Inchiesta sul petrolio in Basilicata: l’Eni sotto accusa

La magistratura di Potenza ha svolto un'inchiesta sullo smaltimento dei rifiuti illeciti al centro Eni di Viggiano: cinque persone sono state poste agli arresti domiciliari.

L’inchiesta della procura di Potenza si è concentrata sulle irregolarità riscontrate nelle attività dell’Eni in val d’Agri, dove è situato il giacimento su terraferma più grande d’Europa che da solo fornisce oltre il 70% del petrolio estratto in Italia. Crediti immagine: Vincenzo Senzatela

CRONACA – La Ministra allo sviluppo economico Guidi è stata costretta a dimettersi a causa dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia sulle attività petrolifere in Basilicata. La Ministra è stata coinvolta nella vicenda da un’intercettazione con il compagno accusato di traffico di influenze illecite. Il filone dell’inchiesta riguarda il giro di affari attorno alla Total e allo sfruttamento del giacimento di Tempa Rossa e ha visto anche l’arresto di Rosaria Vicino, ex sindaco del comune di Corleto Perticara (PZ), che gli inquirenti non hanno esitato a definire vero e proprio centro di un sistema di clientele e di corruzione sistematica.

Le vicende politiche hanno tuttavia fatto passare sotto traccia la parte maggiore e più scottante dell’inchiesta, quello che riguarda le gravissime irregolarità riscontrate nelle attività dell’Eni in val d’Agri, dove è situato il giacimento su terraferma più grande d’Europa che da solo fornisce oltre il 70% del petrolio estratto in Italia. Sono cinque i dipendenti dell’Eni posti agli arresti domiciliari ieri mattina, tra cui anche funzionari di alto livello, mentre per un dirigente della Regione Basilicata, Salvatore Lambiase è stata emessa un’ordinanza di divieto di dimora. Le accuse a carico sono a vario titolo traffico e smaltimento illecito di rifiuti. I provvedimenti sono stati eseguiti dai carabinieri del NOE in un blitz coordinato in tutta Italia e hanno anche visto il sequestro di importanti impianti della società tanto da determinarne la sospensione totale delle attività. L’inchiesta dell’Antimafia, in corso dal 2013, riguarda in particolare il trattamento degli scarti di estrazione e raffinazione del greggio e vede indagati 37 persone tra cui Ruggero Gheller, ex responsabile del distretto meridionale dell’Eni oltre a funzionari della Regione Basilicata e dell’Arpab.

Per lo sfruttamento del giacimento della val d’Agri, definito un tempo il Texas italiano, l’Eni ha 25 pozzi in produzione e 12 produttivi non eroganti. Ha inoltre il centro oli di Viggiano (COVA), un megaimpianto destinato al trattamento e alla desolforazione, da cui il petrolio viene immesso nell’oleodotto che lo porta a Taranto. Il petrolio lucano, infatti, ricco di impurità e di zolfo, risulta corrosivo per le tubature e necessita pertanto un trattamento prima di essere inviato alla raffineria di Taranto dove subisce il processo di lavorazione finale. Il COVA è un impianto molto inquinante, sottoposto a normativa Seveso 3 (ovvero viene ritenuto a rischio di grave incidente), che emette in aria anidride solforosa e idrogeno solforato, sostanze molto pericolose per la salute umana. Tali emissioni dovrebbero essere costantemente monitorate per verificare che non sforino i limiti di legge. Tuttavia è proprio questo monitoraggio a essere stato carente secondo gli inquirenti sia da parte dell’Eni, sia da parte dell’Arpab, con possibile grave danno per la popolazione locale e per le produzioni agricole della valle su cui le emissioni si vanno a depositare.

