Sherlock, dove eravamo rimasti

Torna un episodio speciale della serie Sherlock, in attesa della quarta stagione prevista nel 2017.

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STRANIMONDI – Farà una fugace apparizione nelle sale cinematografiche italiane il 12 e 13 gennaio prossimi, mentre i privilegiati spettatori d’Oltremanica l’hanno già potuto gustare dal 1 gennaio 2016: stiamo parlando di L’abominevole sposa, episodio speciale cinematografico della serie televisiva della BBC Sherlock. L’episodio sarà doppiamente fuori posto. In primo luogo, si è detto, sarà proiettato al cinema e non andrà in onda sul piccolo schermo. In secondo luogo, se negli episodi della serie regolare l’ambientazione è ai giorni nostri, sempre al 221b di Baker Street ma in una Londra contemporanea e luccicante, caotica e ipertecnologica, l’episodio speciale ripropone invece Sherlock e il sodale dottor John Watson nella Londra vittoriana. I due saranno come sempre interpretati dalla coppia Benedict Cumberbatch (Sherlock) – Martin Freeman (Watson), fuoriclasse assoluti e colonne portanti della serie e, immaginiamo, del film.

Ma dove eravamo rimasti? La serie televisiva finora si compone di tre stagioni, uscite nel 2010, 2012 e 2014 (e di un webisodio di 7 minuti). La quarta stagione dovrebbe uscire nel 2017 e l’episodio cinematografico arriva a cercare di offrire un po’ di sollievo ai fan che da molti mesi ormai aspettano di rivedere all’opera Sherlock e Watson (e non solo loro, considerando come finisce l’ultimo episodio della serie, ma non inoltriamoci in pericolosi spoiler).

Le stagioni di Sherlock sono composte ciascuna da tre episodi, ognuno della durata di circa 90 minuti. La serie è innovativa sotto diversi aspetti. Innanzitutto, l’ambientazione. Gli autori attualizzano luoghi e tempi dei romanzi e dei racconti di Arthur Conan Doyle, che fungono spesso da spunto e ispirazione per gli intrecci degli episodi. Tuttavia le puntate della serie si slegano agevolmente dalle pagine di Conan Doyle, in quanto sono perfettamente calati, come detto, nella Londra contemporanea. La serie ha così portato Sherlock nel ventunesimo secolo, osando anche di più dello Sherlock Holmes geniale e muscolare con il volto di Robert Downey Jr. dei film diretti da Guy Ritchie, Sherlock Holmes (2009) e Sherlock Holmes – Gioco di ombre (2011)I film di Ritchie mostrano un protagonista altrettanto geniale, il solito Sherlock, con diversi elementi di trama, scenici e narrativi presi in prestito da un protagonista di film d’azione. Il tutto, naturalmente, con le straordinarie abilità deduttive che lo contraddistinguono.

Per quanto lo Sherlock interpretato da Downey Jr sia estremamente coinvolgente e accattivante, quello della serie scritta dagli autori Steven Moffat e Mark Gatiss – che interpreta nella serie Mycroft Holmes, fratello altrettanto geniale di Sherlock – risulta forse più credibile e meglio assimilabile all’originale. Il paragone poi non regge se estendiamo l’analisi anche alla figura di Watson e al modo in cui Watson e Sherlock interagiscono. Nei film di Ritchie, Watson è interpretato da Jude Law che, seppur bravo, non riesce a creare una sintonia totale con lo Sherlock-Downey Jr. Nella serie invece, sin dalla prima puntata, si può notare come tra Cumerbatch e Freeman la sintonia sia molto più concreta e profonda. I tempi della serie televisiva poi fanno il resto, aiutando gli autori a creare un Watson sempre più co-protagonista e non soltanto mera spalla del fenomenale protagonista.

