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Ebola, una questione di fiducia

Il racconto di un ricercatore rientrato dall'Africa, mentre vacilla la possibilità della Spagna di dichiararsi ebola free

“Le famiglie [africane] che hanno scelto di rifiutare le informazioni sull’ebola hanno preso questa decisione per buoni motivi; non hanno agito probabilmente nel loro miglior interesse ma di certo non è stato irrazionale”.

ESTER14674502048_b1d79910f7_zI- Questo il racconto di Tim Roberton, ricercatore della Johns Hopkins School of Public Health che ha da poco presentato a il suo nuovo studio Returning West Africa researcher says distrust of health workers made ebola worse (Un ricercatore rientrato dall’Africa occidentale spiega come la sfiducia verso il personale sanitario abbia peggiorato l’epidemia di ebola). Durante il tempo trascorso in Africa Roberton si è reso conto che moltissimi membri delle comunità non credevano nell’esistenza del virus, anzi temevano che recarsi negli ospedali aumentasse il rischio di contagio.

Non hanno aiutato i leader sia locali che nazionali, i quali hanno inizialmente sminuito la gravità dell’epidemia e continuato a lungo a incoraggiare le paure e i dubbi della gente, minando gli sforzi umanitari della Croce Rossa in Guinea. Una delle voci più diffuse proprio tra gli abitanti della Guinea era che i lavoratori sanitari cercassero di attirare persone negli ospedali per rubare loro gli organi. “Se il personale sanitario e le comunità locali fossero riusciti a creare una relazione basata sulla fiducia prima dell’aggravarsi dell’epidemia, i messaggi più importanti sul virus e su come combatterlo si sarebbero diffusi e facilmente sarebbero arrivati a molte persone decisamente prima”, commenta Roberton.

Il lavoro del personale sanitario, come vi avevamo già raccontato un po’ di tempo fa, è stato decisamente intenso. I volontari hanno subito abusi verbali o fisici più di una volta poiché si recavano dalle famiglie bussando di porta in porta cercando di convincerli del rischio, e della realtà dell’ebola. “I volontari che gestiscono i cadaveri dei malati sono giovani, persone come voi e me. Il loro lavoro è andare nei villaggi dove sono morte le persone, parlare con le famiglie, spiegare loro cosa bisogna fare, pulire il corpo, metterlo con metodi sicuri all’interno del sacco e poi ritornare in casa per prendere il materasso, bruciarlo e rimpiazzarlo con uno nuovo”. Con enorme impegno i volontari hanno realizzato che incoraggiare i membri della famiglia a osservare il procedimento e parteciparvi li aiutava a guadagnare fiducia e capire che quanto stava succedendo era legittimo.

L’ostacolo legato alla stigmatizzazione dell’ebola e alla sfiducia nel personale sanitario è stato in parte superato, anche se i numeri del virus continuano ad aumentare: in base all’ultimo bilancio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità i decessi africani -in Guinea, Liberia, Sierra Leone, Mali, Senegal, Nigeria- sono saliti a 5.420 per un totale di 15.145 persone che hanno contratto il virus. Numeri che, come ogni altra stima precedente da quanto l’epidemia è iniziata, secondo l’OMS sono probabilmente sottostimati. La questione della sicurezza del personale sanitario in loco è sempre molto delicata: su 570 casi confermati le morti sono state 324. (Qui trovate la timeline di HealthMap dedicata all’ebola)

Continua intanto la ricerca di una terapia sperimentale, con una potenziale nuova via nel sangue dei pazienti guariti: di recente la Bill and Melinda Gates Foundation ha donato 5,7 milioni di dollari alla ricerca in questa direzione, mentre OMS e Medici Senza Frontiere (MSF) hanno annunciato l’avvio di alcuni trial clinici in Africa nel mese di dicembre. Dal Mali è invece rientrata da poco una cooperante spagnola che assistendo i malati si è accidentalmente punta con un ago infetto; tornata a bordo di un aereo di MSF, l’ong per la quale lavora, rimarrà ora in quarantena all’ospedale Carlos III di Madrid, il centro di riferimento spagnolo per i malati di ebola.

Mentre vacilla la possibilità per la Spagna di dichiararsi ebola free, un traguardo che era stato fissato dall’OMS per il 2 dicembre, i medici dell’ospedale madrileno stanno decidendo se somministrare alla paziente una terapia preventiva. Il periodo di isolamento stabilito dalle autorità sanitarie rimane comunque fissato ai 21 giorni, nonostante alcuni scienziati avessero suggerito che potrebbe non essere sufficiente.

@Eleonoraseeing

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: NIAID, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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