Aspettando Star Wars VII: come risvegliare i suoni originali

Le pellicole analogiche con il tempo sono soggette a degrado chimico-fisico, e rischiamo di perdere molti materiali originali. Alcune tecniche cercano di salvare i preziosi materiali, entrati nella storia del cinema.

515378308_dffa34466b_z

APPROFONDIMENTO – È quasi finito il conto alla rovescia per cinefili, appassionati ed esperti di fantascienza: il nuovo episodio di Guerre Stellari arriva nelle sale carico di aspettative e curiosità.
La febbre del pubblico, come noto, è più che giustificata. Sono passati infatti quasi quarant’anni dalla prima trilogia, e a Star Wars VII – The Force Awakens tocca in qualche modo trovare una riconciliazione con le produzioni di fine anni Settanta, per ridefinire quella che in molti descrivono senza timore come una vera e propria religioneCome ogni religione, anche quella di StarWars ha i suoi feticci e le sue reliquie, oggetti che risentono degli effetti del tempo che passa.

Tanto tempo fa… in analogico

La produzione della saga è partita in un’epoca quasi del tutto priva di strumenti digitali – al contrario della seconda triologia, datata anni Duemila, ricca di effetti speciali realizzati per lo più con trucchi come blue screen e graphic design.  Costumi, oggetti di scena, set, realizzati dai primi tecnici di George Lucas sono già in parte protetti dall’occhio vigile di conservatori di progetti ideati ad hoc, come il recupero della casa natale di Luke Skywalker.

Tra questi preziosi materiali, sono compresi anche i fragili supporti su cui vennero registrate le immagini e i suoni che compongono la fitta trama di Guerre Stellari. A realizzare i suoni inconfondibili della spada laser, delle voci di alieni come Chewbacca o droidi come R2D2, fu la squadra capitanata da Ben Burtt, un giovane fisico che sognava di  entrare nel programma spaziale alla NASA, e che si è trovato invece a ricreare ex novo un universo e a popolarlo di voci. Anche molti degli effetti sonori degli ultimi film sono prodotti con simile attitudine, genio e pazienza di quei primi artigiani di Hollywood, ma alcuni dei vecchi suoni sono ormai degli standard richiesti in diverse scene, ed è utile ritornare alla fonte originale.

Tuttavia, quei nastri sono vittima di pericolosi processi di degrado chimico-fisico che hanno colpito tutte le pellicole prodotte e stampate fino agli anni Novanta, ben noti ai restauratori della Cineteca di Bologna, per esempio, o del Rochester Institute of Technology. Molto materiale girato in pellicola, originale e no, nel corso dei decenni è andato irrimediabilmente perduto, ed è ormai riconosciuta l’importanza di prestare anche al cinema e alla fotografia la stessa attenzione dedicata a beni artistici più “tradizionali”. In particolare, il degrado che minaccia l’audio originale di Star Wars prende il nome di stick-shede syndrome, la sindrome dell’incollamento.

Sindrome dell’incollamento, maneggiare con cautela

Così come la sindrome dell’aceto – ovvero il rilascio, a causa dell’umidità, di acido acetico, riconoscibile dall’odore, che piega e distrugge substrato e immagine – la sindrome dell’incollamento è un processo quasi inevitabile, che rende alla lunga inutilizzabili le vecchie pellicole in acetato di cellulosa. Questo materiale è un polimero estremamente sensibile all’umidità e al calore, anche se in misura minore delle più vecchie pellicole in nitrato di cellulosa, che prendevano letteralmente fuoco anche durante le proiezioni. Fu per questa ragione che la Kodak introdusse a fine anni Quaranta le pellicole relativamente più resistenti in acetato.

Per i nastri in cellulosa dedicati all’audio, quest’effetto di invecchiamento si manifesta colpendo le particelle di ossido di ferro che compongono le tracce audio, disgregandole e mescolandole pericolosamente nella poltiglia collosa prodotta dall’acido acetico. La conseguenza è che i nastri faticano a girare nelle bobine durante e dopo la riproduzione, e rischiano di arricciarsi e rompersi. Il fenomeno è stato osservato per la prima volta a metà anni Settanta, e interessa in modo importante prodotti usati nell’industria del cinema – anche se, in altra misura, effetti simili si hanno anche nelle più comuni collezioni domestiche di musicassette e VHS anni Ottanta e Novanta. Un bel problema per gli ingegneri del suono che vogliono riutilizzare e digitalizzare i suoni orginali direttamente dalla fonte.

Soluzione? Si può provare a regolare il tasso di umidità dell’ambiente di conservazione, per esempio con sali igroscopici, oppure, anziché cercare temperature di conservazione più fredde, come da procedura per le pellicole fotografiche e cinematografiche, si può ricorrere alla tecnica del baking, letteralmente cottura al forno. In speciali fornetti, ai nastri megnetici viene fornito calore, lentamente e a temperature relativamente basse. La speranza è quella di facilitare l’evaporazione delle molecole d’acqua e provare così a rivitalizzare i legami magnetici delle particelle metalliche e a sbarazzarsi delle masse collose accumulate sul nastro.

Purtroppo, questa tecnica non risolve però il problema definitivamente. Infatti, la procedura è piuttosto empirica a seconda dei casi, non c’è una ricetta standard a cui riferirsi, rischiando quindi di compromettere ulteriormente i nastri. Anche quando la cura del forno funziona, la qualità dell’audio del nastro recuperato non sarà completamente fedele all’ascolto della prima stampa.

Il baking è a volte un azzardo, ma viene usato da diversi istituti di conservazione e restauro in giro per il mondo; alcuni di questi provano a raffinarlo con studi di ricerca mirati, come il team dei conservatori della Library of Congress di Whashington , o del British Museum. In tempi più recenti è arrivata anche la messa a punto di alternative al baking, per non limitarsi alla sola riproduzione una tantum per salvare il salvabile, basate sugli studi pioneristici di Edward F. Cuddihy, ricercatore NASA e JPL.

Alla dimensione materica di un’opera d’arte bisogna garantire le giuste cure – che i due aspetti siano intrinsecamente legati lo pensava già addirittura il filosofo tedesco Walter Benjiamin – ma se dovessero fallire i conservatori professionisti, ci pensano gli adepti di Star Wars a  catalogare i suoni di una galassia lontana lontana.

@NightTripping

Leggi anche: Casa Bianca, Morte Nera

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.
Crediti foto: Star Wars, Flickr

1 Commento su Aspettando Star Wars VII: come risvegliare i suoni originali

2 Trackbacks / Pingbacks

  1. La Forza è potente in questo Robot | OggiScienza
  2. Film e serie: cosa ci aspetta nel 2016 | OggiScienza

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: