APPROFONDIMENTO

Processo a un’alluvione

Il problema del dissesto idrogeologico non è dato dalla pioggia ma dall'essere umano

12222005594_40998cbc73_zAPPROFONDIMENTO – Parlando di dissesto idrogeologico curare è meglio che prevenire? Un controsenso, sul piano progettuale ed economico, ma è questo l’atteggiamento di chi prende le decisioni in merito di messa in sicurezza del territorio. Ma in che modo queste (mancate) scelte si traducono nella pratica? Dove si potrebbe intervenire? Quali variabili dovrebbero essere tenute maggiormente in considerazione? Sono questi gli argomenti affrontati nel seminario tenuto lo scorso 4 dicembre nella Sala dei Presidenti dell’Accademia Nazionale delle Scienze, Lettere e Arti di Modena dedicata all’analisi dell’alluvione che il 19 gennaio 2014 ha colpito alcune zone limitrofe a Modena. La ricostruzione degli eventi ha passato in rassegna un lungo elenco di cause attraverso un approccio fortemente multidisciplinare: il contesto geologico e ambientale, quello meteo-climatico e quello biologico. Ma al di là delle concause, alla fine gli esperti hanno individuato un solo vero colpevole: l’essere umano. Capo d’imputazione principale è proprio l’atteggiamento di rinuncia alla prevenzione. Gli esperti hanno sostenuto, ciascuno analizzando il proprio campo di ricerca, che il vero nodo della questione del dissesto idrogeologico è una scarsa volontà politica di intraprendere opere di prevenzione più che una reale incapacità tecnologica e scientifica di limitare eventi catastrofici con interventi di sostegno al territorio precedenti ai disastri.

L’alluvione

Il 19 gennaio 2014 si apre una falla sull’argine del fiume Secchia all’altezza della località San Matteo, frazione a nord di Modena. La rottura dell’argine causa allagamenti nei territori circostanti, colpendo in particolare la frazione di Albareto e i comuni di Bastiglia e Bomporto. Le valutazioni tecniche della commissione d’inchiesta sull’alluvione istituita dall’ex Presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani e guidata da uno dei relatori dell’incontro modenese, Luigi D’Alpaos, ingegnere e professore di Idraulica all’Università di Padova, ha stabilito che la breccia nell’argine ha portato al riversamento di acqua che si stima dai 36 ai 38 milioni di metri cubi. A quasi un anno dall’alluvione vengono stimati 400 milioni di euro di danni, ancora in corso di riparazione: l’assessore alla Cultura del Comune di Bastiglia, Alessio Mori, ha riportato durante il seminario che nel suo solo comune i danni ammontano a 25 milioni di euro, per un totale di quasi 50 milioni di spese e di cui il 60% finanziato da Regione e altre istituzioni.

Il ruolo della fauna

Perché l’argine ha ceduto? Lo ha spiegato con una minuziosa ricostruzione tecnica l’ingegnere Stefano Orlandini, professore associato di Sistemi Idraulici all’Università di Modena e Reggio Emilia e anche lui membro della commissione D’Alpaos. Al collasso del tratto di argine avrebbe contribuito una sinergia fra le tane di animali selvatici, la portata della piena – anche se non estrema – e gli anomali temporali invernali che stavano colpendo a valle i terreni attraversati dal Secchia. La tana – probabilmente di istrice, volpe o tasso, non di nutria come si sosteneva in un primo momento – avrebbe favorito un meccanismo di svuotamento all’interno dell’argine, portandolo a collassare. Non si hanno prove inequivocabili, ma diverse evidenze portano a validare questa conclusione. Orlandini ha ricordato inoltre che animali come gli istrici tendano a scavare tane su terreni in pendenza come gli argini scegliendo tratti di terreno più soffici in cui quindi l’argine è più debole. In sala si sono sollevate le obiezioni di Giovanni Tosatti, docente di Scienze Biologiche dell’ateneo modenese, che ha riportato la perplessità di colleghi zoologi sulla reale capacità degli animali di creare tunnel in grado di indebolire a tal punto l’argine. Pur ammettendo che capire a posteriori dinamiche di questo tipo è molto complesso – “non abbiamo la scatola nera dell’argine, valutiamo solo in base a ricostruzioni sul campo, testimonianze degli abitanti e evidenze sperimentali” – secondo Orlandini e D’Alpaos non ci sono dubbi sul ruolo della tana nell’apertura della breccia. “Anche perché – ha affermato Orlandini – una dinamica che immaginiamo essere del tutto simile stava per ripetersi sul fiume Panaro, un altro affluente del Po. Lì abbiamo anche fotografie e testimonianze inequivocabili del fatto che l’argine stava per cedere per via di una tana”. Chiaramente la fauna selvatica è solo una delle concause. E anche qui l’essere umano ha le sue colpe. Probabilmente andrebbe ripensata la politica di gestione di queste popolazioni di animali in modo da coniugare la biodiversità del fiume e la sicurezza idraulica, considerando le singole specie non separate una dall’altra, ma pensando ai complessi rapporti che intercorrono fra esse: questa la posizione di Luigi Sala, relatore al seminario e docente di Zoologia presso UniMORE.

