I numeri del Fondo di Finanziamento Ordinario della ricerca italiana

La spesa del Fondo di Finanziamento Ordinario destinato alle università italiane è cambiata poco dal 2008, ma è aumentata la cosiddetta quota premiale, assegnata in base alla valutazione della qualità della ricerca e della didattica

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L’Italia è uno dei Paesi economicamente avanzati che investe di meno in ricerca. Crediti immagine: University of the Fraser Valley, Flickr

APPROFONDIMENTO – L’Agenzia Nazionale per la Valutazione della Ricerca e dei Ricercatori (ANVUR) espleta il proprio compito di valutatore in cinque ambiti differenti. Si occupa dell’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), dell’accreditamento iniziale e della valutazione dei corsi di dottorato, della valutazione della ricerca dei Dipartimenti (la cosiddetta scheda SUA-RD), di compilare un rapporto biennale sullo stato della ricerca italiana e di valutare la qualità della ricerca (VQR) in periodi-campione quadriennali (ma è una durata soggetta a possibili variazioni). Quest’ultima parte, la VQR, è stata oggetto di pesanti contestazioni e di una sorta di “obiezione di coscienza” da parte di quella fetta di comunità scientifica che non trova corrette le modalità impiegate. Qui ci limiteremo a presentare una serie di numeri per comprendere meglio di cosa stiamo parlando quando facciamo riferimento ai finanziamenti che dipendono dalla VQR.

Fondo di Finanziamento Ordinario
Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) è una delle principali fonti di finanziamento delle università italiane. La sua storia comincia nel 1993, con la Legge n. 573 del 24 dicembre, con la quale il parlamento italiano lo istituisce con lo scopo di coprire le “spese per il funzionamento e le attività istituzionali delle università, comprese le spese per il personale docente, ricercatore e non docente, per l’ordinaria manutenzione delle strutture universitarie e per la ricerca scientifica, ad eccezione della quota destinata ai progetti di ricerca di interesse nazionale – destinata a confluire nel Fondo per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica (FIRST) (art. 1, co. 870, L. 296/2006) – e della spesa per le attività sportive universitarie”. È affiancato anche da un fondo per l’edilizia universitaria (lettera b) e da un fondo per la programmazione dello sviluppo del sistema universitario (lettera c), “relativo al finanziamento di specifiche iniziative, attività e progetti, compreso il finanziamento di nuove iniziative didattiche”.

Come ricostruisce il testo presente sul sito della Camera, la modalità di inserimento in Legge Finanziaria del finanziamento è variata nel corso del tempo. Al di là delle note tecniche di vita parlamentare, lo spartiacque importante è il 2010. Da allora, “una quota non inferiore al 7% del FFO, con incrementi negli anni successivi, è ripartita tra le università in relazione alla qualità dell’offerta formativa e dei risultati dei processi formativi, alla qualità della ricerca scientifica, alla qualità, efficacia ed efficienza delle sedi didattiche”, come si legge sul sito della Camera. Con interventi successivi, tale quota del 7%, la cosiddetta “quota premiale“, è andata aumentando fino al previsto 20% per il 2016, ma con una nota che indica nel 30% la quota massima così erogabile.

La grafica qui sotto riassume la situazione degli ultimi anni, sia dal punto di vista del cap. 1694 della Legge Finanziaria (che possiamo assumere come riferimento per l’FFO), che dell’andamento relativo di quota premiale e quota di base dell’FFO:

Come si vede, l’andamento generale del finanziamento tramite FFO alla ricerca è variato, apparentemente, in modo non troppo consistente. Se prendiamo i due estremi, vediamo però che il finanziamento complessivo del 2015 (l’ultimo anno a disposizione sul sito del MIUR) è pari a poco meno del 93% di quello del 2008.

