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I migliori anni della nostra vita

Siamo più felici a 58 anni ma anche a 23 e a 69. Studi e sondaggi vanno alla ricerca delle età più soddisfacenti e dei motivi che le rendono tali

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SPECIALE DICEMBRE – I soldi raramente fanno la felicità, salvo li spendiate in modo molto opportuno. Ma ciò che è opportuno e buon investimento per uno non lo sarà per un altro. L’impazienza sembrerebbe anch’essa essere un deterrente per la felicità in generale. Eppure c’è di certo chi giurerebbe che la fretta che lo spinge a mangiare da Mc Donald’s lo premia poi con un panino che ritiene gustosissimo.

Tutte le volte che ci si interroga su come essere felici si arriva a conclusioni anche molto diverse tra loro, probabilmente perché è tra le domande più soggettive che ci si possa porre: non c’è di sicuro una ricetta valida per tutti. Forse un po’ più oggettiva una conclusione pubblicata lo scorso anno sul Journal of Happiness Studies, una ricerca secondo la quale siamo più felici quando facciamo la cosa giusta. Ma cos’è, in fondo, la cosa giusta? C’è almeno un’età per la felicità? Esiste un periodo della vita, un decennio, un momento, un giorno in cui siamo più felici? Anche qui se ne sono dette tante.

Qualche tempo fa il professor Cary Cooper dell’Università di Lancaster (non nuovo a questo tipo di indagini) ha condotto un sondaggio su 2.000 persone per circoscrivere questo periodo di gioia, e individuato l’età della felicità nei 58 anni. Coloro che li raggiungono hanno trovato un equilibrio tra vita privata e lavoro -si attengono alle ore contrattuali, fanno una pausa pranzo regolare seduti a un tavolo e non al pc-, e affrontano con una certa serenità l’arco di tempo che le separa dalla pensione. Commentando il sondaggio in questione, un’organizzazione di Cambridge che fa volontariato e organizza eventi per gli over 50 ha voluto dire la sua: dopo una certa età ci si prende meno sul serio e ci si fa coinvolgere di più da quanto ci capita (specialmente le cose positive), oltre a tenere in maggior conto la propria salute. Considerazione basata sull’esperienza diretta questa, ma che potrebbe aver isolato alcuni degli elementi a renderci più felici via via che invecchiamo.

Qual è invece l’età più stressante? Sempre secondo il sondaggio di Cooper sembrerebbe i 35 anni: la pressione del mantenere una famiglia, spesso un momento cruciale per stabilire la direzione da far prendere alla propria carriera, responsabilità e impegno sono al loro massimo nel cercare di bilanciare la vita privata e il lavoro. Le preoccupazioni finanziarie -legate inscindibilmente al proprio impiego- sono non per nulla state identificate come il maggior fattore di stress. Trascorrere del tempo di qualità con la propria famiglia/in coppia e fare un lavoro che si ama sono considerati, parallelamente, la prima e la seconda ragione di felicità.

Quindi diventiamo più felici via via che invecchiamo? Un sondaggio telefonico di Gallup nel 2013 sembrava arrivare alle stesse conclusioni (poi pubblicate in uno studio). 340.000 le persone coinvolte, d’età compresa tra i 18 e gli 85 anni, ma le motivazioni sono rimaste nebulose. “Potrebbe trattarsi di cambiamenti legati all’ambiente, o modifiche di tipo psicologico nel modo in cui si guarda al mondo, come anche non si può escludere che si tratti di un fattore biologico -ad esempio legato alla chimica del nostro cervello o a differenze a livello endocrino”, commentava Arthur Stone, autore della ricerca e professore di psicologia alla State University di Stony Brook, al New York Times.

In base al sondaggio di Gallup a 18 anni stiamo discretamente bene. Siamo mediamente soddisfatti della vita. Poi comincia a peggiorare e diventiamo anno dopo anno meno felici fino a raggiungere i 50. Poi l’ago della bilancia cambia ancora e stiamo sempre meglio, diventando degli 85enni più felici dei 18enni che siamo stati decenni prima. Perché? Le teorie in merito sono le più svariate: hanno le idee più chiare sulle cose davvero importanti nella vita, hanno ridotto le aspettative in merito perché determinati impegni (lavoro, famiglia) sono ormai alle spalle.

Uno sguardo meno poetico e rassegnato ma molto interessante lo offriva invece la rivista Cortex nel 2010, con uno studio in cui la spiegazione dietro la felicità senile era un’altra: gli anziani ricordano il proprio passato guardandolo attraverso una “lente positiva”. Il cervello processa i contenuti in modo diverso, con forti legami tra le regioni che elaborano le emozioni e quelle note per il loro ruolo nella formazione della memoria. Specialmente quella positiva, legata a momenti felici o soddisfacenti. Secondo sondaggi, indagini e studi vari, insomma, l’età sulla quale puntare arriva comunque dopo i 50. Seppur la London School of Economics and Political Science suggerisca di stare attenti anche ai 23 e in particolare ai 69.

@Eleonoraseeing

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Craig Sunter, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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