Non solo pipistrelli: quando i primati veicolano virus

I macachi possono ospitare gli astrovirus di diverse specie, anche quelli che negli umani sono responsabili di diarrea, nefriti, epatiti ed encefaliti

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SCOPERTE – “Se sei un pipistrello potresti avere un astrovirus, ma se sei un primate potresti avere di tutto”. Questo incoraggiante commento di Lisa Jones-Engel, ricercatrice al National Primate Research Primate Center dell’Università di Washington, è il perfetto riassunto di un nuovo studio pubblicato su PLOS Pathogens che racconta come i macachi possano ospitare quei virus che negli umani causano la diarrea o la gastroenterite. Si tratta degli astrovirus (o AstV), virus a RNA associati nel nostro caso anche a nefriti, epatiti ed encefaliti, ma che in base alla specie che li ospita possono essere asintomatici. L’unico trattamento per contrastarli, ora come ora, è mantenersi bene idratati per recuperare i liquidi perduti.

Quando l’argomento è la diffusione dei virus, i pipistrelli – le volpi volanti, se vogliamo pensare all’esempio dell’epidemia di ebola tra Guinea, Liberia e Sierra Leone di quest’anno – sono considerati i vettori più importanti, anche se agli stessi scienziati la motivazione del perché siano ospiti tanto favorevoli rimane una domanda in parte aperta: è per il gran numero di specie e individui presenti sul nostro pianeta o davvero i chirotteri hanno un qualcosa, legato alla fisiologia o al comportamento, che li rende particolarmente adatti? (L’anno scorso un articolo su wired.com sviscerava la questione particolarmente bene, sottolineando che qualsiasi sia l’animale che veicola il virus l’aspetto più importante da considerare è proprio la sua ecologia.)

Nel nuovo studio i ricercatori hanno lasciato da parte i pipistrelli e si sono concentrati sui primati, circa 900 esemplari provenienti da Bangladesh e Cambogia, nei quali hanno trovato astrovirus caratteristici di un gran numero di specie dai cani alle mucche, fino agli uccelli e agli esseri umani.  Il 7,7% dei campioni di feci esaminati è risultato positivo per astrovirus e la maggioranza di questi positivi era molto simile (tra il 79 e il 100%) agli AstV associati a infezioni umane. L’infezione da AstV non è specie-specifica dunque, e può muoversi di mammifero in mammifero, commentano i ricercatori in un comunicato.

I dubbi ancora da chiarire sono principalmente due: il primo è se i primati infettati soffrano di qualche tipo di patologia o se nel loro caso l’AstV sia asintomatico come spesso accade (anche per le volpi volanti con il virus dell’ebola), visto che nessuno dei primati coinvolti nella ricerca mostrava segni di malattie. L’altro aspetto nebuloso è se questi virus siano in grado di ritornare indietro, ovvero di essere nuovamente trasmessi dai primati agli esseri umani. In quelli osservati dai ricercatori due specie diverse di AstV si sono ricombinate, il che – anche se per ora si tratta solo di teorie – potrebbe averne reso più efficace la trasmissione. Se in Occidente la possibilità di contatti ci sembra remota, in zone come quelle in cui è stata condotta l’indagine esseri umani e primati non umani vivono invece fianco a fianco, il che renderebbe più facile un eventuale nuovo contagio.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Il primo caso di ebola trasmesso sessualmente

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: RedCoat, Wikimedia Commons

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collaboro con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99 dove scrivo di etologia, cognizione animale e zoologia. Nel 2016 ho vinto il Premio Giornalistico Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "Il diabete sui media" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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