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Si possono prevedere gli incendi?

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SPECIALE SETTEMBRE – Tempi duri per la scienza, dalla quale ci si aspettano certezze e previsioni sicure su dove e quando avverrà il prossimo disastro, sia esso un’epidemia, un terremoto, un’eruzione vulcanica o un incendio. Ma quanto può effettivamente avvicinarsi la scienza a una previsione esatta di questi fenomeni? Prendiamo il caso degli incendi boschivi, piaga che interessa tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, Italia compresa, e che porta ogni anno alla perdita di preziose coperture boschive. Può la scienza aiutare a capire dove e quando si svilupperà un incendio e quale sarà l’estensione dell’area interessata? Anticipiamo subito la risposta. No, se pensiamo che la maggior parte degli incendi boschivi si sviluppa per cause dolose, ad opera, cioè, dell’uomo. La scienza, tuttavia, può aiutare a capire quanto è “vulnerabile” una determinata zona in un certo periodo dell’anno e, quindi, a capire quanti e quali sarebbero i potenziali danni di un eventuale piromane.

Esistono numerosi lavori scientifici che hanno prodotto modelli di previsione dell’intensità o della distribuzione degli incendi, basati su una lunga serie di parametri ambientali. Risale a qualche anno fa, ad esempio, un lavoro firmato dai ricercatori dell’Università della California che mette in relazione la temperatura superficiale degli oceani Atlantico e Pacifico con l’intensità degli incendi in Amazzonia. Gli studiosi hanno incrociato i dati satellitari sul numero e la distribuzione degli incendi in Sud America con le oscillazioni di temperatura registrate negli oceani, notando una correlazione tra i due. Da questa osservazione è stato prodotto un modello matematico che permette di capire con circa quattro o cinque mesi di anticipo quanto sarà grave la situazione incendi, a partire dalle temperature oceaniche.

Un altro articolo recente ci porta più vicino a casa nostra, elaborando un modello di previsione degli incendi nelle regioni europee del bacino mediterraneo basato sui dati di siccità. Lo sviluppo e la diffusione degli incendi dipendono, infatti, sia dalla quantità di vegetazione presente sia dal fatto che essa sia più o meno secca e questo, in ultima analisi, dipende dalla quantità di precipitazioni. Un team di scienziati svizzeri e portoghesi ha quindi elaborato un indice di precipitazione, chiamato SPI (Standard Precipitation Index) che evidenzia i periodi di siccità e permette di avere informazioni sulla quantità di area boschiva che brucerà nei mesi successivi. Il modello sembra funzionare bene in regioni come l’Italia meridionale e potrebbe un valido strumento per pianificare le attività di tutela boschiva. Va ricordato, comunque, che si tratta sempre di un modello probabilistico ben lontano dall’essere infallibile e che, come ricordavamo in apertura, nulla può nel prevedere alcuni sconsiderati gesti umani.

Un metodo predittivo decisamente più naturale e meno basato su complessi calcoli matematici è stato proposto dai ricercatori dell’Università di Bonn, secondo i quali uno scarafaggio appartenente al genere dei Melanophila sarebbe in grado di percepire anche piccole fonti di calore anche a grandi distanze grazie a dei piccoli sensori ad infrarossi e sarebbe quindi un valido aiuto nella previsione a breve termine di fenomeni incendiari.

Un discorso a parte merita la previsione degli incendi nelle città. Se gli incendi boschivi, infatti, sono di difficile previsione proprio a causa dell’apporto umano nel loro sviluppo, è facile immaginare come sia pressoché impossibile prevedere quando un appartamento o un edificio andrà a fuoco a causa di un comportamento sbagliato o di un corto circuito. Anche in questo caso, tuttavia, un approccio “scientifico” sta aiutando i Vigili del Fuoco di New York e di altre città americane a prevedere interventi di prevenzione mirati. È stato infatti costruito un database che cataloga gli edifici della città sulla base di ben 60 fattori di rischio, come ad esempio l’età dell’edificio o la presenza o meno di problemi segnalati all’impianto elettrico. Questo dovrebbe permettere, se non altro, non di prevedere ma di prevenire un buon numero di incendi.

Gli esempi riportati non rappresentano una descrizione esaustiva dei modelli messi in campo dalla scienza per cercare di prevedere eventi disastrosi come gli incendi, in quanto la lista potrebbe essere di molto allungata. La cosa che li accomuna tutti è sempre, però, la stessa: non si tratta di strumenti in grado di prevedere esattamente dove e quando si svilupperà un incendio ma di strumenti probabilistici che, se interpretati correttamente, permetterebbero di mettere in atto strategie preventive ad hoc. Scusate se è poco.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: U.S. Fish and Wildlife Service, Flickr

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