Tra due litiganti il DNA mette la pace

L’analisi del DNA da resti antichi permette non solo di fare una datazione più precisa sui reperti paleontologici, ma anche di delineare un quadro sempre più realistico del passato. Il sequenziamento di genomi degradati e contaminati è diventato possibile solo grazie all’avanzamento tecnologico degli ultimi anni.

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SPECIALE DICEMBRE – È entrata nella classifica di Science sulle 10 scoperte più importanti del 2015 e, soprattutto, ha finalmente risolto la controversia legale tra lo Stato di Washington e le tribù dei nativi americani: si tratta della datazione dei resti dell’uomo di Kennewick attraverso l’analisi del DNA.
A giugno, infatti, la rivista Nature ha pubblicato i risultati ottenuti dal sequenziamento del DNA estratto dalle ossa della mano dello scheletro di Kennewick. Secondo gli autori, sebbene il genoma fosse molto degradato, le analisi genetiche sono piuttosto convincenti e dimostrano che i resti in questione appartengono a un individuo strettamente imparentato con i nativi americani. Ciò potrebbe porre fine a una questione quasi ventennale: se, infatti, lo scheletro è collegato alle tribù indiane che per prime hanno popolato l’America, allora dovrebbe essere consegnato ai loro discendenti e ricevere degna sepoltura. Altrimenti, come invece rivendica l’esercito statunitense, potrebbe continuare a essere studiato dagli scienziati e rimanere al Burke Museum di Seattle.

La storia dell’uomo di Kennewick nasce nel 1996 quando, durante una regata nel fiume Columbia River vicino alla cittadina di Kennewick, due spettatori ritrovano sulla spiaggia un teschio umano. Sul sito, gli archeologi recuperano uno scheletro umano quasi completo, con più di 350 ossa e altri frammenti.
A questo punto inizia la battaglia legale tra lo Stato di Washington e i nativi americani: quel tratto di fiume è controllato dall’U.S. Army Corps of Engineers, sezione dell’esercito statunitense specializzata in ingegneria e progettazione, e allo stesso tempo è considerato parte della patria nazionale da cinque tribù della Confederazione della Riserva di Colville. Secondo il Graves Protection and Repatriation Act, legge americana del 1990, se si trovano dei resti umani su terre federali ed è possibile dimostrare un legame ancestrale con le tribù indiane, allora le ossa devono essere restituite ai discendenti.

Per risolvere la controversia, viene chiamata in causa la scienza. La prima datazione al radiocarbonio colloca l’origine dello scheletro tra 8300 a 9000 anni fa, quindi compatibile con la teoria dei nativi americani, ma le successive analisi sulla forma del cranio stabilirono che l’individuo era troppo vecchio e morfologicamente troppo diverso da queste tribù per essere considerato loro antenato. Anzi, l’uomo di Kennewick sembrava più simile ai gruppi dell’area circumpacifica, come gli Ainu e i Polinesiani, che a quelli della costa pacifica nord-occidentale. Tra i numerosi tentativi di estrarre il DNA dalle ossa del suo scheletro, nessuno aveva avuto esito positivo.

La svolta arriva un paio di anni fa quando, grazie all’avanzamento tecnologico, sono state messe a punto nuove metodologie di sequenziamento del DNA. In particolare, lo studio di paleogenetica che ha aperto la strada a nuove analisi sull’uomo di Kennewick è del 2014, quando alcuni ricercatori sono riusciti a esaminare il genoma di un uomo di Neanderthal vissuto 130 mila anni fa, a partire da un singolo osso del dito del piede.
Nella storia del “Grande Vecchio”, come chiamano l’uomo di Kennewick i nativi americani, vengono a questo punto coinvolti due gruppi di ricerca, esperti in analisi genetiche e nel sequenziamento del genoma da campioni molto degradati. Si tratta del gruppo di Morten Rasmussen ed Eske Willerslev, autori di uno studio sul DNA di un ragazzino vissuto 12600 anni fa, i cui resti sono stati scoperti nel sito archeologico Anzick Clovis, nel Montana, e di quello di Carlos Bustamante, genetista alla School of Medicine di Standford, che ha collaborato al sequenziamento del genoma di Ötzi.
Gli scienziati hanno scoperto che l’uomo di Kennewick è geneticamente molto vicino alle tribù di Colville e ad altri gruppi del nord, come gli Ojibwa e gli Algonquin, ed è molto più legato ai nativi americani che agli Ainu e ai Polinesiani, come creduto finora.

“L’analisi del DNA è un nuovo importante strumento per lo studio delle grandi diaspore umane e della storia delle popolazioni indigene”, ha commentato Bustamante in un comunicato. “Ora vorremmo adottare questa tecnica in nuovi settori, tra cui la medicina legale e l’archeologia perché, come ha dimostrato il caso di Kennewick, può fornire mezzi oggettivi di valutazione sia per quanto riguarda la discendenza genetica che la parentela tra individui antichi e popolazioni attuali”.
Nel frattempo i membri delle tribù di Colville tirano un sospiro di sollievo e si preparano a riportare in tribunale il caso del loro antenato.

Leggi anche: Le quattro fasi evolutive del corpo umano

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.
Crediti immagine: Chris_Parfitt, Flickr

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