Il primo caso di Ebola trasmesso sessualmente

Un nuovo studio dimostra che il virus può vivere più a lungo del previsto nel liquido seminale e solleva importanti interrogativi sulla gestione della comunicazione del rischio

Women_Farmers_in_Itoculu,_Monapo_District,_Mozambique
ATTUALITÀ – Un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine conferma il primo caso di Ebola trasmesso per via sessuale. Si tratta di una donna liberiana ammalatasi a marzo dopo aver avuto rapporti sessuali non protetti con un uomo che aveva contratto la malattia sei mesi prima ma che era stato dichiarato guarito da un esame del sangue. Il virus, quindi, sarebbe in grado di sopravvivere nei fluidi corporei molto più a lungo di quanto ritenuto finora.

Nell’editoriale che accompagna lo studio, la notizia viene catalogata tra quelle da “maneggiare con cautela”. Se la trasmissione del virus per via sessuale avesse avuto un ruolo importante nella diffusione della malattia, il numero di casi registrati finora sarebbe stato decisamente maggiore, considerando che i sopravvissuti all’epidemia sono circa 17.000, metà dei quali di sesso maschile. I casi sospetti sono finora solo 20 e questo resta l’unico a oggi confermato. Tuttavia, l’articolo pone l’accento sul fatto che il virus Ebola può riservare, purtroppo, ancora tante sorprese.

Il primo caso di trasmissione sessuale di un virus appartenente alla famiglia dei Filoviridae, la stessa dell’Ebolavirus, fu registrato nel 1967, quando una donna contrasse il virus Marburg dal marito, guarito 6 settimane prima. L’analisi del liquido seminale del marito confermò la modalità di trasmissione. Non sono stati registrati altri casi di trasmissione di questi virus per via sessuale fino a questo descritto nello studio condotto dallo U.S. Army Medical Research Institute of Infectious Disease in collaborazione con il Liberian Institute for Biomedical Research. Come sono riusciti ricercatori a verificare con certezza come e quando il virus è stato trasmesso?

Al momento del contagio, nel marzo 2015, in Liberia non si registravano nuovi casi di Ebola da 30 giorni. Non c’erano, quindi, evidenti fattori di rischio per la donna se non un rapporto sessuale non protetto con un partner che aveva contratto la malattia 7 mesi prima, nel settembre 2014. L’analisi del liquido seminale dell’uomo ha confermato la presenza del virus che, tuttavia, non era riscontrabile dalle analisi del sangue compiute contemporaneamente. Lo stesso risultato negativo sul sangue dell’uomo era stato ottenuto molto tempo prima, a ottobre 2014, quando l’uomo era stato dichiarato guarito. Le analisi genetiche, inoltre, hanno confermato che si tratta proprio dello stesso virus che ha infettato la donna, quasi 200 giorni dopo.

Che il virus Ebola potesse sopravvivere a lungo in alcune parti del nostro organismo era cosa già nota. Nonostante il virus sia presente nel sangue dei pazienti solo nella fase acuta della malattia, il suo l’RNA era stato isolato nel latte materno 15 giorni dopo la comparsa dei sintomi, nelle secrezioni vaginali fino ai 33 giorni successivi, nell’umor acqueo dell’occhio fino a 98 giorni e nel liquido seminale fino a 101 giorni post contagio. Per questo le raccomandazioni dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) prevedevano per i sopravvissuti alla malattia rapporti sessuali protetti per i 3 mesi successivi alla guarigione. In una nota successiva alla pubblicazione dello studio, alla luce di questi nuovi risultati, l’OMS raccomanda di continuare l’uso delle precauzioni anche oltre i tre mesi e fino ad una doppia analisi negativa sul liquido seminale.

Dicevamo che la notizia della pubblicazione di questi risultati potrebbe avere importanti risvolti sociali nei paesi colpiti dall’epidemia e, pertanto, va accompagnata con alcune caute riflessioni che riguardano la comunicazione del rischio. Se ne fa portavoce Armand Sprecher di Medici Senza Frontiere, che proprio dalle righe dell’editoriale del NEJM ricorda come i sopravvissuti al virus abbiano già alle spalle una pesante malattia e, spesso, molte perdite tra le persone care. Trattarli -ancora- come possibili veicoli del virus non farebbe altro che aumentare la loro sofferenza e il loro disagio sociale (di cui abbiamo già parlato qui). Non va dimenticato, inoltre, che una gestione scorretta della comunicazione di questo potenziale rischio e il conseguente stigma dei sopravvissuti potrebbe disincentivare i nuovi malati a presentarsi nei centri di cura e quindi essere controproducente per il monitoraggio dell’epidemia.

Leggi anche: Primi risultati per il vaccino contro l’Ebola

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Diksha41, Flickr

 

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