Cambiamento climatico: mancano informazioni per dei modelli di previsione efficaci

Fisiologia, genetica, competizione tra le specie per le risorse: solo il 23% degli studi tiene conto dei meccanismi biologici, rendendo difficile stabilire che aspetto avranno gli ecosistemi del futuro

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Conoscere le caratteristiche biologiche degli ecosistemi è fondamentale per poter prevedere quali saranno le conseguenze del cambiamento climatico sui diversi ambienti. Crediti immagine: USFWS – Pacific Region, Flickr

AMBIENTE – “In questo momento trattiamo un topo nello stesso modo in cui trattiamo un elefante, un pesce o un albero. Eppure sappiamo che sono organismi molto diversi e che risponderanno al loro ambiente in modi differenti”. Sono le parole di Mark Urban, ecologo e autore – insieme a 21 colleghi – di un appello appena comparso sulle pagine di Science: le temperature globali stanno aumentando, ed è necessario coordinare gli sforzi per migliorare le previsioni sulle conseguenze del cambiamento climatico. E poter così mettere in atto strategie efficaci.

I modelli di certo non mancano: un rapporto IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) appena presentato alla conferenza mondiale delle Hawaii, per esempio, ha mostrato che molti pesci si stanno spostando dal loro areale anche di 10 gradi di latitudine, a una rapidità di cinque volte superiore rispetto a quella delle specie terrestri che “viaggiano” verso Nord. Stanno reagendo al cambiamento climatico e andando a colonizzare aree che un tempo sarebbero state troppo fredde. Allo stesso tempo, dicono Urban e colleghi, le previsioni che elaboriamo in base a questi dati non riescono a tener conto di fattori come la competizione tra specie per l’accesso alle risorse, fondamentali per stabilire se una pianta o un animale riuscirà a sopravvivere ai cambiamenti che stravolgono il suo ambiente.

È un problema di modelli? Sembra di no, perché a fronte di modelli sempre più sofisticati a mancare sono i dettagli specifici sulla biologia delle specie. “Se vogliamo fare previsioni realistiche dobbiamo tirar su gli stivali, prendere il binocolo e tornare sul campo a raccogliere informazioni più precise”, commenta Urban in un comunicato. Molti aspetti cruciali, come la capacità di adattamento o le curve demografiche di una specie, sono spesso tagliati fuori dai modelli di previsione, che a lungo andare non corrispondono più al reale cambiamento in corso. Solo il 23% degli studi visionati da Urban e colleghi tengono conto dei meccanismi biologici: per come la vedono loro, si tratta di una percentuale assolutamente insufficiente. “Non siamo stati in grado di determinare in modo accettabile quale sarà la composizione di specie degli ecosistemi futuri, e come cambieranno i servizi ecologici che forniscono all’umanità”, conferma Karin Johst, un’altra co-autrice.

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La mappa delle migrazioni elaborata da The Nature Conservancy per mammiferi, uccelli e anfibi. http://maps.tnc.org/migrations-in-motion

Queste informazioni biologiche sono ascrivibili a poche categorie come fisiologia, variazione genetica, interazione tra varie specie, storia e dispersione. Alcune specie sono in grado di spostarsi di chilometri e adattarsi alla nuova casa facilmente (basta pensare alle specie invasive) mentre altre iniziano a essere in difficoltà appena al di fuori del loro areale classico. Solo inserendo tutto questo nei modelli sarà possibile stabilire davvero quali popolazioni ed ecosistemi sono più a rischio, e distribuire le poche risorse a disposizione nel modo migliore.

Certo sul pianeta vive più di un triliardo di specie diverse – per la maggior parte si tratta di microbi, gli scienziati l’hanno quantificato pochi mesi fa – e ognuna ha un preciso ruolo ecologico. Restringendo al campo agli eucarioti, l’ultima grande stima (2011) è di 8,7 milioni di specie e non possiamo certo pensare di metterci ora i fatidici stivali e andare a studiare biologia e fisiologia di ciascuna di loro. Ma raccogliere le informazioni per una selezione di “specie chiave” potrebbe essere un buon punto di partenza, dicono i ricercatori, perché già questo potrebbe permetterci di lavorare su modelli più sofisticati che si adattino alle caratteristiche condivise tra più specie.

L’idea è sfruttare IPBES, l’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, per sovrintendere una campagna a livello globale. Sono già un migliaio gli scienziati di tutto il mondo che contribuiscono a questo database su base volontaria, e ora la sfida più grande è “individuare le specie sulle quali concentrarsi e in quali regioni distribuire le risorse”, conclude Urban, forte degli allarmanti risultati di un altro suo lavoro sulle conseguenze del cambiamento climatico: almeno una specie ogni sei, a livello internazionale, potrebbe essere spazzata via per sempre dall’aumento delle temperature.

Senz’altro bisogna ragionare su questo: parlare di modelli e previsioni sugli scenari del futuro può trarre in inganno, perché il cambiamento climatico non è qualcosa che stiamo aspettando succeda. È in corso e c’è già chi ha pagato un prezzo salato: risale a giugno la notizia dell’estinzione di Melomys rubicola, un piccolo roditore che è scomparso dall’isola australiana su cui viveva. L’aumento del livello del mare ha distrutto il 97% del suo habitat, nel bel mezzo della Grande Barriera Corallina. Per quanto sappiamo è il primo mammifero che si è estinto a causa del riscaldamento globale, ma molto probabilmente non rimarrà solo a lungo.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Galapagos, il cambiamento climatico che (per ora) aiuta la conservazione

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano (703 Articles)
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collaboro con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99, dove mi occupo principalmente di zoologia, etologia e cognizione animale; nel 2016 ho vinto il Premio Giornalistico Tomassetti - Premio Speciale in Virologia

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