoproteina, circa una persona ogni 150, posseggono bassi livelli di questa proteina e hanno un livello di trigliceridi nel sangue pari al 40% in meno rispetto agli individui non portatori. Il che corrisponde, secondo i ricercatori, al 40% di rischio in meno di sviluppare patologie cardiache.

“Con questo studio si taglia la testa al toro” spiega Oliviero Olivieri, direttore della Sezione di Medicina Interna B presso l’Università di Verona, parte del Consorzio internazionale coordinato dall’Università di Harvard che ha condotto la ricerca. “Questi risultati confermano infatti il ruolo causale dei trigliceridi nella malattia vascolare arteriosclerotica, rispondendo ai dubbi di molti studiosi. Negli ultimi anni molti hanno messo in discussione questo ruolo: spesso alti livelli di trigliceridi si accompagnano a bassi valori di HDL, il famoso colesterolo ‘buono’, e ad alti valori di colesterolo ‘cattivo’, l’LDL” spiega Olivieri.

Il punto è questo: non sono i trigliceridi tout court a essere pericolosi, ma una loro frazione, quella costituita dalla apoliproteina C3. Ed è proprio questa molecola che i ricercatori propongono di misurare con le analisi del sangue. La pericolosità di questa proteina sta nel fatto che quando la sua concentrazione è elevata essa agisce come un freno nell’attività dell’enzima-spazzino che ha il compito di ripulire il plasma dai lipidi ingeriti con l’alimentazione. “Quando mangiamo infatti ingeriamo una certa quantità di lipidi, cioè di grassi, che finiscono nel siero – spiega Olivieri – e normalmente ci vogliono un paio d’ore perché questo ‘spazzino’ ripulisca il sangue dalle micelle lipidiche, impedendo che si accumulino. Bene, alti livelli di Apo C3 inibiscono questo enzima-spazzino rallentandone l’azione: per completare la pulizia del plasma in questi individui l’enzima ci può mettere anche fino a quattro ore invece di due.” I portatori di quelle varianti genetiche “protettive” hanno uno spazzino che funziona al massimo, in assenza del suo freno, l’Apo C3.

Se finora la ricerca si è concentrata su trigliceridi e colesterolo cattivo, questi nuovi risultati, frutto di più di dieci anni di sperimentazioni in numerosi laboratori in tutto il mondo, identificano dunque un nuovo bersaglio da colpire, l’apoproteina C3. Quali le conseguenze? Aprire nuove prospettive terapeutiche della malattia coronarica, non un risultato da poco. Oggi infatti la terapia si basa fondamentalmente sulle statine, farmaci che abbassano i livelli di colesterolo “cattivo” nel sangue e che aiutano a ridurre l’incidenza degli attacchi cardiaci. Tuttavia, concentrarsi prevalentemente sul colesterolo la terapia fa sì che molti pazienti mantengano alti livelli di trigliceridi, e quindi di Apo C3, favorendo comunque nel tempo danni coronarici.

“Una delle caratteristiche dello studio che hanno valso la pubblicazione su una rivista tanto prestigiosa come il New England Journal of Medicine – illustra Olivieri – è l’ampiezza della ricerca. Sono stati coinvolte oltre 110 mila persone con un’età media di 60 anni. In particolare l’Università di Verona ha messo a disposizione campioni biologici di oltre 2600 soggetti, raccolti dal 1996 a oggi all’interno del progetto Verona Heart Study. Si tratta della biobanca dell’Università di Verona, che già nel 2010 aveva permesso agli studiosi di notare una mortalità cardiovascolare più alta tra i pazienti affetti da coronaropatia che al momento dell’arruolamento nello studio presentavano alti livelli di Apo C3.”
Il database veronese è servito quindi da conferma sperimentale dei risultati ottenuti a Boston dai ricercatori di Harvard.

“Il messaggio secondo noi è chiaro – conclude Olivieri – avere alti livelli di Apo C3 nel sangue significa un più alto rischio di danno coronarico. Se vogliamo quantificare questo rischio nei nostri pazienti, dobbiamo misurare nelle analisi del sangue anche il livello di Apo C3.”

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Crediti immagine: Stéfan, Flickr

 

Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il mio blog: www.cristinadarold.com Twitter: @CristinaDaRold

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