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Chimica: che ne pensano i britannici?

La comunicazione della scienza passa attraverso la raccolta dei dati: ecco i risultati di una nuova ricerca sulla percezione della chimica nel Regno Unito commissionata dalla Royal Society of Chemistry

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ESTERI – Come si comunica la scienza? In molti (troppi) hanno una risposta pronta che può essere riassunta in poche battute infuocate. In genere la ricetta parte da pochi, nettissimi presupposti, la cui veridicità è assiomatica. Il più frequente è il ben noto “la gente è ignorante/stupida” (anche se, ovviamente, mai quanto i giornalisti), e quindi sarebbe necessario alfabetizzare con ogni mezzo quella mandria di zucche vuote con diritto di voto con le quali ci si trova, proprio malgrado, a condividere il pianeta.

Sfortunatamente questo ragionamento, se così si può chiamare, deriva spesso dalla propria percezione personale della situazione, e ben raramente si pensa di dare un’occhiata a quello che dicono i dati provenienti dalle scienze sociali: del resto non sono mica “vere” scienze, perché perdere tempo coi sondaggi?

Non la pensa così la Royal Society of Chemistry (RSC), celebre istituzione che nell’ultimo anno ha commissionato un’indagine all’agenzia TNS BMRB con il preciso obiettivo di migliorare la comunicazione della chimica presso il pubblico del Regno Unito.

Si tratta della prima ricerca del suo genere esplicitamente progettata per misurare quello che i cittadini pensano della chimica, dei composti chimici e dei chimici. I risultati sono stati diffusi lunedì pomeriggio, e c’è molto su cui riflettere.

Come parte dello studio era stato chiesto ai membri della RSC come pensavano che il pubblico avrebbe risposto a diversi quesiti: secondo i chimici di professione il sondaggio avrebbe rivelato in generale sentimenti negativi verso la chimica, come una paura generale di qualunque cosa identificata come “composto chimico” (chemofobia) e una visione del chimico come tipico “scienziato pazzo”.

Al contrario, i dati hanno invece mostrato che la popolazione britannica è generalmente ben disposta nei confronti della chimica e di chi la pratica. La grande maggioranza dei cittadini ritiene che la chimica abbia portato grandi benefici alla società e riconoscono facilmente lo “scienziato pazzo” per quello che è, cioè uno stereotipo. Oltre a questo, il sondaggio nazionale ha rivelato che il 75% delle persone sa che qualunque sostanza, persino l’acqua, è dannosa oltre una certa soglia, mentre il 60% sa bene che qualunque cosa è costituita da composti chimici.

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A questo proposito i ricercatori dell’agenzia TNS BMRB puntualizzano che nel linguaggio del pubblico i “composti chimici” sono sia quelli che formano la realtà che ci circonda, sia i composti di sintesi che, a torto o a ragione, sono ritenuti pericolosi per la salute o l’ambiente. Il fatto che il pubblico possa usare l’espressione anche con un significato diverso da quello che usano gli scienziati, non significa necessariamente che non ne sia a conoscenza. Attenzione, quindi, a schernire chi parla negativamente dei “chemicals” perché il significato dipende dal contesto. Inoltre è importante sottolineare che nell’indagine, anche quando le persone esprimevano giudizi generalmente negativi sui “composti chimici”, il loro atteggiamento verso la chimica e i chimici risultava invece tendenzialmente positivo: i sentimenti associati ai “chemicals” non sono quindi proiettati sulla scienza che li studia o su chi la pratica.

