Imparare le lingue: il cervello è protagonista

Dalle "architetture" dedicate alla grammatica fino alla neuroplasticità. È l'organo più affascinante del corpo umano a dirigere l'orchestra quando cerchiamo di familiarizzare con una seconda (o una terza) lingua

Language_learning

Quando impariamo una nuova lingua, alcune aree del cervello si sviluppano maggiormente. Crediti immagine: Stellapark025, Wikimedia Commons

APPROFONDIMENTO – Sul modo giusto di imparare le lingue si è detto un po’ di tutto e ognuno di noi, esperienza alla mano, con il tempo capisce qual è la strategia più adatta al suo percorso. C’è chi impara i fondamentali per poi partire e buttarsi a capofitto nella pratica in un Paese straniero, chi padroneggia una nuova lingua anche “da casa” perché ha modo di esercitarsi sul lavoro e così via. Imparare una lingua d’altronde richiede varie abilità: fondamentali sono una buona memoria per i vocaboli e la motivazione allo studio per far propria la grammatica. È a questo punto che le pagine dei libri possono trasformarsi in conversazione e in un vero e proprio uso del linguaggio, con le sue infinite possibilità.

Nel corso degli anni anche la ricerca scientifica ha guardato con la sua lente di ingrandimento l’apprendimento delle lingue, per capire quali fattori lo influenzino. Quanto ci sia di nature, dunque anche i “geni” delle lingue, e quanto di nurture, l’esperienza, l’ambiente in cui si cresce. Un filone della ricerca che definire affascinante è poco, soprattutto da quando sappiamo che imparare una lingua comporta modifiche anatomiche nel nostro cervello. Lo cambia, concretamente: più determinate aree cerebrali vengono usate più crescono e diventano “forti”, grazie alla neuroplasticità.

Un viaggio linguistico nel cervello umano

Di recente i ricercatori del Donders Institute e del Max Planck Institute for Psycholinguistics hanno studiato quello che accade nel cervello umano durante l’apprendimento, sfruttando le tecniche di brain imaging. Niente inglese, troppo banale: l’indagine ha coinvolto dei madrelingua olandesi mentre imparavano un linguaggio fittizio, l’“alienese”.

Primo punto: la grammatica. Per quanti di noi si siano trovati in difficoltà, che si tratti di imparare lo spagnolo o il tedesco, sarà di conforto sapere che al nostro cervello importa eccome sapere se la grammatica della nuova lingua è simile a quella della nostra. Nel caso dell’alienese i ricercatori hanno monitorato l’ordine delle parole: poiché era diverso rispetto a quello dell’olandese, il cervello ha dovuto costruire un “repertorio grammaticale” del tutto nuovo, non potendo riutilizzare le caratteristiche già apprese.

Ai partecipanti sono state mostrate le frasi in alienese insieme a immagini che ne rappresentavano il significato. Le parole usate come esempio erano una manciata, proposte in gruppi come josa (donna), komi (uomo) e oku (fotografare). Le frasi venivano create combinando queste parole in ordine diverso, in modo da farle combaciare o meno con quello previsto per oggetto, soggetto e verbo nella grammatica danese. Per capire meglio: se “komi oku josa” e “josa komi oku” significano entrambe che l’uomo fotografa la donna, solo nella prima versione l’ordine delle parole è “giusto” in olandese (ma anche in inglese e in italiano), cioè soggetto, verbo e oggetto.

Quando i partecipanti ascoltavano la frase nell’ordine per loro sbagliato, nel cervello si attivavano più intensamente le aree coinvolte nell’utilizzo della madrelingua. Con quella nell’ordine giusto avveniva il contrario. Secondo Kirsten Weber, prima autrice del lavoro, potrebbe trattarsi di un meccanismo che il nostro cervello usa per costruire e rinforzare una rete neurale in modo da elaborare anche le “sequenze” di parole nuove. Così alla complessa architettura che già conosce, e che quotidianamente entra in gioco nel parlare la lingua madre, si aggiunge via via un “canovaccio” anche per la grammatica nuova.

