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Lo smartphone in classe, sì o no?

Se si twitta e messaggia sull'argomento della lezione, il cellulare diventa surrogato del blocco per appunti. E aiuta a ricordare

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TECNOLOGIA – No al Wi-fi nelle scuole, poi gli studenti si distraggono (o altre conseguenze poco chiare). Come se non ci fosse la connessione dati, peraltro. No ai cellulari, ai tablet, i ragazzi imparano meno perché durante le spiegazioni fanno altre cose. No a twittare tutto il tempo anche se è sulla conferenza che si sta seguendo, si perde il filo del discorso e gran parte delle informazioni. Siete d’accordo con almeno uno di questi tre punti? Perché di questi tempi, con le (non più così) nuove tecnologie che entrano in classe e lo smartphone che spesso diventa surrogato di un block-notes, non si può di molto rimandare il dare una risposta alle molte domande aperte, dall’apprendimento all’aspetto della questione che riguarda l’empatia.

Di sicuro affacciandosi all’utilizzo di Twitter, per esempio, molti si chiedono: ma se twitto durante tutta la conferenza, non rischio di perdermi gran parte delle cose che vengono spiegate? Ovviamente può capitare, all’inizio, non è certo semplice trovare l’hashtag corretto per seguire la discussione, cercare rapidamente gli interlocutori, ricordare il tutto, accorciare i link e via dicendo. Poi si prende la mano e (fidatevi) twittare a raffica diventa davvero un modo per prendere appunti e tenere traccia di eventi, magari con strumenti utili come Storify.

Sdoganato Twitter alle conferenze? Ok. E messaggi, Whatsapp e (sempre Twitter) nelle scuole? Risponde Mobile Phones in the Classroom: Examining the Effects of Texting, Twitter, and Message Content on Student Learning (I cellulari in classe: gli effetti dei messaggi, di Twitter e del contenuto dei messaggi sull’apprendimento degli studenti), uno studio appena pubblicato su Communication Education. Gli smartphone sono ovunque, premettono gli autori. Comprese le scuole. Gli insegnanti di ogni disciplina ora devono fronteggiare una serie di stimoli elettronici che attentano all’attenzione dei loro studenti – o che li aiutano nei momenti di crisi. È possibile concentrarsi con il dovuto impegno se nel frattempo si messaggia con gli amici?

La risposta è: dipende dal contenuto delle comunicazioni. Perché quando l’argomento dei messaggi è il tema della lezione, questo tipo di scambi diventa non solo tutto fuorché distrazione, addirittura una buona opportunità di apprendimento. Altri studi hanno già dimostrato che (e potevamo aspettarcelo) inviare messaggi durante la lezione su argomenti che non la riguardano fa calare il rendimento, gli appunti presi sono peggiori e si impara decisamente  di meno. Ma se la discussione verte davvero sugli argomenti della lezione la storia cambia. Il gruppo di J. H. Kuzkekoff lo ha sperimentato monitorando il rendimento scolastico in base non solo all’utilizzo dei vari dispositivi, ma anche tenendo in considerazione il contenuto dei messaggi e la loro frequenza.

Chi rispondeva a messaggi relativi al materiale della lezione – durante le spiegazioni – otteneva poi buoni punteggi rispetto a chi invece inviava messaggi su tutt’altri argomenti. Un’alternativa, non meno valida a quanto pare, al caro vecchio quaderno. Nello specifico, commentano gli autori della pubblicazione, i messaggi più rilevanti aiutano gli studenti a ragionare sulle informazioni e assimilarle in modo molto simile a quello che si verifica prendendo appunti. La situazione cambia ancora quando si prende in considerazione la rapidità: un tweet o un messaggio ogni tanto agli amici (anche se si chiacchiera dei programmi per il weekend) non è poi così terribilmente dannoso. Ma se diventa abitudine le conseguenze sull’apprendimento si sentono eccome: misurate in questo caso da un test a scelta multipla, le performance dal primo al secondo scenario calavano del 17%.

Oltre a cercare di dare una mano alle regole sull’utilizzo di dispositivi elettronici in classe, un altro aspetto che al gruppo di scienziati interessava approfondire è la capacità del nostro cervello di processare varie informazioni in risposta a più stimoli da fonti diverse. E ciò che ne emerge ci permette di fare un paragone tra la chiacchierata di persona e quella virtuale: commentare con il vicino di banco un passaggio poco chiaro aiuta lui a capire e noi a fermare il concetto. Raccontargli della nostra domenica al mare – o mandargli le foto di una serata su Whatsapp – chiaramente no.

@Eleonoraseeing

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Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Japanexperterna.se, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

4 Commenti

  1. Tra docenti e alunni durante le lezioni dovrebbe correre un dialogo di sguardi oltre che di parole, più d’uno sguardo assente durante una spiegazione dovrebbe imporre al docente un riesame dell’efficacia della stessa. In fin dei conti una lezione ben fatta è molto vicina a uno spettacolo teatrale, alzare le sopracciglia facendo una dichiarazione potrebbe indicare che si richiede di mettere in discussione quanto si sta dicendo, i miei migliori docenti dovevano fare un intervallo ogni ora, perché le loro lezioni richiedevano un’attenzione e una partecipazione assolute. Io non twitterei durante una bella piece teatrale o un bel concerto. Mi sembra che si sia perso completamente il gusto del momento, il godimento completo dell’hic et nunc, si è sempre, almeno a metà, altrove.

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