Clima: Italia da che parte stai?

Le politiche energetiche italiane stentano ad allontanarsi da una logica di dipendenza dagli idrocarburi, trascurando le possibilità offerte dalle energie rinnovabili.

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AMBIENTE – A dicembre, anche l’Italia sarà presente a Parigi alla ventunesima Conferenza mondiale sul cambiamento climatico che molti definiscono, per l’ennesima volta, “l’ultima spiaggia” per una strategia ambientale seria a livello internazionale. Ma come si sta muovendo la politica italiana in questa direzione? Ne parliamo con Gianfranco Padovan, presidente di Energoclub, associazione che si occupa di promuovere le energie rinnovabili a livello nazionale.

Con quale politica energetica si presenterà l’Italia a Parigi?

Purtroppo non credo ci saranno grandi novità. La Strategia Energetica Nazionale si fonda principalmente sulla coltivazione e sull’utilizzo delle fonti fossili, un’idea che invece dovrebbe far parte del passato per investire con decisione sulla produzione energetica da fonti rinnovabili.

L’Italia punta ancora sulle fonti fossili e sull’estrazione di idrocarburi in mare…

Sì, il Ministero dello Sviluppo Economico punta sul mare per estrarre prevalentemente gas naturale e sulla terra ferma per il petrolio. Nel documento “Il Mare” della Direzione Generale Risorse Minerarie del MISE vengono individuate le zone per regione con le concessioni di estrazione mineraria, ci sono dati aggiornati e statistiche ma non si parla dell’impatto dell’attività estrattiva sull’ecosistema marino e nulla si dice sulla coltivazione delle rinnovabili nei nostri mari. In particolare non viene fatto nessun riferimento sugli effetti a livello d’inquinamento acustico dell’airgun. Si tratta di un dispositivo che comprime l’aria e la spara sott’acqua in modo da creare un’onda acustica di cui si studia la diffusione nel fondale, tramite geofoni e accelerometri, per poi ricostruire la struttura geologica e scoprire giacimenti di idrocarburi. Adesso che al largo della Sardegna si vogliono aprire le operazioni di ricerca nei fondali profondi sarebbe opportuno che il problema dell’inquinamento acustico non venisse sottovalutato proprio lì dove ci sono colonie di grandi mammiferi marini che potrebbero subire danni e importanti alterazioni comportamentali.

Il mare potrebbe invece essere una risorsa energetica rinnovabile anche in Italia?

Certo, è da dire che i nostri mari e le nostre coste non sono caratterizzate da moti ondosi con densità energetiche come quelle delle coste atlantiche della Scozia, Gran Bretagna e Norvegia. Non ci sono neppure maree come nei fiordi norvegesi o in Francia, dove a La Rance c’è una centrale da 240 MW in funzione dal 1966 che farà da modello per le future centrali in Gran Bretagna. Ci sono però correnti marine nello Stretto di Messina e in prossimità delle isole. Ci sarebbe anche la possibilità di generare energia utilizzando il gradiente termico tra la superficie del mare e il fondale, oppure la differenza di salinità tra l’acqua dei fiumi che sfociano in mare e l’acqua salata del mare. Molto importante può essere l’eolico offshore la cui potenzialità è ben oltre i 2 GW, limitandoci a conteggiare le potenze dei progetti studiati e interrotti dal 2006 a oggi, che purtroppo sono ben quindici.

Perché il settore eolico offshore in Italia non è mai partito?

Il governo Renzi e i governi che lo hanno preceduto sono inadempienti. Due di questi progetti sono stati ritirati mentre gli altri oltre all’autorizzazione attendono di ottenere gli incentivi, in analogia a quanto deciso dal Governo per gli impianti a biomassa. Al momento sull’eolico offshore non esistono regole per valutarne i progetti, non si dicono quali sono le aree da tutelare e perché sono da tutelare, non si dice come informare i cittadini, non si dicono quali sono le linee guida per realizzare i parchi offshore. E questo accade mentre Germania, Olanda, Spagna e Francia hanno già realizzato 85 parchi offshore per 10,4 GW di potenza installata. La Germania proprio quest’anno ha aggiunto altri 20 parchi eolici offshore e raggiungerà i 7,4 GW di potenza installata entro il 2019. Il bello è che questi 20 progetti hanno ottenuto finanziamenti dalla Commissione Europea.