Secondo una teoria recente, per di più, sarebbero questi primi approcci con una lingua diversa dalla nostra a determinare la sorte del nostro apprendimento: una teoria chiamata “now or never bottleneck”, approfondita dagli psicologi Morten Christiansen e Nick Chater, secondo  i quali il cervello elabora gli input linguistici immediatamente (o mai) in modo che non vengano sovrascritti, dunque perduti, dagli input successivi. Un fenomeno che a detta dei due esperti non si limita all’apprendimento delle lingue, ma ha luogo nel nostro cervello in varie circostanze.

“Io sono sempre stato portato per le lingue”

La crescente quantità di informazioni scientifiche sul tema è una miniera d’oro per elaborare strategie migliori per l’apprendimento. È stuzzicante fantasticare su un lontano futuro in cui un piano su misura per imparare l’inglese sarà elaborato a partire da una scansione del nostro cervello (o magari non servirà più grazie a traduttori simultanei super-tecnologici). Un po’ come le diete personalizzate. In quest’ambito, infatti, a fare da capofila non è tanto un “gene delle abilità linguistiche” che determina una predisposizione, ma la struttura stessa del cervello. Anche prima dell’apprendimento.

Già, le connessioni all’interno dell’organo più affascinante del nostro corpo, quelle svelate dal brain imaging, possono rivelare chi è più portato a imparare una seconda lingua. Le varie regioni del cervello comunicano tra loro anche mentre riposiamo e non siamo intenti in qualche attività specifica. La forza di queste connessioni è diversa di persona in persona e già in passato è stata più volte associata a differenze che riguardano il comportamento ma anche alcune abilità, guarda caso anche quella di imparare una nuova lingua.

Lo hanno confermato le osservazioni del gruppo guidato da Denise Klein, ricercatrice alla McGill University, che ha testato l’ipotesi su 15 adulti di madrelingua inglese prima e dopo 12 settimane di corso intensivo di francese. Due in particolare le aree cerebrali osservate nelle loro connessioni: l’insula anteriore/opercolo frontale (AI/FO) implicata nella scorrevolezza verbale e la visual word form area (VWFA), nella circonvoluzione fusiforme sinistra, che si attiva durante la lettura. I partecipanti con forti conessioni tra AI/FO e la circonvoluzione temporale fusiforme, una regione fondamentale nella rete “linguistica” del cervello, sono migliorati molto di più nella conversazione durante le settimane di corso. Quelli con connessioni più forti tra VWFA e un’altra zona – della stessa regione – sono invece diventati più rapidi nella lettura.

Per concludere con toni incoraggianti, molti studi sul cervello umano hanno concluso che gli adulti bilingui hanno attività maggiore nelle aree associate con funzioni esecutive come il problem-solving, il trasferimento dell’attenzione e altri tratti piuttosto desiderabili. Questa caratteristica, tuttavia, si può osservare già a 11 mesi – dunque prima di padroneggiare il linguaggio in assoluto – nei bambini che crescono in case in cui si parlano due lingue. Ancora non si esprimono, ma già stanno “facendo pratica” e non solo nel parlare due lingue: il cambiamento riguarda l’intero sviluppo cognitivo. Rispetto ai bambini che crescono in una famiglia mono-lingua, per di più, quelli bilingui hanno un cervello che negli anni rimane più “aperto” all’apprendimento di nuovi suoni. Non solo i piccolissimi sono perfettamente in grado di imparare più lingue insieme (qualunque siano quelle che ascolta nel suo ambiente), stanno anche vivendo una fase della vita in cui è più efficace e semplice iniziare a farlo.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Parlare più lingue rallenta l’invecchiamento

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Informazioni su Eleonora Degano (705 Articles)
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collaboro con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99, dove mi occupo principalmente di zoologia, etologia e cognizione animale; nel 2016 ho vinto il Premio Giornalistico Tomassetti - Premio Speciale in Virologia

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