Quanto ci fa paura ciò che mangiamo?

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ATTUALITÀ – La scienza e la tecnologia sono strumenti preziosi per combattere la richiesta sempre crescente di cibo a fronte di una quantità sempre più limitata di risorse. È quanto emerge dagli interventi che si sono alternati sul palco della decima edizione di The future of science, conferenza organizzata dalla Fondazione Umberto Veronesi che si svolge ogni anno presso la Fondazione Cini nell’affascinante scenario dell’Isola di San Giorgio a Venezia. Il tema affrontato quest’anno è più che mai attuale: la fame nel mondo e le strategie per contrastarla. Come conciliare l’esigenza di una maggior produzione agricola con la necessità, o meglio l’obbligo, di promuovere la sostenibilità ambientale, la biodiversità e le piccole economie locali? La scienza, dicevamo, sembra avere diversi assi nella manica ma, altro aspetto emerso chiaramente dall’incontro, non di sola scienza si tratta. Parliamo, infatti, di una questione che non si compone di soli aspetti “scientifici”, ma anche geo-politici, economici e sociali, aspetti che sembrano spesso stridere tra loro.

La provocazione lanciata da Roberto Defez, ricercatore dell’Istituto di Bioscienze e Biorisorse del CNR di Napoli esemplifica chiaramente la sconnessione esistente tra gli aspetti scientifici e quelli sociologici quando si parla di argomenti delicati come l’alimentazione: perché dovremmo continuare a consumare il mais non-OGM quando, rispetto al mais Bt, ha una concentrazione più elevata di fumonisine, dannose per la salute? Perchè tanta ostilità nei confronti degli OGM se, dati alla mano, potrebbero aiutare a risolvere alcuni problemi legati alla produttività e alla sicurezza alimentare? Le domande, sempre le stesse ormai da anni, poste dalla comunità scientifica si scontrano contro il muro di obiezioni, sempre le stesse, sollevate dai fronti anti-OGM. Un dibattito stagnante da lungo tempo, nonostante le conoscenze si siano evolute. “Si tratta di un dibattito immobile perchè in realtà non riguarda la sfera scientifica ma quella sociologica”, ci spega Massimiano Bucchi, professore di Scienza e Tecnica nella società all’Università di Trento. “Si parla molto di OGM dal punto di vista scientifico ma poco dal punto di vista sociologico. Quello che manca, soprattutto in Italia, non è infatti una cultura scientifica ma la nozione di scienza calata nella società. Il cibo, ora più che mai, è legato sempre di più a un idea di stile di vita salutare, a mode e a ideologie. Il cibo è legato alla salute e questo fa paura. Per questo è idea comune che il cibo non si tocca”.  Queste riflessioni, ricorda Bucchi nel suo intervento, sono ben spiegate dalle parole di Aaron Wildavsky, studioso americano di scienze politiche: “L’uomo della società contemporanea non ha paura di nulla a parte il cibo che mangia, l’acqua che beve e l’aria che respira”. Parole che risalgono al 1982 ma che sono più che mai attuali. I dati dell’Eurobaromentro del 2010 lo confermano. La sensazione che quello che mangiamo non faccia bene è aumentata in Europa tra il 2005 e il 2010 e in Italia questo incremento è più elevato della media europea.

Secondo gli ultimi dati, aggiornati al 2013, dell’osservatorio Observa Science in Society, presentati da Bucchi a The Future of Science, ben l’80% degli italiani è preoccupato dalla sicurezza della cibo, cosa che preoccupa più di nuovi possibili virus, del cambiamento climatico e dei terremoti. Tra le preoccupazioni più vive ci sono i residui di ormoni o antibiotici nella carne, i residui di pesticidi nella frutta e nella verdura e l’uso di conservanti e coloranti. Vengono percepiti come sicuri i cibi poco manipolati, come i prodotti fatti in casa, mentre quelli ad alto livello di lavorazione, come bibite e surgelati, spaventano. Come si spiega questo livello di preoccupazione in aumento? Sicuramente non hanno aiutato gli allarmi che si sono susseguiti nel corso degli anni, dalla “mucca pazza” al più recente caso di Escherichia coli, che hanno alimentato la sfiducia dei consumatori nei confronti delle autorità competenti in materia di salute. Tuttavia, ci spiega Massiamo Bucchi ” questi dati vanno letti più in generale come una consapevolezza sempre maggiore tra cibo e salute. La preoccupazione quasi ossessiva per la qualità e la sicurezza porta a delle prese di posizione ideologiche che la scienza deve comprendere. D’altra parte, anche la società deve interrogarsi sui propri obiettivi e su come vuole essere alla luce delle nuove frontiere della scienza”. Solo così, forse, i lunghi e stagnati dibattiti scientifici di questi anni potranno evolvere in qualcosa di più produttivo.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Rosana Prada, Flickr

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