Ci parlava dello Stretto di Messina, quali sono le potenzialità di quest’area?

Nello Stretto di Messina, nel canale di Sicilia, nelle bocche di San Bonifacio, pure nella laguna di Venezia e attorno alle isole, ci sono correnti mare-motrici che possono generare energia elettrica con tecnologie che hanno molte analogie con l’eolico. Solo che in questo caso al posto dell’aria c’è l’acqua, che ha densità mille volte maggiore. Uno studio dell’ENEA del 2012 ha messo a confronto le varie tecnologie stimando che dallo Stretto di Messina potrebbero essere ottenibili da 9 a 180 GWh per una potenza da 16 a 280 MW in funzione delle soluzioni tecnologiche utilizzate. Non ci sarebbe neanche l’impatto visivo degli impianti offshore.

Quali sono le principali novità inserite dal decreto Sblocca Italia per la politica energetica italiana?

Anche in questo caso si parla di sfruttamento di idrocarburi e la novità più rilevante è stata introdotta con l’articolo 38 dello stesso Decreto che prevede un procedimento unico (durata massima di 180 giorni), per il rilascio di un titolo concessorio unico che riguarda sia la fase di ricerca che quella di coltivazione di idrocarburi. Inoltre, possono essere autorizzati, per la durata di cinque anni, eventualmente prorogabili, progetti sperimentali di coltivazione delle risorse nazionali di idrocarburi offshore. Si afferma che le attività saranno sottoposte a un programma dettagliato di monitoraggio e in caso di fenomeni di cedimento del fondale marino dall’estrazione di idrocarburi, la sperimentazione verrà immediatamente sospesa. Ma nessun accenno viene fatto ai danni sulla fauna marina. Di fatto lo Sblocca Italia ribadisce che le risorse energetiche fossili sono considerate come strategiche per il paese e che le decisioni sul da farsi sono assunte dal Governo esautorando le Regioni e i Comuni. In estrema sintesi, avanti tutta con le prospezioni, le concessioni e gli sfruttamenti dei giacimenti lungo le coste e nell’entroterra italiano.

Quali sono le principali azioni che il Governo dovrebbe attuare per una transizione verso le rinnovabili?

Le possibili azioni da mettere in atto le abbiamo descritte nel Piano Energetico Nazionali proposto da Energoclub. Il Governo deve capire prima di tutto che continuare a utilizzare le fonti fossili, al di là di andare in direzione opposta alla sfida al cambiamento climatico, significa anche caricarsi di responsabilità nei confronti di migliaia di morti premature provocate dalla PM2,5. Morti legate per oltre il 70% alle combustioni nei motori a combustione interna e alle caldaie residenziali.  È comodo però, comodissimo trovare nel Governo le cause di tutto il male che ci avvolge. Sulla questione energetica c’è una fortissima corresponsabilità di noi tutti, della nostra cultura, della nostra incapacità di comunicare e di decidere. Ognuno di noi ha la possibilità di utilizzare solo fonti rinnovabili sia che si tratti di elettricità sia di energia termica. Non è un’utopia. Le tecnologie e le soluzioni ci sono, basta informarsi. Per esempio, ogni famiglia può cambiare il proprio fornitore di energia che nella maggior parte dei casi è prodotta con fonti fossili e acquistare l’energia elettrica da un distributore che a sua volta acquista energia generata però con fonti rinnovabili. Ancora, oggi le auto elettriche hanno costi di gestione che sono da un terzo fino a un quinto più bassi rispetto a una auto a combustione che puzza e inquina.

In generale quando acquistiamo qualsiasi oggetto informiamoci sul modo in cui è stato prodotto prima che arrivi nelle nostre mani e premiamo quelli con un minore impatto ambientale. Se queste informazioni non ci sono sulle etichette, esigetelo. Scrivete ai produttori. Fatevi sentire.

Leggi anche: Verso Parigi, tra diritto alla salute e rischi climatici

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Kim Hansen, Wikimedia Commons

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