Una contestualizzazione più ampia
L’Italia è uno dei Paesi economicamente avanzati che, in generale (non solo per FFO), investe di meno in ricerca. Consideriamo per esempio il dato del 2009, 7513,1 milioni di euro, è pari allo 0,49% del PIL dello stesso anno. L’investimento complessivo in ricerca e sviluppo, il classico indicatore di questo settore che tiene in conto sia la parte di finanziamento pubblico sia quella privata, è pari all’1,26% del PIL (dato 2009) e ha un andamento praticamente piatto dagli anni Ottanta del Novecento:

Il confronto con la media europea (circa 2%) vede l’Italia storicamente sotto tale valore. Di questa fetta, il 42,15% è di fonte pubblica, il 44,16% è di fonte privata, il restante 9,42% di fonte estera (dati ISTAT 2009). Per una contestualizzazione ancora più ampia, si può consultare questa elaborazione grafica dell’OCSE (cliccando sul pulsante ‘play’ al centro, si viene portati alla versione navigabile interattiva):

Com’è composto l’FFO
Secondo il Decreto Ministeriale dell’8 giugno 2015, n. 335 (“Criteri di ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) per l’anno 2015”), il fondo complessivo a disposizione per l’anno 2015 era di 6 923 188 595 euro (quasi 7 miliardi). Questa è da ripartirsi in questo modo:

  • Art. 1: obbligazioni assunte negli anni passati, pari a 26 702 021 euro;
  • Art. 2: quota base FFO (4 910 393 516 euro, quasi 5 miliardi) da suddividersi “in proporzione al peso di ciascuna università come risultante dal modello del Costo standard di formazione per studente in corso” (25% del finanziamento) e in proporzione “al peso di ciascuna università riferito alla somma algebrica” della quota base 2014, intervento perequativo 2014 (vedi oltre) e eventuali altri interventi di consolidamento;
  • Art. 3: quota premiale FFO (1 385 000 000 euro)
  • Art. 4: intervento perequativo (105 000 000 euro, pari all’1,5% del totale delle risorse disponibili): intervento di riequilibrio del finanziamento tra le università;
  • Art. 5: incentivi per chiamate di docenti dall’estero (10 000 000 euro);
  • Art. 6: Programma “Rita Levi Montalcini” (5 000 000 euro);
  • Art. 7: assegnazioni per i consorzi interuniversitari (36 600 000 euro);
  • Art. 8: interventi a favore degli studenti diversamente abili e dislessici (6 500 000 euro);
  • Art. 9: costi dell’attività di valutazione dell’ANVUR (1 500 000 euro);
  • Art. 10: interventi previsti da disposizioni legislative (419 493 058 euro), di cui 171 748 716 euro destinati specificamente alla chiamata di professori di seconda fascia;
  • Art. 11: ulteriori interventi (5 000 000 euro): in pratica un fondo per interventi straordinari per gli atenei che ne abbiano fatto domanda.

La quota premiale

Il miliardo e 385 milioni di euro dell’art. 3 sono suddivisi in quattro indicatori, secondo la legge del 9 gennaio 2009, n.1:

art3

Dati: DM 8 giugno 2015, n. 335 (Allegato 1)

L’85% della quota premiale, la VQR del periodo 2004-2010 e la qualità della produzione dei reclutati, riguardano direttamente l’ambito della ricerca dell’ateneo e sono entrambi determinati dalla valutazione qualitativa effettuata da ANVUR. Per il 2015, queste due indicazioni si trovano nel Rapporto finale del 30 giugno 2013.

Le altre due voci riguardano invece la didattica dell’ateneo:

  • internazionalizzazione della didattica: l’indicatore è pari al valore medio del peso sul sistema di numero di studenti Erasmus, studenti iscritti con titolo di studio estero, numero Erasmus in uscita, CFU conseguiti all’estero nell’anno solare 2014 dagli iscritti 2013-2014 e numero di laureati dell’anno solare 2014 che hanno conseguito almeno 9 CFU all’estero;
  • studenti iscritti regolari con almeno 20 CFU conseguiti nell’anno solare 2014.

Leggi anche: Che cos’è l’ANVUR

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia

Informazioni su Marco Boscolo ()
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