Quello che manca al pubblico britannico è invece una vera e propria connessione emotiva con la chimica. Secondo l’indagine i cittadini faticano a trovare legami con la disciplina nella vita di tutti i giorni, e circa la metà specifica di non sentirsi abbastanza informata. C’è anche molta confusione riguardo al chimico come professione: molti confondono il chimico con il farmacista e non hanno idea della varietà di settori industriali dove i chimici sono fondamentali. La ragione di questa confusione è però anche storica, come spiega Chiara Ceci, Strategic Communications Executive alla Royal Society of Chemistry:

“La confusione chimico/farmacista è tipica britannica e si trova solo in altri paesi che erano sotto la sua influenza imperiale (Irlanda, India e altri paesi del Commonwealth). Il motivo è storico e culturale: i chemists si stavano affermando come scienziati professionisti alla fine del 1700 quando iniziarono a chiedere al governo un cambio di legislatura affinché anche loro e i druggist potessero preparare e commercializzare medicine (che fino a quel momento potevano essere venduti solo dagli apotecari). Il momento in cui il termine stava diventando parte della cultura popolare fu anche il momento in cui si legò alla figura del farmacista. Se dici chemists quasi tutti subita pensano alle farmacie e negozi Boots, ma c’è un motivo storico se la nota catena di farmacie aveva scelto il nome Boots, the chemist”.

Durante le discussioni di gruppo è anche emersa nel complesso un’immagine della chimica ancora fortemente associata ai ricordi della scuola dell’obbligo, verso la quale i cittadini sentono per lo più indifferenza.

Su questo vuoto, sia informativo che “emotivo”, tra il pubblico e gli scienziati dovranno concentrarsi gli sforzi dei comunicatori, ma come fare? Un primo passo potrebbe essere sfruttare il laboratorio chimico che ognuno di noi ha nella propria casa, cioè la cucina. La preparazione dei cibi è infatti un esempio di applicazione pratica della chimica che molti cittadini ancora non percepiscono e con la quale possono confrontarsi ogni giorno.

I risultati dettagliati dell’indagine sono disponibili all’URL http://rsc.li/pac, su twitter l’hashtag per discutere dei risultati è #chemperceptions

@RadioProzac

Leggi anche: Il nobel per la chimica l’ha vinto l’infinitamente piccolo

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: starmanseries, Flickr

Stefano Dalla Casa
Giornalista e comunicatore scientifico, mi sono formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrivo abitualmente sull’Aula di Scienze Zanichelli, Wired.it, OggiScienza e collaboro con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione. Ho scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione "Autisti marziani" (Zanichelli, 2014). Su twitter sono @Radioprozac

3 Commenti

  1. Vi è un interessante modo dire ,specialmente in ambito accademico: Che cosa è la CHIMICA? “E’ quella cosa con la quale e senza la quale tutto resta tale e quale”.
    Già in questa risposta troviamo un pessimismo di fondo che è ingiustificato, retaggio della legge di conservazione della massa di Lavoiser. Praticamente dal punto di vista emotivo, ma anche della passione per la scienza chimica siamo fermi a Lavoiser e ciò vale a livelli superiori come nelle Università. Tutto ciò volenti o nolenti dipende essenzialmente dalla scarsa capacità didattica di comunicare la CHIMICA. Molti docenti universitari “molto bravi” nel ripetere pedissequamente la loro lezione NON HANNO MAI FATTO UN ESPERIMENTO IN AULA. Il motivo è semplice gli esperimenti di chimica vanno provati e riprovati e molto spesso ciascun docente deve avere sia la “mano giusta” ma anche il collegamento diretto con la TEORIA. E poi molto spesso l’esperimento non riesce perchè il professore non ha capito la logica della reazione in atto, molto spesso assai differente da una reazione simile, ma non uguale, come direbbe Primo Levi.
    Tuttavia in molti casi gli esperimenti “essenziali per una corretta comprensione dei princiopi della chimica” vengono fatti dagli assistenti distratti o da qualche tecnico di laboratorio dove viene dato più spazio alla tecnica anzichè alla motivazione logico-deduttiva-teorica di ciò che si sta facendo. Tutto ciò crea due mondi separati : LA TEORIA e L’ESPERIMENTO. Questo spiega pure perchè noi italiani brevettiamo poco in ambito chimico rispetto agli spagnoli ed agli americani.
    Speriamo che le nuove generazioni di insegnanti siano più audaci, più spregiuducati nella rappresentazione sperimentale-teorica della scienza chimica ed oltre al PC, ai PPT e PDF usino soprattutto le proprie mani.

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