Il fungo che negli USA ha decimato bombi e api

Si chiama pathogen spillover ed è stato ampiamente studiato su vertebrati e piante. Ma a quanto pare ha giocato un ruolo chiave anche nel declino degli insetti impollinatori.

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La fuga di bombi d’allevamento provenienti da colonie infettate sembra responsabile della diffusione di un’infezione nelle popolazioni selvatiche. Crediti immagine: Bernie, Wikimedia Commons

AMBIENTE – Nei primi anni Duemila i salmoni canadesi, al largo della British Columbia, sono diventati l’esempio da manuale di un pathogen spillover: sugli esemplari selvatici che vivevano vicino agli allevamenti costieri, la presenza di parassiti come i copepodi (dei piccoli crostacei) era tra le cinque e le otto volte maggiore rispetto alle aree più distanti. In assenza di allevamenti nei dintorni, al contrario, le infestazioni tra i selvatici scendevano praticamente a zero. Per infezione spillover si intende proprio questo: un’infezione provocata in una popolazione ospite da parte di una popolazione serbatoio, dove il patogeno si mantiene.

Non è raro che le popolazioni domestiche abbiano livelli di infezione più alti di quelle selvatiche, ma lo studio degli spillover si è concentrato a lungo su piante e vertebrati, lasciando da parte gli invertebrati.  Eppure da qualche anno gli scienziati hanno iniziato a guardare a questo fenomeno come possibile concausa al declino di animali che, come sappiamo, non godono delle migliori condizioni: api mellifere e bombi.

L’infezione ai danni degli impollinatori

I bombi appartengono anche loro alla famiglia Apidae e sono allevati in tutto il mondo come impollinatori per l’agricoltura e l’orticoltura. Una pratica che ormai ha più di un secolo: già nel 1885 centinaia di regine bombo catturate nel Regno Unito (e appartenenti a quattro diverse specie) venivano liberate in Nuova Zelanda. La più grande di queste, B. ruderatus, è stata poi portata in Cile e si è stabilita anche là. Come succede per qualsiasi specie animale o vegetale, va da sé che importazioni ed esportazioni aumentano il rischio di veicolare non solo specie invasive ma anche i loro ospiti indesiderati, come parassiti dannosi.

Nel 2005 il gruppo canadese di Sheila Colla dell’Università di Toronto confermava, per la prima volta, che i bombi selvatici nei pressi delle serre commerciali erano spesso infettati da parassiti come Crithidia bombi e il fungo Nosema bombi, che compromettono la salute e il successo riproduttivo (quello che viene chiamato fitness) delle regine. L’infezione diventava più rara via via che ci si allontanava: un po’ come il “virus che scappa dal laboratorio”, in questo caso sono stati i bombi d’allevamento a uscire dalle serre e, tramite i fiori, veicolare i parassiti fino ai loro conspecifici selvatici. “È chiaro che il fenomeno merita attenzione immediata anche nelle altre zone in cui si fa uso di bombi d’allevamento”, scrivevano gli scienziati. Quali fossero le piante predilette dai bombi fuori dalle serre e quanto i patogeni si fossero diffusi – anche passando da una specie all’altra – era un grande punto di domanda.

Un progetto europeo, POLLINATOR, si è concentrato sul fungo N. bombi per studiare il ciclo di vita, le spore e le caratteristiche cellulari del parassita. I dati raccolti su otto specie di bombi tra Svezia e Danimarca hanno anche permesso di distinguere tra i vari stadi di infezione degli alveari e di studiare le fasi di formazione delle spore mature: in una singola cellula di bombo è possibile trovarne milioni. Ma l’ultimo passo in avanti è uno studio genetico appena pubblicato su PNAS, la prima ricerca a lungo termine condotta su N. bombi che ha mostrato le modifiche nella sua sequenza di DNA nel corso del tempo e in luoghi diversi. Il fungo, dicono i ricercatori, avrebbe raggiunto le popolazioni selvatiche proprio attraverso la fuga di bombi d’allevamento provenienti da colonie gravemente infettate. Non si è trattato dell’arrivo negli Stati Uniti di un ceppo inusuale del patogeno, proveniente dall’Europa, come vuole un’altra teoria ora smentita.

Dalla produzione commerciale ai bombi selvatici

A guidare l’indagine è stata Sydney Cameron, professoressa di entomologia alla University of Illinois che spiega in un comunicato: “Abbiamo usato tecniche molecolari su migliaia di bombi, per rintracciare l’infezione da Nosema prima e dopo il declino degli insetti. Volevamo testare l’idea, che è rimasta in sospeso per un ventennio, che la prevalenza di bombi infetti nelle popolazioni in declino fosse connessa alla produzione commerciale di bombi per l’impollinazione”. Rintracciare le infezioni da N. bombi nel corso della storia è stato possibile grazie ai dati conservati nei musei di storia naturale in Nord America e in Europa.

Proprio queste testimonianze hanno permesso di mettere in relazione i casi di infezione nelle popolazioni selvatiche con il crollo della produzione commerciale di bombi (Bombus occidentalis) in Nord America, alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. Nelle aree vicine a serre canadesi in cui i bombi da allevamento sono stati usati per impollinare, quelli selvatici hanno subito un crollo. Lo stesso per le api, che hanno iniziato a diminuire poco dopo il fallimento di alcune operazioni commerciali legate proprio a gravi infezioni da N. bombi. “I nostri risultati sostengono l’ipotesi che il fungo sia un elemento determinante nel declino dei bombi negli Stati Uniti”, conferma Cameron.

“Abbiamo trovato bassa diversità genetica e poche differenze tra il ceppo europeo di Nosema e quello statunitense”, continua la scienziata. Nessuna prova, invece, a sostegno della teoria che attribuiva il crollo dei bombi negli anni Novanta all’introduzione di un ceppo europeo del fungo, che avrebbe danneggiato gli insetti. “Quello che non sappiamo è se il fungo stia diventando più virulento o se i bombi – già messi a dura prova dalla perdita e distruzione dell’habitat e da altre infezioni – siano più suscettibili all’infezione”.

Come ogni anno dal 2012, nel 2015 il Bumblebee Specialist Group dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura ha pubblicato un rapporto sullo status di conservazione dei bombi, che con 250 specie appartengono tutti al genere Bombus. Circa un quarto di quelli del Nuovo Mondo sono a rischio, da Quasi Minacciato a Gravemente Minacciato.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Crioconservazione, un aiuto anche per le api?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collaboro con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrivo di benessere animale, etologia, cognizione animale e mi occupo di copywriting scientifico. Nel 2016 ho vinto il Premio Giornalistico Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "Il diabete sui media" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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