ricercaULISSE

Il segreto del multitasking? Un cervello “connesso”

4453018910_613ea8d637_z
RICERCA – Stare davanti allo schermo di un computer con almeno 10 schede aperte e nel frattempo guardare la tv, magari sorseggiando un caffè. La tecnologia, e internet in particolare, ci sta abituando a essere sempre più multitasking. Ma cos’è che ci permette di gestire contemporaneamente diverse attività saltando con disinvoltura dall’una all’altra? La cooperazione dinamica tra diverse aree del cervello. È il risultato del lavoro di un gruppo di ricercatori volto a caratterizzare le interazioni tra regioni cerebrali di volontari sottoposti a test cognitivi. Lo studio, condotto dal Dipartimento di ingegneria della University of Pennsylvania di Philadelphia e due centri di ricerca tedeschi, l’Istituto Centrale di Salute Mentale di Mannheim e il Dipartimento di Psichiatria e Psicoterapia dell’Università di Medicina Charité di Berlino, è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS).

L’esperimento ha coinvolto 344 individui sani, che gli studiosi hanno osservato mentre si alternavano nello svolgimento di due diversi compiti: in quello di controllo, meno impegnativo, i partecipanti dovevano digitare dei numeri su una tastiera man mano che comparivano su uno schermo; nell’altro, progettato per indurre anche uno sforzo di memoria, dovevano invece scrivere non l’ultimo numero, ma quello apparso nella sequenza due volte prima. I ricercatori hanno monitorato l’attività cerebrale dei partecipanti sottoponendoli – sia durante i singoli test che nel passaggio dall’uno all’altro – a misure di risonanza magnetica funzionale (fMRI), una tecnica di imaging che consente di visualizzare le variazioni di flusso sanguigno nel cervello, fattore legato al livello di attività neuronale.

Piuttosto che concentrarsi su singole aree cerebrali, gli autori dello studio hanno considerato le interazioni tra diverse regioni del cervello e hanno osservato che, se nella condizione di controllo le reti neurali della corteccia cerebrale interagivano in modo piuttosto uniforme, durante lo sforzo di memoria alcune regioni del cervello si attivavano in modo sincronizzato, aggregandosi in strutture densamente interconnesse che comunicavano tra loro, a formare una rete complessa e in continua evoluzione. Mappando queste connessioni e confrontandole con i risultati dei test, si sono resi conto che i partecipanti che erano riusciti meglio nel compito mnemonico, e quindi nell’alternarsi tra le due attività, presentavano una maggiore flessibilità nelle connessioni della corteccia frontale, e anche un maggior numero di interazioni con altre aree cerebrali.

Studi di questo tipo, mirati a indagare i fattori che influiscono sulla flessibilità cognitiva, potrebbero contribuire a incidere su patologie associate a una riduzione delle funzioni esecutive, come autismo, schizofrenia e demenza.

Leggi anche: Brain training: funziona davvero?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Ryan Ritchie, Flickr

Valentina Tudisca
Mi occupo di relazioni tra scienza e società per l'Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del CNR, ho un dottorato in fisica e scrivo di scienza per diverse testate, tra cui National Geographic, Sapere e OggiScienza

3 Commenti

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: