Dove vanno a finire i nostri rifiuti?

Facciamo colazione e subito iniziamo a produrre rifiuti: il tappo dello yogurt, il cartone del latte, i fondi di caffè. Un libro ci accompagna nel percorso che faranno un volta usciti dalle nostre case

Grosso_Montani_copertina_bigLIBRI – È successo a tutti. Stai per buttare uno scontrino nel contenitore per la raccolta differenziata della carta, poi una folgorazione: è carta termica, forse non è quello il suo posto? Scarti una merendina, due strati di confezione, l’una di carta l’altra di qualcosa che sembra plastica, ma sarà plastica? E che plastica?

Il lungo viaggio dei rifiuti parte dalle case di ognuno di noi, quando decidiamo che un oggetto non ci serve più e diventa rifiuto. In quel momento il nostro foglio di carta, l’alluminio che avvolgeva il panino, il biglietto della metropolitana assumono valore di mercato negativo, vanno sotto zero. In pratica siamo noi a pagare perché qualcuno ce ne liberi e da quel momento i nostri “scarti” non possono che risalire. E tornare in qualche modo sul mercato, ovviamente se riciclati e correttamente gestiti. Altrimenti chissà?

Che si tratti di riciclo o del “chissà” – e delle sue conseguenze su salute e ambiente – c’è un libro che aiuta a capire qual è davvero la sorte di ogni oggetto che facciamo diventare rifiuto. È Dove vanno a finire i nostri rifiuti? di Mario Grosso e Maria Chiara Montani (Chiavi di lettura Zanichelli, 160 pagine, € 11,50), che parte dalla raccolta differenziata di una famiglia, come potrebbe essere la nostra, che fa colazione e inizia la sua giornata proprio producendo rifiuti. Il tappo dello yogurt, un cartone del latte, i fondi di caffè. Contribuiscono a quei 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotti in Italia (dati sul 2012), il 42% dei quali è finito in discarica. Ancora oggi, meno della metà (circa il 40%) viene raccolto in modo differenziato.

Se come la famiglia del libro già vi trovate in difficoltà con i bidoni di carta, plastica, vetro, umido e indifferenziato, vi basti pensare che i materiali da separare in una primissima scrematura sono almeno dieci: oltre a questi vi sono anche ferro, alluminio, legno, verde, RAEE e farmaci scaduti. Quella che facciamo nelle nostre case, ormai un rito quotidiano per molte famiglie, si chiama raccolta multi-materiale e serve a unire materiali poi facilmente separabili. Ma non è finita qui: per un’analisi dei rifiuti davvero utile a progettare un sistema di gestione servono ancora più categorie, fino a 190.

In altri Paesi c’è chi ha già reso più specifica la selezione da parte dei consumatori con un materiale in particolare: il vetro. Pensiamo alla Germania alla Svizzera, con campane separate per vetro verde, bianco e bruno, o il Giappone che ha ottimizzato la separazione dei vari tipi di vetro con sensori ottici che distinguono il colore. Il vetro è un materiale che si recupera molto bene se si è in grado di separarlo con cura (per esempio non facendo l’errore di smaltirlo insieme alla ceramica, che non fonde e “contamina” il vetro fuso e riciclato, rendendolo inutilizzabile) e decisamente vale la pena farlo.

E le discariche? Gli autori del libro le paragonano a torte millefoglie, in cui su fondi e pareti impermeabilizzati vengono ammassati i rifiuti secondo regole ben precise, a strati. Nel 2011 (dati ISPRA) quelle per rifiuti urbani in Italia erano poco meno di 200, con un triste primato al Molise che vi smaltiva direttamente qualcosa come 400 chilogrammi di rifiuti per abitante ogni anno. Friuli Venezia Giulia e Lombardia i più virtuosi, con meno di 50 chilogrammi. A questi dati in forte calo, che lanciano un segnale positivo, si affiancano purtroppo quelli dell’abusività: nel 2013 le discariche illegali in Italia erano 218, più di una su dieci in Sicilia.

In futuro scompariranno? Riusciremo a convertire tutta la gestione dei rifiuti in modo virtuoso e che non preveda l’accumulo? Difficile a dirsi se non speculando, mentre gli esperti per ora si limitano a monitorare i rischi per la salute legati allo smaltimento. I dati sulle discariche sono controversi: la distanza di sicurezza da una discarica è considerata tre chilometri e permette un rischio di esposizione relativamente basso. Ma la cattiva notizia è che questo rischio è così basso, dicono gli autori, che non è ancora possibile condurre studi epidemiologici ampi che rispondano con completezza.

Il futuro dei rifiuti non è prevedibile a tavolino, ma una cosa è certa: gli enti che si occupano della gestione dovranno migliorare i propri servizi, prendendo spunto da paesi più virtuosi e puntando sull’informazione ai cittadini. La raccolta differenziata deve essere non solo efficace ma adatta alle esigenze dei cittadini. Ma la vera protagonista dovrà essere la ricerca scientifica: la connessione tra i rifiuti e il loro potenziale energetico (pensiamo ai termovalorizzatori) non è una questione marginale e gli scienziati dovranno applicare sempre di più il life cycle assessment, LCA. Analizzando il ciclo di vita dei sistemi di rifiuti possiamo monitorare tutti i flussi di energia e materia che implica e calcolare, in parole povere, le emissioni in aria, acqua e nel suolo. Valutando così l’impatto dei sistemi e scoprendo con basi scientifiche dove si può migliorare.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Quanti rifiuti nei canali di Venezia?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano (677 Articles)
Giornalista pubblicista, traduttrice, science writer. Collaboro con varie realtà tra le quali National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99 e StartupItalia. Mi occupo principalmente di conservazione e zoologia, con un particolare interesse per etologia e cognizione animale. Su Twitter @Eleonoraseeing

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