Un anno nello spazio: il viaggio verso Marte si può fare

La One Year Mission sulla ISS sta per volgere al termine. L'astronauta NASA Scott Kelly e il cosmonauta russo Mikhail Kornienko torneranno sulla Terra il 1° marzo dopo 342 giorni nello spazio

one year mission kelly kornienko

Trascorrendo un anno nella Stazione Spaziale Internazionale, gli astronauti Scott Kelly e Mikhail Kornienko hanno fornito informazioni importanti sugli effetti della vita a zero gravità sul corpo e sulla mente. Crediti immagine: NASA

CRONACA – Quali effetti ha sul corpo e sulla psiche passare un anno nello spazio? Rispondere a questa domanda spetta alla One Year Mission, letteralmente “missione di un anno”, condotta dall’astronauta della Nasa Scott Kelly e dal cosmonauta russo Mikhail Kornienko. I due astronauti sono partiti lo scorso 27 marzo per raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) e il rientro è previsto per il 1° marzo 2016, dopo 342 giorni di permanenza nello spazio durante le Missioni 43, 44 e 45 della ISS.

La missione ha permesso di studiare come la microgravità influisca sul corpo umano e sulla psiche degli astronauti, confinati in moduli abitativi metallici in un ambiente angusto e lontano dalla Terra. I risultati porranno così le basi della traversata che i futuri coloni spaziali dovranno affrontare per raggiungere Marte, viaggio della durata stimata di 30 mesi.

La presenza nella squadra di Scott Kelly, in orbita per 342 giorni mentre il fratello gemello Mark lo aspettava sulla Terra, offre anche la possibilità di studiare i gemelli con stesso DNA e dunque gli effetti molecolari della microgravità e dell’esposizione alle radiazioni nello spazio.

Un anno a gravità zero: quali rischi?

Il primo è sicuramente l’atrofia dei muscoli e gli edemi, soprattutto quello facciale. In assenza di gravità i fluidi tendono a risalire verso l’alto e il rischio per gli astronauti è quello di sviluppare un edema facciale, con tutte le ripercussioni negative del caso. Altro problema è poi quello dell’aumento della pressione intracranica, che può causare problemi alla vista, andando anche a modificare la forma del bulbo oculare.

Assolutamente da non sottovalutare poi è l’aspetto psicologico della missione. Ogni astronauta viene sottoposto a test cognitivi e tiene un diario giornaliero in cui annota i suoi stati d’animo, come Kornienko che ha raccontato di aver sentito la mancanza della Terra, ma soprattutto degli odori tanto da arrivare ad avere allucinazioni olfattive.

Questo perché la sfida più difficile, ha spiegato Kelly lo scorso 25 febbraio in collegamento dalla ISS con la Nasa Television, è proprio quella psicologica. “Ciò che abbiamo fatto nello spazio – ha raccontato l’astronauta – dimostra che possiamo superare le sfide. Se possiamo sognarlo, possiamo farlo, ma dobbiamo volerlo veramente. La sfida più difficile da affrontare rimane quella psicologica, il dover stare isolati e lontani dalle persone a cui si vuol bene, ma se si ha una buona dose di senso dell’umorismo è possibile”.

Lo studio sui gemelli

La One Year Mission per Kelly durerà almeno un altro anno. I ricercatori infatti continueranno a raccogliere dati sul suo profilo medico e a confrontarlo con quello del gemello Mark rimasto a terra. John Charles, capo del Nasa Human Research Program, ha spiegato in una nota: “Per la ricerca della One Year Mission continueremo a raccogliere dati medici di Scott fino a un anno dal suo ritorno sulla Terra. I dati dopo il volo sono importanti quanto quelli raccolti durante, perché ci aiutano a capire come mandare in modo sicuro gli esseri umani verso Marte e riportarli sani e salvi sulla Terra”.

Se non ci saranno differenze tra i dati medici relativi alla missione della durata standard di 6 mesi e quella appena affrontata dall’astronauta Kelly, la situazione per i futuri viaggi spaziali potrebbe essere più semplice di quanto previsto, spiega Charles, ma solo lo studio sui gemelli potrà aiutare a stabilire le contromisure necessarie da prendere per gli effetti collaterali di un lungo viaggio a livello molecolare.

Viaggio verso Marte? Si può fare

I primi a passare 365 giorni nello spazio sono stati i cosmonauti russi Vladimir Titov e Musa Manarov a bordo della stazione spaziale russa Mir tra il 1987 e il 1988. Il record di permanenza nello spazio va a Valeri Polyakov, a bordo della Mir per 437 giorni nel 1995, mentre l’ultima missione di oltre un anno è stata nel 1999 quella di Sergei Avdeyev: 379 giorni sulla Mir.

Non è dunque la durata della missione a rendere speciale il lavoro di Kelly e Kornienko, ma il fatto che è la prima della ISS, frutto di una collaborazione tra gli enti spaziali americano e russo, e rappresenta un’opportunità unica per capire e trovare un rimedio a tutte le insidie che un viaggio di quasi 3 anni potrebbe presentare. La certezza però è una sola: il viaggio su Marte si può fare.

@oscillazioni

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Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

 

Informazioni su Veronica Nicosia ()
Aspirante astronauta, astrofisica per vocazione, giornalista di professione. Laureata in Fisica e Astrofisica all'Università La Sapienza, vincitrice del Premio giornalistico Riccardo Tomassetti nel 2012 con una inchiesta sull'Hiv. Lavoro come giornalista per Blitzquotidiano e collaboro con Oggiscienza. Mi occupo di scienza, salute, tecnologia e ambiente.

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