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L’ora giusta per l’epidurale

Anticipare i tempi non aumenta i rischi di parto operativo: si può farla "a richiesta"

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GRAVIDANZA E DINTORNI – Dal punto di vista scientifico non ci sono più scuse: il momento migliore per fare l’epidurale a una donna in travaglio è quando la chiede lei stessa. Posto che, come dice la letteratura sull’argomento – e come può testimoniare chi ci è passato – quello del parto è il “dolore più violento che una donna possa sperimentare nella vita”, è abbastanza consueto che le partorienti che scelgono questo tipo di analgesia la richiedano appena il gioco si fa duro, anche se la dilatazione è appena iniziata. E sebbene negli ultimi anni ci sia stata una certa tendenza ad accontentare questa richiesta, rimaneva il dubbio che un’epidurale precoce potesse aumentare il rischio di parto cesareo o strumentale (con forcipe o ventosa). Ebbene non è così, secondo quanto afferma una recente revisione pubblicata dalla Cochrane Collaboration, la più accreditata iniziativa internazionale per la revisione critica delle informazioni sugli interventi sanitari.

Gli autori hanno ricapitolato i risultati di nove studi clinici relativi al confronto tra gli esiti di un’epidurale praticata precocemente (prima dei 4 cm di dilatazione) oppure tardivamente (dopo i 4-5 cm) in oltre 15.000 donne in travaglio. Conclusione: nessuna differenza significativa tra i due gruppi per quanto riguarda il rischio di subire un parto cesareo oppure strumentale e la durata della fase espulsiva (quella delle spinte). E neppure rispetto ai più comuni parametri di benessere del neonato, come il punteggio di Apgar o il pH dell’arteria ombelicale. «Secondo la revisione, insomma, anticipare la procedura non comporta rischi particolari» commenta Gennaro Savoia, direttore dell’Unità di anestesia e rianimazione dell’ospedale Cardarelli di Napoli. «Merito anche degli anestestici più recenti, che possono essere usati a concentrazioni minori e permettono di ottenere il blocco sensoriale, ma non quello motorio. La donna non sente dolore, ma può alzarsi e camminare».

Certo, sempre di un atto medico si tratta: ricordiamo che l’analgesia epidurale (o peridurale) consiste nella somministrazione di anestestici attraverso un sottile catetere posizionato nella schiena, in regione lombare. Però il fatto di eseguirla “a richiesta”, seguendo le inclinazioni e le preferenze della donna, potrebbe andare nella direzione di una maggiore umanizzazione dell’intervento. Il problema è che se per la scienza “si può fare”, non è detto che si possa fare davvero, per altre ragioni: è storia nota quella di donne che hanno chiesto e aspettato invano la puntura. «Questa forma di analgesia richiede la presenza periodica di un anestesista, che deve avviare la procedura e poi tornare all’incirca ogni ora a fare piccoli rabbocchi di farmaco» spiega Edoardo Calderini, direttore dell’Unità di anestesia e terapia intensiva pediatrica dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. Un impegno non da poco, che può scontrarsi con carenze di personale o di organizzazione dell’ospedale, specialmente durante la notte o i giorni festivi, o se sono in corso altre emergenze.

In Italia la situazione è a macchia di leopardo, anche a livello regionale, con alcuni centri – e sono tipicamente quelli più grandi, che vedono almeno 1000-2000 parti l’anno – che riescono a coprire la richiesta, e altri che non ce la fanno. «Colpa anche del fatto che non si è ancora ben capito se l’analgesia peridurale al parto sia effettivamente inserita nei Lea, i livelli essenziali di assistenza, oppure no» commenta Savoia. «Da diversi anni si susseguono annunci che vanno in questa direzione, ma una chiara normativa che obblighi gli ospedali ad assicurare l’analgesia al parto non c’è ancora». L’ultimo atto della vicenda è costituito dal cosiddetto Ddl Lorenzin, relativo a “Norme varie in materia sanitaria“, attualmente in discussione alla Commissione sanità del Senato. Il Ddl prevede proprio l’aggiornamento dei Lea riguardo alle “prestazioni a favore del parto indolore anche mediante il ricorso a tecniche avanzate di anestesia locale e di tipo epidurale”. Con l’obiettivo di diffondere l’utilizzo di queste procedure in strutture che abbiano già un assetto organizzativo che ne consenta l’erogazione. E naturalmente “nel rispetto degli equilibri programmati di finanza pubblica”. Il che vuol dire che la strada per l’epidurale per tutte – tutte quelle che la vogliono, si intende! – potrebbe essere ancora lunga.

Per chiudere, un ultimo commento sulla revisione della collaborazione Cochrane, che non ha riguardato il confronto tra analgesia e assenza di analgesia. Come tutti gli interventi medici, anche l’epidurale può avere effetti collaterali, complicanze rare e in genere di piccola entità. «Per quanto riguarda l’andamento del parto, invece, i dati di letteratura ci dicono che non aumenta il rischio di cesareo, anche se può lievemente aumentare quello di parto strumentale» sottolinea Calderini. Che prosegue: «D’altra parte, l’epidurale sembra avere effetti positivi su madre e feto, grazie al fatto di eliminare lo stress correlato al forte dolore».

L’importante, come sempre in questi casi, è l’informazione, per poter fare scelte consapevoli. Anche considerando che, secondo un’altra revisione Cochrane, pubblicata nel 2012, l’epidurale è tra le pochissime strategie – insieme all’uso di protossido d’azoto, che ha il vantaggio di venire somministrato per inalazione, ma gli svantaggi di costare moltissimo e di provocare nausea e malessere in alcune donne – per le quali è realmente dimostrata l’efficacia. Altre strategie più “naturali” e sicuramente con meno effetti collaterali, come l’immersione in acqua, le tecniche di rilassamento, l’agopuntura e il massaggio hanno mostrato efficacia nella riduzione del dolore in un numero ancora limitato di studi e si aspettano ulteriori conferme. Per altre strategie ancora (ipnosi, biofeedback, aromaterapia, TENS) non ci sarebbero  dati a sufficienza per trarre conclusioni.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti Immagine: Ethan John, Flickr

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

4 Commenti

  1. Mi sono sempre chiesto (da quando mi occupo di soccorso d’emergenza) che funzione rivesta il dolore delle partorienti e perchè l’evoluzione non lo abbia eliminato.
    Il dolore che avvertiamo a seguito di una ferita o di un movimento anomalo, come si sa, serve a richiamare la nostra attenzione su “qualcosa” che non va nel nostro organismo e che costituisce un potenziale pericolo per la nostra sopravvivenza. Ma nel caso della nascita di nuova vita, perchè questo evento è accompagnato da un travaglio così doloroso?
    Anche considerando che possa avere un funzione di allarme per “avvisare” la gestante che è arrivato il momento, non mi spiego il perchè della sua intensità debilitante.

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