L’inchiesta ha mostrato che gli scarti dell’estrazione e della lavorazione del petrolio che vengono reiniettati nel giacimento contengono ammine, sostanze chimiche contenenti azoto e affini all’ammoniaca. Crediti immagine: Vincenzo Senzatela

I problemi maggiori, però, riguardano gli scarti dell’estrazione e della lavorazione del petrolio. Il petrolio estratto, infatti, contiene una certa quantità di acqua che proviene dalla rocce serbatoio, detta acqua di strato. Quest’acqua, ricca di idrocarburi e altre sostanze inquinanti, una volta separata dal petrolio non può essere reimmessa nell’ambiente e viene perciò in parte reiniettata nel giacimento in parte trattata in un impianto di depurazione. La reiniezione avviene attraverso un vecchio pozzo dismesso, il pozzo di Costa Molina 2 a cui l’Eni vorrebbe aggiungere presto un nuovo pozzo. Oltre all’acqua di strato ci sono poi gli scarti dell’attività di desolforazione e purificazione del greggio, che invece richiedono un’opportuno processo di smaltimento. Questi, insieme a una parte delle acque di strato, vengono trattati dall’Eni nell’impianto di Tecnoparco (di proprietà di Eni e Regione Basilicata), a Pisticci, in provincia di Matera, in una zona gravemente inquinata e dichiarata sito di interesse nazionale da bonificare.

È proprio in queste attività che gli inquirenti hanno riscontrato gli illeciti più gravi. Per quanto riguarda le reiniezione delle acque di strato, è stata riscontrata al loro interno la presenza di ammine, sostanze chimiche contenenti azoto e affini all’ammoniaca, alcune delle quali molto pericolose per la salute umana. Ciò indica, secondo gli inquirenti, il mescolamento delle acque di strato con i reflui dei processi di raffinazione del petrolio attività non consentita dalla legge. Inoltre gli inquirenti avrebbero appurato che gli scarti di lavorazione prodotti dal COVA “venivano qualificati dal management Eni in maniera del tutto arbitraria ed illecita” come ha affermato il procuratore distrettuale dell’Antimafia, Luigi Gay, nella conferenza stampa tenuta ieri a Potenza.

Il codice CER (Catalogo Europeo dei Rifiuti) usato, infatti, è il 161002 che li qualifica come rifiuti acquosi non pericolosi. In virtù della loro composizione, invece, i codici usati sarebbero dovuti essere 190204 (rifiuti premiscelati contenenti almeno un rifiuto pericoloso) e 130508 (miscugli di rifiuti delle camere a sabbia e dei prodotti di separazione olio/acqua). La falsificazione dei codici ha portato a gravi irregolarità nel funzionamento dell’impianto di Tecnoparco e quindi a uno smaltimento illecito dei rifiuti che venivano sversati non opportunamente trattati nel fiume Basento. Secondo Luigi Gay “certamente questo veniva  fatto anche al fine di abbattere i costi di smaltimento. Rispetto all’utilizzo di un codice corretto è stato calcolato un risparmio compreso tra i 44 e 114 milioni di euro annui”.

La costatazione di queste gravi irregolarità ha portato gli inquirenti al sequestro di alcune vasche presso il COVA, del pozzo Costa Molina 2 e dell’impianto di Tecnoparco. L’impossibilità che ne è seguita di effettuare lo smaltimento di rifiuti ha avuto serie ripercussioni costringendo ieri sera l’Eni a una sospensione  delle attività in val d’Agri. Non si sa a oggi quando potranno riprendere.

Se da un lato vine chiamata in causa la mancanza di un controllo da parte degli enti preposti, tanto che la posizione dell’Arpab non ne esce del tutto limpida, l’inchiesta a oggi non ha accertato casi di inquinamento e ha avuto un carattere preventivo come dichiarato dagli inquirenti. L’attenzione, però, deve essere massima. Il giacimento della val d’Agri, infatti, non solo si trova all’interno di un parco nazionale e di una zona dall’importante valore agricolo e paesaggistico, ma anche a ridosso del lago del Pertusillo un invaso artificiale di importanza strategica che serve oltre due milioni di persone tra Puglia e Basilicata.

Leggi anche: Quanto inquinamento respiriamo?

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Informazioni su Vincenzo Senzatela (36 Articles)
Ho studiato astrofisica e cosmologia a Bologna. Dopo la Laurea ho deciso di impegnarmi nella divulgazione scientifica e sto svolgendo il master in Comunicazione della scienza alla SISSA.

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