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Papillomavirus: perché i genitori non vaccinano?

Paura per gli effetti collaterali, l'idea che se più tutelate le figlie possano avere una vita sessuale irresponsabile. Ecco cosa passa per la testa alle famiglie

2988216443_9e1af5375f_zSALUTE – Per il papillomavirus (HPV) un vaccino c’è, è sicuro e virtualmente efficace al 100%. Eppure dei tumori strettamente legati alla presenza del virus, come il cancro alla cervice (seconda tipologia più diffusa tra le donne) e quelli alla testa e al collo, si continua a morire. Perché? La motivazione va cercata in una serie di radicate convinzioni che ancora albergano nelle famiglie, dove i genitori non incoraggiano la vaccinazione delle figlie per ragioni che spaziano dal timore per la sicurezza del vaccino in sé fino all’idea che la tutela che garantisce spinga le giovani donne a una maggior promiscuità.

Considerando che almeno il 70% delle persone sessualmente attive contrae il virus almeno una volta nella vita, le precauzioni andrebbero prese lasciando da parte i timori infondati e/o poco scientifici. Ma finché queste convinzioni rimangono l’immunizzazione non può fare passi in avanti, ed è per questo che gli scienziati della McGill University, del Lady Davis Institute al Jewish General Hospital e dell’Institut National de Santé Publique du Québec hanno cercato di identificare i punti chiave che portano i genitori a decidere di non far fare il vaccino alle figlie. Ne parlano su Human Vaccines & Immunotherapeutics.

Più di settecento coppie, genitori di bambine tra i 9 e i 10 anni – tutte residenti in Quebec e con accesso gratuito a un programma di vaccinazione veicolato dalla scuola – hanno risposto a un questionario via mail sul vaccino per l’HPV. Le loro risposte sono state poi elaborate dal sistema chiamato Health Belief Model, che separa i “risultati” in cinque diverse aree: la percezione della gravità dell’infezione da HPV e la probabilità di contrarre il virus, la conoscenza dei benefici della vaccinazione e le influenze esterne (pro immunizzazione).

L’88% dei genitori che hanno partecipato al sondaggio avevano fatto vaccinare le loro figlie, e avevano una conoscenza molto dettagliata sia della facilità con la quale si può entrare in contatto con il virus sia dei benefici della vaccinazione. “Questi genitori si fidavano di più del programma di sanità pubblica, spesso erano stati incoraggiati dal proprio medico di base a far vaccinare le figlie e volevano proteggere le proprie figlie”, spiega Zeev Rosberger, direttrice del Louise Granofsky-Psychosocial Oncology Program.

Al contrario, i genitori che avevano preferito rinunciare all’opportunità della campagna di immunizzazione temevano gli effetti collaterali del vaccino, e non conoscevano nel dettaglio le conseguenze del papillomavirus. L’aspetto forse più interessante emerso dal questionario è che tutti i genitori, sia quelli che avevano fatto vaccinare sia gli altri, hanno detto di sentirsi poco informati, di avere una serie di domande sul vaccino rimaste senza risposta (nonostante la campagna informativa legata al programma di immunizzazione) e di essersi imbattuti nel tempo in una serie di informazioni poco precise, sulle quali avrebbero voluto chiarimenti.

Che possiamo fare ora, con uno approccio più consapevole a quelli che sono i dubbi delle famiglie e una linea di ricerca che tra prevenzione e diagnosi continua a fare passi in avanti? Secondo i ricercatori il punto di partenza devono essere i medici che seguono genitori e figlie, i quali dovrebbero raccomandare la vaccinazione con il vantaggio dei programmi di immunizzazione gratuita già avviati e diffusi nelle scuole. Un altro compito che spetta a loro è di informare dettagliatamente i genitori sulle patologie legate all’HPV, sul pre e post vaccino, rispondendo alle loro domande in modo che possano uscire dallo studio medico con tutte le informazioni necessarie per poter fare una scelta consapevole nell’interesse delle proprie figlie.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Lui, lei e il papillomavirus

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.

