L’arte preistorica siciliana e l’evoluzione umana

Le incisioni e le pitture parietali preistoriche dei siti archeologici siciliani possono fornirci molte informazioni sulla vita dei gruppi umani del Mediterraneo. Dal procacciamento di cibo alla spiritualità

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“Gli archeologi sono sempre più simili ai direttori d’orchestra: raccogliamo dati dalla fisica, chimica, genetica, arte e tecnologia e cerchiamo di fare il punto della situazione.” Crediti immagine: Giampiero Di Maida

RICERCANDO ALL’ESTERO – “Lo studio dell’arte preistorica fornisce l’unica vera finestra sul mondo spirituale di quei gruppi umani che si spostavano nel Mediterraneo e ci può aiutare a capire come questi movimenti si siano svolti, in che epoca, con che direzione e scopo. Certo, è anche una cosa che mi appassiona di per sé, ma l’arte preistorica rappresenta uno dei tanti elementi che abbiamo per ricostruire la vita di queste persone”.

Nome: Gianpiero Di Maida
Età:
36 anni
Nato a: Palermo
Vivo a: Kiel (Germania)
Dottorato in (in corso): Human development in landscapes (Kiel, Germania)
Ricerca: L’arte della preistoria in Sicilia e le nuove metodologie di ricerca.
Istituto: Christian-Albrechts-Universität zu Kiel (Germania)
Interessi: suonare la batteria, andare bicicletta.
Di Kiel mi piace: le persone sono rilassate, è una città a misura d’uomo, fantastica per i ciclisti.
Di Kiel non mi piace: la scarsa attenzione per il cibo.
Pensiero: Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s’annichila (Giordano Bruno).

Quando parli di preistoria, a che periodo ti riferisci?
Il mio lavoro si concentra sul tardoglaciale, cioè l’ultima fase dopo il massimo glaciale, quindi tra 14 e 10 mila anni fa. A questo periodo risalgono il primo popolamento della Sicilia e le sue prime attestazioni artistiche. La Sicilia ha un record di arte preistorica tra i più ampi d’Europa: scoperta nel secondo dopoguerra, studiata molto negli anni ’50 e ’60 e poi per decenni trascurata dagli scienziati. Ci sono casi famosi come le incisioni rupestri nella grotta dell’Addaura a Palermo che hanno catturato l’attenzione di un sacco di studiosi, ma in generale la Sicilia è rimasta un po’ estranea alla rivoluzione metodologica che ha coinvolto tutta l’archeologia preistorica negli ultimi 20 anni.

L’obiettivo della mia ricerca è trovare un collegamento tra l’arte preistorica in Sicilia, i gruppi umani che l’hanno prodotta e il paesaggio in cui vivevano. Parliamo di arte preistorica in senso lato, parte del mio lavoro consiste proprio nel cercare di dare un’attribuzione cronologica più precisa alle incisioni rinvenute.

Che metodologie utilizzate negli studi archeologici e artistici?
Il carbonio 14 ha sicuramente rivoluzionato la ricerca archeologica, soprattutto in campo cronologico dove prima ci si basava su interpretazioni soggettive. All’inizio l’uso del C14 ha causato un po’ di difficoltà perché si credeva, erroneamente, che il suo contenuto atmosferico fosse rimasto costante nel tempo. Oggi invece si lavora con una curva di calibrazione elaborata grazie al confronto tra la dendrocronologia, cioè lo studio degli anelli di alcune specie arboree, e la quantità di carbonio presente.

Ci sono poi le analisi degli isotopi stabili presenti nelle ossa, che permettono una ricostruzione precisa e specifica della dieta dell’individuo che si sta campionando. È possibile addirittura dire cosa ha mangiato negli ultimi 10 anni della sua vita: se ci pensiamo un attimo, il grado di precisione che riusciamo a raggiungere è mostruoso. Lo studio del DNA antico ha un ruolo importante per capire a che tipo di gruppi appartengono i resti umani trovati, da dove venivano, chi erano i loro antenati.

