Notti più buie per migliorare la fertilità

Alla sera meglio evitare di tenere accesa la luce troppo a lungo: si alterano gli equilibri dei ritmi circadiani, con possibili conseguenze sul sistema riproduttivo

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GRAVIDANZA E DINTORNI – Cerchi un bimbo, e magari non sei più giovanissima? Allora alla sera spegni presto la luce (ma anche pc, tv, tablet e smartphone). Potrebbe sembrare solo un’allusione maliziosa, e invece il consiglio arriva dritto dal mondo scientifico, perché sempre più studi stanno mettendo in relazione funzioni riproduttive e ritmi circadiani, quei ritmi fisiologici che si ripetono con regolarità ogni 24 ore, in accordo con la naturale alternanza tra giorno e notte. O, meglio, tra luce e buio. Un esempio? La produzione di melatonina – l’ormone del ciclo sonno-veglia – che, in condizioni fisiologiche, è confinata solo alle ore notturne, quelle prive di luce. In effetti, si sa da tempo che le donne nelle quali i ritmi circadiani sono sfasati, perché lavorano su turni o sono sempre in viaggio tra fusi orari differenti, soffrono di vari problemi nell’ambito della salute riproduttiva: irregolarità del ciclo mestruale, alterazioni dei livelli di alcuni ormoni, endometriosi, difficoltà nel concepimento e, in caso di gravidanza, aumento del rischio di parto prematuro o di basso peso alla nascita del bambino. Ora, però, c’è anche chi suggerisce che alterazioni del ritmo circadiano possano giocare un ruolo nel naturale calo di fertilità che si accompagna all’età, e che una buona igiene dell’alternanza luce-buio possa dare una mano nel mantenere la fertilità nelle migliori condizioni possibili, il più a lungo possibile. Lo studio in questione, pubblicato su Cell Reports, è stato condotto sui topi, e benché i risultati non siano immediatamente trasferibili alla nostra specie, offre alcune conferme e apre la strada a interessanti prospettive .

Nana Takasu e colleghi, dell’Università di Osaka, in Giappone, sono partiti da un’osservazione preliminare: il fatto che nei topi (ma succede anche a noi) sia il sistema di regolazione dei ritmi circadiani, sia la fertilità tendono a “perdere colpi” con il passare del tempo. Da qui l’idea che ci possa essere un collegamento tra i due aspetti. Per capire meglio, occorre fare un passo indietro e vedere come funzionano le cose. Nei mammiferi, la centrale di controllo dei ritmi circadiani è il nucleo soprachiasmatico, una struttura cerebrale che sta nell’ipotalamo. La centrale riceve informazioni precise sulle condizioni ambientali esterne, in particolare sui livelli di luminosità e, in base a queste, organizza il proprio ritmo di lavoro su turni regolari di 24 ore, dettandolo anche al resto dell’organismo. Alla base di tutto c’è un orologio molecolare costituito da alcuni geni (Clock, Bma1, Cry e Per).

I ricercatori giapponesi hanno eliminato il gene Cry da alcuni topi femmine, scoprendo che negli animali giovani la conseguente anomalia dell’orologio biologico interno non aveva effetti sulla fertilità, mentre gli effetti c’erano eccome negli animali più anziani, di “mezza età”. In questi individui, la regolarità dei cicli estrali veniva meno e il tasso di gravidanze dopo una sessione di accoppiamenti era molto più basso rispetto a quanto accadeva per topoline altrettanto “attempate”, ma con il gene Cry funzionante. Non solo. Takasu e collaboratori hanno anche osservato – ed è il bello dello studio – che bastava intervenire sulle condizioni ambientali esterne, alterando artificialmente la lunghezza del giorno e della notte, per rimettere in riga i cicli estrali delle topoline di mezza età senza Cry, riducendone il tasso di infertilità.

Il messaggio è chiaro: almeno nei topi, l’equilibrio dei ritmi circadiani è importante per mantenere una buona fertilità, anche in età che cominciano a diventare critiche. E nelle donne? “Ovviamente, è presto per dire se questi risultati siano validi anche nella nostra specie”, commenta il ginecologo Angelo Cagnacci, professore dell’Università di Modena e Reggio Emilia e autore di vari studi sulla regolazione giornaliera e stagionale della riproduzione. “Però sappiamo che anche il nostro orologio biologico perde colpi con l’età, con i ritmi interni che fanno più a fatica a sincronizzarsi con quelli esterni. Si tratta di capire se questo abbia a che fare con la riduzione della fertilità che accompagna l’invecchiamento, e se piccole strategie di compensazione ambientale possano attenuare il fenomeno”. Gli autori dello studio giapponese sembrano abbastanza convinti di queste prospettive: “Negli esseri umani – scrivono – è stata proposta l’esistenza di una sorta di jetlag sociale, per cui l’alternanza tra le ore di lavoro e quelle di riposo non coincide più con il ciclo veglia-sonno imposto dall’orologio biologico interno. È possibile che questa sfasatura, o altre irregolarità nello stile di vita, siano associate a irregolarità nei cicli mestruali”.

Tra i meccanismi in gioco potrebbe esserci l’alterazione dei ritmi di secrezione della melatonina. Tra le sue varie funzioni, infatti, questo ormone ha anche quella di dare il tempo ai processi ormonali che portano all’ovulazione. Inoltre, in virtù delle sue proprietà antiossidanti, sembra proteggere gli ovociti dal rischio di danno ossidativo, un rischio che cresce con l’età. Il punto è che la melatonina viene prodotta quando c’è buio: se alla sera teniamo la luce accesa troppo a lungo (vale anche quella dei dispositivi elettronici), non diamo modo all’organismo di produrne a sufficienza, secondo i giusti ritmi. Ecco perché, anche in assenza di studi clinici definitivi condotti nella nostra specie, si moltiplicano gli appelli a mantenere una migliore igiene circadiana per provare a migliorare la fertilità, soprattutto quando ci si avvicina al suo naturale esaurimento. Niente paura, non è difficile: basta ridurre l’illuminazione serale ed evitare di passare le notti a leggere, davanti alla tv, in chat o con un tablet in mano. Mentre c’è chi comincia a suggerire l’utilità di appositi filtri per bloccare le componenti della radiazione luminosa più attive nel segnalare all’organismo che non deve produrre melatonina.

Ovviamente, deve essere chiaro che non stiamo parlando della possibilità di ritardare l’arrivo della menopausa con qualche ora di buio in più: “La durata del periodo fertile dipende dalla consistenza della riserva ovarica. Finiti gli ovociti, non c’è più nulla da fare”, chiarisce Cagnacci. E però non è solo questione di quantità, ma anche di qualità. “Con il passare del tempo, gli ovociti non solo si riducono, ma si rovinano, perché tendono ad accumulare danni dovuti all’azione di agenti esterni, come il fumo di sigaretta o gli inquinanti ambientali, o interni, come lo stress ossidativo dovuto alle reazioni metaboliche cellulari”. E quindi, se la prima cosa da fare per non mancare l’appuntamento con la cicogna è non aspettare troppo a lungo, la seconda è prendersi cura del proprio stile di vita, per mantenere in forma i propri ovociti. Sì a un regolare esercizio fisico e a una sana alimentazione, varia ed equilibrata, no ad alcol, fumo e, se possibile, a troppe notti bianche.

Leggi anche: PMA: troppi ovociti, più rischi per il bebé

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Crediti immagine: planetchopstick, Flickr

Informazioni su Valentina Murelli ()
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

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