Crediti immagine: Dawn Huczek, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

10 Commenti

  1. Gentile dottoressa Degano lungi da me negare l’importanza passata e presente delle vaccinazioni. Sul vaccino contro il papilloma virus la questione mi appare, peró, un po’ più articolata. Nel senso che la vaccinazione non emancipa dalla necessità di pap-test ed eventuale colposcopia (oppure di ricerca virale con pcr) dato che, anche le ultime versioni del vaccino che comprendono un maggior numero di ceppi, non offrono una protezione del 100% e non consentono quindi di bypassare le pratiche di screening consigliate. Questo vaccino sarebbe un toccasana per i paesi in via di sviluppo o quelli che, in ogni caso non hanno implementato i sistemi di prevenzione del cancro del collo dell’utero. Nella nostra realtà, pur benedicendo qualunque cosa possa diminure il rischio di contrarre una neoplasia pericolosa, e ben sapendo che c’é una quota di donne che non fa lo screening (ma probabilmente tanto meno faranno il vaccino) mi chiedo se la rilevanza effettiva di tale specifica pratica vaccinale in termini di diagnosi in più e morti in meno, sia stata confrontata con l’incremento di spesa per il servizio pubblico. Spero di non essere apparso come inutilmente puntiglioso ma ritengo che questo aspetto sia un poco sottaciuto. Saluti.

    1. Ciao Robo, assolutamente non troppo puntiglioso, ho capito cosa intendi. La questione è certamente molto più ampia, ma nello specifico qui si fa riferimento a una realtà che non è la nostra (sono tutte famiglie del Qebec) concentrandosi più che sul rapporto efficacia-spesa del ssn sulle conoscenze dei genitori e su quali fattori non scientifici influenzano la loro decisione. Il che è invece un punto che può toccare anche molte altre realtà -come la nostra- dove non necessariamente il medico di base si spende per informare le famiglie su rischi dell’HPV e benefici del vaccino. Interessante è il fatto che sia i genitori che scelgono di vaccinare che gli altri dicano di sentirsi poco informati, mentre per arrivare alla complessità di cui parli tu penso sia fondamentale che le famiglie conoscano tutte le variabili (in modo da poter, appunto, decidere se farlo o meno anche in funzione di differenti sistemi di prevenzione)

  2. Non so quale sia il costo della vaccinazione in questione, ma in generale una campagna nazionale porterebbe a un notevole abbassamento del costo unitario per economia di scala.
    Anche se le campagne per pap-test e colposcopia non si potrebbero evitare, visto che il vaccino non azzera la possibilità di tumori a utero e cervice, i costi, diretti e indiretti, di ogni operazione evitata credo coprirebbero i costi di migliaia di vaccinazioni, se non decine di migliaia.
    Inoltre se è vero che l’incidenza di tumori all’ano, al pene e all’orofaringe correlati all’HPV nell’uomo è inferiore all’incidenza di tumori all’utero nella donna, se il vaccino è privo di gravi controindicazioni ed effetti collaterali e può proteggere l’uomo da una parte di questi tumori e magari diminuire la sua possibilità di infettare altri (uomini o donne) non capisco perché si limiti la vaccinazione al sesso femminile, bisogna tenere presente che esiste sempre una parte della popolazione che evita le vaccinazioni o su cui la vaccinazione non sortisce effetto, quindi a me sembra che sia meglio accerchiare il nemico da ogni parte (volendo usare una metafora bellica) invece di combatterlo solo sul fronte femminile.

  3. da quest’anno il vaccino è obbligatorio per i nati dal 2009 in poi all’età di 11 anni, maschi e femmine. Arriverà a suo tempo una lettera a casa.

  4. […] Stavolta si tratta di un caso di difterite e la situazione è sotto controllo, sembra, visto che i dati della Spanish Vaccine Society parlano di un 90% della popolazione coperta dai vaccini grazie ai programmi gratuiti di immunizzazione. Ma è comunque meglio non adagiarsi sugli allori (lo vogliamo ricordare il triste traguardo dell’Italia, al primo posto nell’Unione Europea per i casi di morbillo tra il 2012 e il 2013?): che fare? I professionisti della salute devono impegnarsi nel fare corretta informazione, ed essere pazienti e disponibili nel confronto con i genitori che ancora sono scettici o timorosi verso i vaccini. Devono trovare il tempo di parlare con loro, mostrare le evidenze scientifiche a sostegno della vaccinazione e permettere alle famiglie di arrivare alla decisione con a disposizione tutte le informazioni del caso. Una prassi che deve riguardare tutti i vaccini, anche quelli meno noti. […]

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