Per quanto riguarda l’arte, una tecnica che va parecchio di moda adesso è la ripresa digitale in 3D, usata per creare una documentazione di base di incisioni e pitture. Si possono utilizzare scanner dedicati, che costano davvero tantissimo in ragione al fatto che la loro applicazione prioritaria è la medicina o l’ingegneria aerospaziale; oppure ci sono nuove tecniche low cost come la structure from motion, con cui sto lavorando adesso. Sostanzialmente basta utilizzare una qualunque reflex o macchina digitale, estrarre i dati di distanza focale presenti in ogni singola foto e inserirli in particolari software opensource.

Con la rielaborazione informatica, è possibile creare nuvole di punti, cioè modelli 3D, dei soggetti fotografati con una precisione paragonabile a quella degli scanner professionali. Il numero di foto necessarie dipende dal modello che si vuole ottenere, per uno semplice bastano 20 immagini ma si può arrivare anche a oltre 200. Il limite è rappresentato dalla potenza di calcolo del computer: questi programmi devono estrapolare dati da una cosa che non è pensata per creare 3D, cioè da una foto digitale, e quindi c’è un grosso lavoro di post-processamento.

Per l’attribuzione cronologia, esistono stili artistici di riferimento?
In parte sì ma non ci sono, come per la storia dell’arte, dei movimenti o delle tendenze artistiche definite, anche se in quasi 100 anni di studio siamo riusciti ad assegnare un certo stile a un determinato periodo dell’evoluzione. Si possono creare punti di riferimento in base ai dettagli dei soggetti stilistici, in genere specie animali: se c’è solo il profilo o tutto il corpo, se ci sono o meno rifiniture interne, se ci sono elementi naturalistici o se la rappresentazione è astratta.

Un altro aspetto fondamentale è la domesticazione degli animali, avvenuta tra paleolitico e neolitico. Spesso ci sono dettagli che permettono di riconoscere se gli animali sono addomesticati o meno. Le pitture nella grotta del Genovese, sull’isoletta di Levanzo di fronte a Trapani, contengono chiaramente figure di animali con collari, lazi o corde e forme umane stilizzate che li trasportano. In altri siti, ci sono invece animali come l’uro, un bovino selvatico oggi estinto, cervi o equidi, come l’Equus hydruntinus.

In genere la datazione su base stilistica è un po’ vaga e lascia una finestra di incertezza di migliaia di anni. Per la Sicilia, si può in parte restringere il campo facendo riferimento all’epoca del primo popolamento, che sappiamo essere tardiva rispetto al resto d’Europa. Nel tardoglaciale lo stile è naturalistico, negli anni successivi diventa astratto fino alla comparsa di decorazioni geometriche e di ceramiche.

Quali sono le prospettive future del tuo lavoro?
Innanzitutto continuare a raccogliere dati per la documentazione digitale dei siti siciliani, circa una decina tra le province di Trapani e Palermo. In collaborazione con l’istituto Max Planck di Lipsia stiamo sperimentando un approccio per la datazione cronologica basato sull’analisi delle patine di carbonato di calcio presenti sopra o sotto le incisioni. L’idea è verificare il contenuto in torio e uranio, isotopi instabili che funzionano da veri e propri orologi naturali.

Il problema di questo metodo è che a volte fornisce solo una data minima e se il risultato ottenuto indica un’epoca come il medioevo, l’analisi perde di utilità. Abbiamo applicato questa metodologia a Levanzo, caso abbastanza fortunato perché negli anni ’60 è stato fatto un piccolo scavo nella zona antistante la grotta ed è stato rinvenuto un blocco di calcare con incisa una figura. Il ritrovamento è avvenuto in un livello archeologico datato con il C14: non succede quasi mai di avere un appiglio sia stilistico che cronologico.

Toglimi una curiosità, come mai sei all’estero per studiare l’arte preistorica italiana?
Una parziale spiegazione è che in Sicilia non ci sono cattedre universitarie di archeologia quindi tutti gli studi vengono fatti da persone esterne. Le Soprintendenze fanno molto ma la preistoria non ha lo stesso richiamo, turistico e quindi economico, dell’archeologia classica.

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