Sesso e disabilità: la figura del lovegiver

Un percorso per aiutare le persone disabili a vivere la sessualità e la fisicità in modo più sereno: è quanto propongono alcune associazioni che promuovono la figura del lovegiver. Anche in Italia si apre il dibattito su questa possibilità

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SENZA BARRIERE – In Italia, dal 2014, c’è un’associazione che si batte per il riconoscimento di una figura professionale il cui ruolo, per molti aspetti, risulta ancora controverso: il lovegiver, un assistente sessuale formato per accompagnare la persona disabile nel percorso di scoperta del proprio corpo e della sessualità.

Per un disabile la sfera sessuale risulta spesso inaccessibile e questo può essere motivo di forte frustrazione. Le barriere sono di vario tipo, in primo luogo sociali, come ricorda Valentina Cosmi, sessuologa clinica della Società italiana di Sessuologia e Psicologia. “Si pensa, sbagliando, che un persona con un deficit fisico o mentale sia disconnessa, che non abbia pulsioni o desideri e che non possa entrare in relazione con l’altro a livello affettivo e sessuale. Si tratta di idee errate.

La sessualità è un aspetto che riguarda ognuno di noi, in ogni fase della propria vita”, spiega la sessuologa. Il mancato riconoscimento a livello sociale di un’identità sessuata e l’attribuzione al disabile del cosiddetto “sesso degli angeli” non sono gli unici ostacoli. Spesso, le difficoltà più grandi riguardano il rapporto che la persona con disabilità vive con il proprio corpo. Chi ha un problema motorio non è in grado di gestirsi autonomamente. E ancora, chi ha un deficit di tipo cognitivo può approcciarsi in modo scorretto al partner o ai propri bisogni, spesso anche con azioni autolesive. È in questo contesto che nasce l’esigenza di una figura professionale che guidi l’individuo in un percorso di conoscenza personale, commisurato al grado di disabilità.

“In altri Paesi, come Germania, Olanda, Danimarca, Austria e Svizzera, i lovegiver sono da tempo una realtà”, racconta Maximiliano Ulivieri, attivista impegnato nella lotta per il riconoscimento a livello legale di questa figura. Ulivieri vive in prima persona la disabilità a causa della sindrome di Charcot-Marie Tooth di tipo 1A, una malattia genetica rara che gli impedisce di camminare e ha congelato gran parte dei suoi movimenti. Ne parla nel libro “LoveAbility“, narrando anche le storie di altri che, come lui, si sono scontrati con barriere di tipo affettivo e sessuale.

Ulivieri racconta un’esperienza di isolamento, fatta di luoghi che non facilitano l’incontro con le persone e i rapporti sociali, di tabù, di desideri taciuti e repressi. Ma affronta anche le difficoltà del rapporto con i familiari, spesso indifferenti rispetto ai bisogni sessuali del proprio figlio. Non di rado, infatti, le famiglie tentano di reprimere le pulsioni, ignorando il problema o allontanando il partner, magari per timore di gravidanze indesiderate o perché spaventate dalla sessualità della persona disabile, avvertita come qualcosa di incontrollabile. “Ci sono casi in cui i familiari di vedute più ampie, per sopperire alle necessità del figlio, si rivolgono a escort o prostitute (o prostituti maschi) ma non è questo il tipo di supporto di cui si ha bisogno”, continua Ulivieri. “I disabili necessitano dell’aiuto concreto di un esperto che insegni loro come amare e essere amati.”

La proposta del comitato “LoveGiver” mira proprio a questo: “alla formazione di un professionista di qualsiasi orientamento sessuale che, preparato da un punto di vista teorico e psicocorporeo sui temi della sessualità, aiuti la persona con disabilità fisico-motoria e/o psichico/cognitiva e/o sensoriale a vivere un’esperienza affettiva, erotica e sensuale volta alla scoperta di sé e dell’altro”. “Sono temi scomodi. Parlarne non è facile”, dichiara Ulivieri. “I limiti più grandi riguardano l’associazione del lovegiver alla prostituzione ma, in Italia, il percorso di assistenza non contempla rapporti sessuali di alcun tipo e si discosta totalmente dall’antico mestiere. E, occorre ricordarlo: è un training educativo-riabilitativo dal numero di incontri limitato”.

A che punto è, dunque, l’iter di riconoscimento di questa figura? “L’Italia, oggi, è l’unico Paese a richiedere un riconoscimento formale. Il 9 aprile 2014 è stato presentato in Parlamento il disegno di legge n. 1442 ‘Disposizioni in materia di sessualità assistita per persone con disabilità’, che definisce i dettagli professionali del lovegiver. Non è ancora stato calendarizzato e discusso. Siamo consapevoli delle difficoltà che incontrerà questa proposta, ma la semplice apertura di un dibattito costituisce già una vittoria”, conclude l’attivista. “Poter disporre della propria sessualità è un diritto soggettivo assoluto tutelato dalla Costituzione e, come tale, deve essere garantito a tutti. Continueremo a lottare per il riconoscimento di questa figura”.

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Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Crediti immagine: Shaji Mathew, Flickr

4 Commenti su Sesso e disabilità: la figura del lovegiver

  1. Massimo Moxedano // 1 febbraio 2016 alle 16:39 // Rispondi

    Si tratta solo di educazione e cultura degli italiani. Qui in Norvegia i disabili non hanno nessun problema del genere. Idem per le persone abili o come ci possiamo definire. I disabili si sposano con persone normali, hanno figli ovviamente se possono ecc. I cittadini non hanno nessuna cura particolare verso il disabile perché è definita una persona normalissima. Ovviamente ci si sta semplicemente più attenti in alcuni casi, un po come quando facciamo più attenzione ad un bambino quando gattona per i pavimenti di casa, attenzione a non pestarlo ecc. Insomma, è solo questione di educazione e di cultura. La mia compagna è disabile, è in sedia a rotelle e io non mi sono mai dovuto vergognare e mai nessuno mi ha fatto sentire a disaggio per questo. Idem per lei, tutti la trattano come una persona normale. Non parlo del sesso perché andiamo troppo sul privato, ma voglio dare un contributo a chi ha qualche dubbio dicendo che anche in questo non esistono problemi. In merito all’affetto, forse sono ancora più dolci e affettuosi di noi comuni abili. Non sono l’unico ad avere una compagna disabile, e non sono l’unico italiano qui in Norvegia. Spero di aver detto abbastanza e spero che possa essere utile a chi ha dei dubbi. Un abbraccio a tutti Emoticon wink Massimo Emoticon kiss

    • Marilena Maffioletti // 23 febbraio 2016 alle 21:59 // Rispondi

      Sono la mamma di un giovane con sindrome di Down autonomo e molto socievole. Vorrei sapere come vengono considerate in Norvegia le persone come lui. Grazie, ricambio l’abbraccio

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