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Spostare le specie per salvarle dall’estinzione?

113100688_82ea7c59d3_zSPECIALE AGOSTO – Di fronte alla distruzione degli habitat e al declino della biodiversità, cosa dovrebbero fare gli esperti conservazionisti? Lasciare che la natura faccia il suo corso, seguendo una politica di non intervento, o agire in prima persona per ripristinarla? Secondo un team di scienziati neozelandesi, potrebbe essere troppo tardi per pensare che possa riprendersi autonomamente, perché la abbiamo danneggiata fino al punto di non ritorno. Di recente lo zoologo Philip Seddon e i suoi colleghi dell’Università di Otago hanno sottolineato, sulla rivista Science, il ruolo sempre più importante giocato dalla traslocazione a scopo di conservazione. Parlando di “intervenire” sulla natura non si intende infatti solo implementare i piani di conservazione sui territori più vulnerabili, per proteggere le specie animali e vegetali superstiti con tutti i mezzi necessari, bensì spostarle. Letteralmente.

Come si legge su Science, l’idea di popolazioni che non solo si riprendono e sopravvivono, ma addirittura ricominciano a prosperare nel loro ambiente naturale (in assenza di influenza antropica) è ormai poco realistica. Piuttosto che limitarsi a sostenere le popolazioni esistenti, rinforzandole con nuovi elementi, la vera mossa per il futuro della biodiversità è crearne di nuove: un approccio che permette oltretutto di recuperare antiche interazioni preda-predatore, a vantaggio dell’ecosistema intero. Finora la reintroduzione di una specie in un’area che un tempo abitava è stato il più diffuso tipo di traslocazione, ma il successo risultante ha lasciato a volte a desiderare. Per di più, anche in questo caso come spesso accade con i piani di conservazione, l’attenzione si è concentrata su animali “carismatici” come i grandi mammiferi, piuttosto che su altre specie maggiormente in pericolo, probabilmente meno note al grande pubblico ma spesso più importanti per la salvaguardia dell’habitat.

Introduzioni ai fini di conservazione

Una tipologia di traslocazioni molto diffusa ma percepita, dagli scienziati, come piuttosto controversa, sono le cosiddette introduzioni ai fini di conservazione: specie che vengono portate in areali nei quali non hanno mai vissuto prima. Rientrano tra queste le sostituzioni ecologiche, ovvero il rilascio di una determinata specie che permette di ristabilire una funzione ecologica andata perduta con quella estintasi dalla zona d’interesse. Un esempio sono le testuggini giganti portate sulle isole dell’oceano Indiano, per brucare e disperdere i semi delle piante, oppure il meccanismo contrario: allontanare una specie dal suo habitat per sottrarla ai rischi ai quali sarebbe sottoposta rimanendovi. Il kakapo, peculiare pappagallo neozelandese (unica specie del genere Strigops, a oggi gravemente minacciata secondo la lista rossa IUCN) ne è un esempio.

Tutt’ora oggetto di pratiche di conservazione molto intense, con piccole popolazioni superstiti i cui numeri aumentano lentamente, il kakapo è stato trasportato su quattro isole al largo della Nuova Zelanda, sulle quali non esistono i suoi predatori naturali (qui potete vederlo insieme a Stephen Fry nel suo nuovo habitat, nell’ambito di Last chance to see, serie che va alla scoperta di specie a rischio). Stesso destino ha toccato il diavolo della Tasmania per tutelare la specie dal DFTD, una tipologia di tumore facciale che colpisce unicamente questa specie portando gli animali alla morte per inedia, compromettendo la vista o la capacità di alimentarsi. Una piccola popolazione, composta unicamente da individui sani, è stata portata su Maria Island, un’isola rocciosa lungo la costa orientale della Tasmania.

Il futuro della conservazione

Come ogni altro intervento che preveda un’azione antropica sulla natura, anche questi portano con sé dei rischi. Lo scopo dei conservazionisti deve dunque essere riuscire a massimizzare i benefici portati dalle traslazioni, minimizzando allo stesso tempo i potenziali effetti imprevisti. In quest’ottica di dibattito più che attuale si inserisce anche la questione della de-estinzione, ovvero riportare in vita specie animali o vegetali estinte da tempo grazie alle moderne tecnologie. Quali specie andrebbero recuperate, e come dovrebbero essere impostati i piani di reintroduzione? Andrebbero re-immesse nel loro habitat naturale o diventerebbero necessari ulteriori studi, a fronte del fatto che questo potrebbe essersi modificato enormemente nel tempo? Con così tante specie in pericolo ma che siamo in grado di salvare, quanto può essere sensato investire denaro e sforzi per riportare in vita quelle perdute magari da decine di anni, o per regalare pochi anni di vita a quelle che sembrano già ora destinate all’estinzione? Di fronte a tante domande senza risposta, alle conseguenze del cambiamento climatico su molte specie animali e all’azione delle attività antropica sull’ambiente, la conservazione è a oggi più importante che mai.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Brent Barrett, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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