Le precipitazioni

“Le precipitazioni sono la componente principale di una piena – spiega Orlandini – poi la geologia del territorio la trasforma in alluvione”. A proposito di precipitazioni, gennaio 2014 è stato il più piovoso a Modena dopo molti anni. Allo stesso modo, negli ultimi anni le temperature medie si sono alzate, portando condizioni autunnali nel clima invernale. Dati illustrati da Luca Lombroso, meteorologo dell’Osservatorio Geofisico dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Più caldo, più pioggia e anche meno neve: indiziato numero uno, in questo caso, è il riscaldamento globale. “I cambiamenti climatici però sono un’aggravante, non un’attenuante e non devono in alcun modo fungere da alibi” ha ammonito Lombroso. Inoltre, questi eventi eccezionali – come l’aumento dei fenomeni in temporali in gennaio – non sono neppure più realmente eccezioni: “Stiamo parlando di una nuova normalità – ha spiegato Lombroso – che come tale dobbiamo imparare a fronteggiare”. Solo una reale politica di prevenzione sul territorio può portare alla riduzione di eventi come l’alluvione del 19 gennaio 2014. Lombroso ha poi portato in campo un dato economico citato anche da Doriano Castaldini, docente di Geomorfologia all’Università di Modena e Reggio Emilia: “I danni dell’alluvione di gennaio 2014 ammontano a circa 400 milioni di euro. Una politica preventiva costa all’incirca 120 milioni, spalmabili su piani pluriennali, perché i benefici della prevenzione durano più anni quindi il dato va interpretato in questo senso. Quindi non prevenire non è razionale nemmeno sul piano economico”. Una prevenzione che deve tener conto non solo delle precipitazioni e della presenza di animali selvatici ma anche del tipo di territorio che caratterizza la provincia modenese: un territorio complesso, in cui l’interazione tra aspetti geologici e fluviali porta il territorio ad essere particolarmente predisposto a vivere difficoltà sul piano idraulico.

Prevenzione

La prevenzione ha varie sfaccettature. Luigi D’Alpaos ha sottolineato l’importanza di conoscere la storia del proprio territorio: “Spesso si sa che un determinato territorio in passato ha sofferto di piene e alluvioni, ma si permette ugualmente di costruire sulle stesse aree colpite da quelle alluvioni”. Castaldini ha ribadito questo concetto, ribadendo che l’essere umano non deve occupare quei territori che sono del fiume e che il fiume, talvolta, si riprende. Opere tecniche che possono aiutare a prevenire le alluvioni e la cui efficacia è già stata dimostrata sono le casse d’espansione, ovvero aree predisposte a smaltire la piena attraverso sistemi idrualici. Le casse di espansione sono opere ingegneristiche che aiutano a ridurre il rischio di alluvioni, ma da sole non bastano, come dimostrano gli eventi di gennaio, dal momento che anche il Secchia è dotato di casse di espansione. Quindi qualcosa in passato è stato fatto, ma non è ancora sufficiente. Prevenire significa quindi dare spazio al fiume (con casse d’espansione, ma anche con golene) e non costruire troppo nelle sue vicinanze: “in questo senso la costruzione di opere pubbliche nei pressi dei fiumi, come sta avvenendo nei pressi del Secchia con i nuovi tunnel ferroviari, è un esempio di mancanza di progettualità in questo senso”, ha affermato Lombroso. La prevenzione poi passa attraverso l’implementazione di modelli matematici sempre più precisi che aiutino a studiare l’evoluzione del territorio fluviale, le piene e gli aspetti meteo-climatici: “I modelli matematici sono sistemi il cui scopo principale è quello di aiutarci a comprendere come funziona il sistema fiume-territorio. Occorre però tener conto che l’aspetto meteorologico è in un’ultima analisi una variabile casuale: gli episodi di gennaio 2014 lo confermano, la piena ha beffato i sistemi di controllo e di previsione. Serve quindi grande attenzione, capacità osservativa empirica e non solo l’affidamento ai modelli”, ha affermato l’ingegner Orlandini. La prevenzione, poi, ha bisogno anche di ampi orizzonti temporali per poter inquadrare i fenomeni nella giusta prospettiva – e anche per capire meglio quella nuova normalità di cui parlava Lombroso – e infine essere ben consapevoli che le politiche di prevenzione – come le casse d’espansione – riducono ma non annullano i pericoli di alluvione.

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Crediti immagine: GCVPC Modena, Flickr

Enrico Bergianti
Giornalista pubblicista. Scrive di scienza, sport e serie televisive. Adora l'estate e la bicicletta

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