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Noi, vertebrati transgenici

DNA di batteri, geni di Neanderthal, denisovani e di svariati antenati dalla prima cellula in giù. Ma secondo alcuni ricercatori custodiamo in noi anche molto altro

RICERCA – Nei mitocondri abbiamo il Dna di antichi batteri, nel genoma una spolverata di geni di neanderthal, denisovani e di una folla di antenati dalla cellula primigenia detta Luca in giù. Da quindici anni, alcuni ricercatori dicono che per vie traverse ce ne sono arrivati parecchi altri.

I virus usano il DNA dell’ospite per replicarsi, poi vanno da altri ospiti e magari lasciano loro in regalo il gene di un batterio, di un’alga o di una muffa. Sono i principali responsabili del trasferimento orizzontale detto anche “laterale” dei geni, per distinguerlo da quello “verticale” che avviene tra genitore e figli. Ormai i genetisti lo ritengono normale nel caso dei procarioti e delle piante, ma quando si parla dell’Homo sapiens è un altro paio di maniche. Nel 2001, Jonathan Eisen dell’Università della California a Davis aveva demolito una ricerca che aveva identificato nel genoma umano, mappato di fresco, oltre 200 invasori. Di recente si ritiene un’invasione probabile, ma solo nel caso di certi tumori.

Chiara Boschetti e Alastair Crisp dell’Università di Cambridge la ripropongono, partendo da banche-dati molto più ricche che nel 2001, dai genomi completi di molte specie e da un nuovo metodo per filtrare le attribuzioni errate. Hanno cercato nel nostro trascrittoma (le sequenze di Rna corrispondenti ai geni attivi, che trasmettono alla cellula le istruzioni per produrre una data proteina), e in quello di altre 9 specie di primati, 12 di Drosophila, 4 di Caenorhabditis (e altri 14 vertebrati, per verifica) quanti erano i geni “stranieri” per ogni gruppo. Risultato:

Le specie di Drosophila, di Caenorhabditis e di primati ne hanno anche centinaia.

In media i primati ne avrebbero 109, noi almeno 145 tra i quali 17 erano già stati scoperti, e una cinquantina portati da virus. Quelli con una funzione ben identificata sono legati al metabolismo e al sistema immunitario, per esempio dai batteri ci è arrivato il gene ABO per gli antigeni che corrispondono ai gruppi sanguigni e dai funghi i geni degli enzimi (sintasi) per l’acido ialuronico.

Jonathan Eisen ha da ridire anche questa volta, ma trascura l’evoluzione dei rotiferi bdelloidei, citati nell’articolo, degli eucarioti come noi ma molto più tosti, studiati da tempo proprio da Chiara Boschetti. Sono piccoli invertebrati asessuati, delle rotifere in realtà, che si riproducono di madre in figlia da 80 milioni di anni. Eppure si sono diversificati in oltre 450 specie, una varietà che si spiega un po’ con felici errori di copiatura durante la clonazione e molto all’abbondanza di geni “stranieri”.

Perché loro sì, i moscerini, i nematodi e i primati no?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: rotiferi, Diego Fontaneto/Public Domain

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