Ma torniamo a Sherlock. Nella prima stagione l’investigatore di Baker Street si presenta come un vero e proprio scienziato, per la precisione uno scienziato della deduzione sempre immerso nelle riflessioni e nel suo palazzo mentale. Il suo comportamento da sociopatico (“ad alta funzionalità”, puntualizzerebbe Sherlock) egocentrico ed estremamente borioso lo avvicina a più riprese a un altro (presunto) genio del piccolo schermo, Sheldon Cooper di The Big Bang Theory. Inoltre, le dinamiche casalinghe che si sviluppano fra Sherlock e Watson finiscono anche per avvicinare il dottore interpretato da Freeman con il coinquilino di Sheldon, Leonard Hofstadter. Se però in Big Bang Theory spesso le lodi che Sheldon si attribuisce sono immeritate o, quantomeno, eccessive, in Sherlock Cumberbacth e il suo personaggio sono realmente e totalmente geniali. Le capacità deduttive di Sherlock sono messe bene in evidenza nella scena dell’incontro con John Watson nel primo episodio della serie, “Uno studio in rosa”, in cui viene riadattato un dialogo simile tratto dal libro Uno studio in rosso.

Fra i grandi meriti e punti di forza della serie è impossibile non citare il montaggio e la grafica, elementi portanti della narrazione e fondamentali per permettere allo spettatore di orientarsi negli episodi. La struttura narrativa di ciascuna puntata richiede grande attenzione a chi guarda, le deduzioni di Sherlock sono spesso veramente veloci e spesso molto rapidamente sono esposte all’incredulo personaggio di turno: la grafica che mette in evidenza dati, dettagli, testi di biglietti, sms o e-mail consente alle immagini di inquadrare altri dettagli, o i volti dei protagonisti, senza però dover indugiare su schermi di cellulari o computer, fornendo al montaggio una vasta scelta. L’alto livello grafico e visivo della serie è perfettamente rappresentato dalle meravigliose dissolvenze che spesso compaiono. Il ritmo delle puntate, la grafica, il montaggio, i fulminanti dialoghi tra Cumberbatch e gli altri attori sono perfettamente funzionali a una serie che fa della tecnologia e della velocità un elemento portante.

L’abilità degli autori sta poi nel saper attualizzare non soltanto i mezzi tecnologici a supporto dei protagonisti, ma il saper tradurre perfettamente le trame nei contesi socio-politici attuali. Così Sherlock non è solo un valido rinforzo a una Scotland Yard spesso in affanno in casi di omicidio o quando si tratta di dare la caccia ai serial killer (come nel caso della prima puntata della prima stagione, “Uno studio in rosa”), ma anche in casi di controspionaggio (“L’ultimo giuramento”), antiterrorismo (“La cassa vuota”, che offre anche diversi rimandi al film V per Vendetta) e operazioni militari (“I mastini di Baskerville”). Nel proporre a Sherlock casi intricati e rivali dalla mente brillante gli autori non perdono l’occasione per dare vita alla storica e classica nemesi dell’investigatore di Baker Street, James Moriarty, e lo fanno in modo veramente eccezionale. Moriarty è interpretato magnificamente da Andrew Scott (l’abbiamo visto recentemente nei panni di uno dei rivali di James Bond in Spectre) che riesce a dare uno spessore e una credibilità assoluti a un personaggio che sul piano intellettivo è a livello di Sherlock. È estremamente malvagio ma anche a tratti ironico e comico. In certi frangenti la mimica e le frasi di Moriarty non possono che ricordare il grandioso Joker di Heath Ledger, in cui follia, imprevedibilità, sarcasmo e genio convivevano in un mosaico perfetto. Nella scena che segue possiamo vedere di fronte Sherlock e Moriarty in un efficace riassunto delle capacità di autori e cast, capaci di un cambio di ritmo e di registro magistrale in uno dei momenti di maggiore tensione della serie.

Ambientazione, cast stellare, scrittura e produzione di altissimo livello: Sherlock è una serie capolavoro, che nulla ha da invidiare ai grandi marchi d’oltreoceano.

Leggi anche: Film e serie: cosa ci aspetta nel 2016

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

2 Commenti su Sherlock, dove eravamo rimasti

  1. Condivido a pieno ciò che hai pubblicato. Sherlock nella serie televisiva è più completo a mio parere, anche perché i produttori sono stati anche molto capaci nell’introdurre una serie di racconti ambientati del periodo vittoriano, perfettamente nel mondo contemporaneo, giustificando ogni movimento del protagonista. La scienza della deduzione esiste, il palazzo mentale esiste, nessuna finzione.

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