Il buco dell’ozono sta guarendo?

Entro la metà del secolo il buco dell'ozono potrebbe chiudersi. Ma il nostro impegno per il rispetto dell'ambiente deve continuare.

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I dati raccolti nell’Antartico suggeriscono che il buco dell’ozono si stia riducendo. Crediti immagine: NASA’s Goddard Space Flight Center (modificata da MIT News)

AMBIENTE – “Prodotto privo di CFC”. Quante volte l’abbiamo letto sulla bomboletta di lacca per capelli o sulla confezione di deodorante? I clorofluorocarburi, più noti come CFC, sono stati eliminati dalle bombolette spray da circa vent’anni, perché considerati i responsabili principali dell’assottigliamento dello strato di ozono nell’atmosfera. Ma possiamo dire che questo intervento è stato davvero utile?

Oggi finalmente sì. E la conferma viene da un gruppo di ricercatori del gruppo Atmospheric Chemistry and Climate Science del MIT. Secondo i loro calcoli, è possibile vedere i primi risultati della riduzione dei CFC nell’atmosfera, perché il buco dell’ozono si sarebbe ristretto di una superficie pari a 4 milioni di chilometri quadrati dal 2000, anno in cui ha raggiunto le maggiori dimensioni. I risultati della ricerca sono stati pubblicati su Science il 30 giugno scorso.

I dati sono stati raccolti dai ricercatori del MIT rispettando i parametri dell’altezza e del luogo, condivisi dai ricercatori che si occupano di questo tipo di studi. Ma qualcosa rispetto al passato è stato modificato: la stagione di raccolta delle osservazioni. Fu infatti la British Antartic survey, a metà degli anni Ottanta del secolo scorso, a osservare per la prima volta che nel mese di ottobre i livelli totali di ozono nell’atmosfera antartica calavano in modo drastico. E fu così che l’area dell’Antartico e il mese di ottobre vennero presi come punti di riferimento per le successive raccolte dati.

Per reagire con le molecole di ozono fino a distruggerle, i CFC hanno bisogno di luce e di temperature ottimali, condizioni che nell’Antartico si verificano a partire dalla fine di agosto, quando la regione esce dell’inverno. “Finora siamo stati troppo concentrati su ottobre”, ha commentato Susan Solomon, responsabile della ricerca. “È vero: il buco in quel periodo è enorme. Ma il mese di ottobre è instabile nelle sue condizioni meteorologiche, cosa che può influenzare negativamente la raccolta dati sui CFC”. La scienziata ha quindi pensato di iniziare a raccogliere i dati a settembre, quando il buco dell’ozono inizia ad aprirsi. In quel momento le temperature invernali non hanno ancora lasciato completamente il posto a un clima più mite e le reazioni provocate dai CFC sono ancora al loro debutto. In settembre dunque le reazioni chimiche provocate dai CFC sono più controllabili.

Sono stati dunque confrontati i dati dell’inizio di settembre dal 2000 al 2015, prendendo come riferimento le misure effettuate da palloni sonda e da satelliti, oltre che le concentrazioni di diossido di zolfo. Il diossido di zolfo è un composto emesso dalle eruzioni vulcaniche e ha effetti negativi sull’ozono tanto quanto i CFC. I vulcani infatti non emettono cloro, ma piccole particelle che aumentano le dimensioni delle nuvole antartiche, il luogo in cui la reazione dei CFC prodotti dalle attività umane reagiscono con l’ozono.
Il gruppo di ricerca ha anche introdotto le variabili di temperatura e condizioni del vento, altri due fattori che possono influenzare i livelli di ozono. Svolti i calcoli in questo modo, il declino dei livelli di ozono dal 2000 al 2015 è reale e soprattutto è del tutto sovrapponibile ai modelli matematici creati in base alla diminuzione delle concentrazioni di CFC nell’atmosfera.

“Alla fine siamo riusciti a trovare un’impronta di tipo chimico sensibile alla variazione dei livelli di CFC, un dato importante come segno di guarigione del buco dell’ozono”, ha spiegato in un comunicato Diana Ivy, ricercatrice non solo del MIT ma anche del National Center for Atmospheric Research in Colorado, e dell’University of Leeds nel Regno Unito.

L’ozono è una molecola composta da tre atomi di ossigeno e quello che si trova nella stratosfera (a 10-50 km al di sopra della superficie terrestre) è molto importante per la vita sulla terra perché la difende dai raggi UV. Secondo Solomon se continuassimo a impegnarci nella riduzione dei CFC in atmosfera, alla metà di questo secolo potremmo addirittura sperare di veder chiuso il buco dell’ozono.

È merito della comunità scientifica e dei decisori politici a livello mondiale se sono state prese misure concrete contro i CFC. Tali sostanze sintetiche sono state largamente utilizzate nei comparti della refrigerazione e delle schiume poliuretaniche. Ma quando la World Metereological Organization si è accorta che il cloro che rilasciano in atmosfera è in grado di “mangiare” l’ozono, sono stati presi provvedimenti a livello globale prima dalla comunità di scienziati riuniti dall’UNEP, e poi dai decisori politici. Nel 1987 si è arrivati alla firma del Protocollo di Montreal, di cui ora stiamo raccogliendo i frutti. In questo modo sono stati contenuti produzione e consumo sostanze dannose, come clorofluorocarburi, tetracloruro di carbonio, 1,1,1 tricloroetano, halons, idroclorofluorocarburi e bromuro di metile. Inoltre sono state fissate le regole per lo smaltimento e il riciclo delle sostanze lesive per l’ozono e sono stati disciplinati gli scambi commerciali, la comunicazione dei dati di monitoraggio, l’attività di ricerca, lo scambio di informazioni e l’assistenza tecnica.

“La scienza è stata fondamentale per mostrare il percorso da seguire”, ha commentato la Solomon. “E la diplomazia, gli Stati e l’industria sono stati caaci di disegnare un percorso senza queste molecole. Solo oggi possiamo davvero vedere un pianeta che comincia a stare meglio. E questa è una cosa meravigliosa”.

@AnnoviGiulia

Leggi anche: Strano, buono e cattivo: conseguenze dell’ozono sulla salute

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.

Informazioni su Giulia Annovi ()
Data-journalist and science writer

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