Compiti, università, esami: quasi quasi mi prendo un integratore

Ognuno di noi vorrebbe stare meglio di come sta. La tentazione di prendere vitamine, fosforo, ferro per migliorare le prestazioni è forte: ma è davvero il caso di auto-prescriversi integratori? Ne parliamo con Ettore Novellino, Direttore del Dipartimento di Farmacia dell’Università Federico II di Napoli.

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La legislazione italiana al momento non prevede per integratori e nutraceutici un iter per provare l’efficacia dei prodotti. Crediti immagine: Public Domain

SPECIALE SETTEMBRE – Elementari, medie, superiori, università: le vacanze sono finite ed è ora di tornare sui banchi a studiare, memorizzare lezioni e dare esami, magari arretrati. Se al solo pensiero già ci si sente stanchi, dopo qualche giorno chini sui libri un’idea non tarda a farsi vedere. “E se mi prendessi un po’ di quegli integratori per la memoria o per le vitamine, che mi sento proprio debilitato?”. La tentazione di auto-prescriversi integratori è forte, per ovviare a supposte carenze di qualcosa e migliorare le prestazioni di studio o lavoro, ma è meglio fermarsi un attimo e capire bene di cosa stiamo parlando. Per riuscirci, abbiamo fatto qualche domanda in materia a Ettore Novellino, Direttore del Dipartimento di Farmacia dell’Università Federico II di Napoli, dove esiste un corso di laurea in Scienze Nutraceutiche.

Partiamo da una distinzione: integratori e nutraceutici vengono presentati come se fossero la stessa cosa, i termini sono usati come sinonimi. Ci sono differenze?

Sì, bisogna fare una differenziazione importante: anche se la legislazione italiana ancora non lo riconosce, si tratta di cose diverse. Un integratore dovrebbe essere un alimento che integra una carenza alimentare e, sinceramente, nella popolazione italiana io non ne vedo. Semmai noto il contrario, eccessi nell’alimentazione. Gli integratori hanno una certa attrattiva perché ognuno di noi vorrebbe stare meglio di come sta, ma al di fuori di una carenza non c’è necessità di usarli.

Diverso è il caso del nutraceutico, che per definizione è il fitocomplesso [l’insieme dei componenti chimici in una pianta] di un determinato alimento che viene somministrato in dosi superiori a quelle presenti nell’alimento stesso. Si tratta sempre di alimenti già noti per l’azione benefica su una parte del nostro organismo o nel trattamento di una determinata patologia. Ricapitolando: l’integratore è il fitocomplesso presente in una porzione di pianta, o alimento, che nel tempo fornisce quel tipo di attività. Il nutraceutico la potenzia, perché si tratta dello stesso fitocomplesso ma molto più concentrato, somministrato sotto forma di farmaco, in capsula o magari sciroppo.

Perché allora continuiamo a parlarne come se fossero la stessa cosa?

In Italia non esiste una normativa che distingua un integratore da un nutraceutico, mentre molte delle professionalità coinvolte vorrebbero per il secondo un iter sì semplificato, ma simile a quello del farmaco. Per esempio iniziare con la ricerca sulle componenti del fitocomplesso, lo studio del meccanismo d’azione e infine stabilire la forma farmaceutica che permetta il maggior assorbimento possibile a livello intestinale. Impostando poi uno studio clinico con parametri oggettivamente osservabili, possiamo dimostrare che quell’attività c’è. Io mi sto impegnando personalmente affinché il nutraceutico possa acquisire una maggior scientificità, soprattutto per tutelare il consumatore: dopo aver seguito un percorso simile a quello di un farmaco, chi lo compra avrà la garanzia di stare acquistando qualcosa che funziona e non un semplice spot.

Tagliamo la testa al toro: quindi non abbiamo niente da consigliare ai poveri studenti in cerca di un aiuto a concentrarsi e memorizzare? 

Direi di no. Se io sento dire che una certa sostanza aumenta le capacità mnemoniche, ovviamente ne sono attratto. Una volta per esempio si diceva che “il fosforo aiuta la memoria” quindi si faceva mangiare ai bambini moltissimo pesce, ma si tratta di una suggestione più che di un reale meccanismo biologico. La memoria a breve e lungo termine è dovuta alla biosintesi di determinate proteine nei neuroni, a una loro maggior ramificazione e molto altro. Si tratta di un meccanismo così complesso che è difficile pensare che un semplice integratore possa migliorare all’improvviso queste capacità.

Se la carenza c’è, e non è il caso della popolazione generale, assumere i famosi omega 3 aiuta a ripristinare l’equilibrio delle membrane cellulari, a farle funzionare meglio indipendentemente dall’organo del corpo. Se la membrana cellulare lavora meglio sarà l’intero funzionamento cellulare a beneficiarne, anche le funzioni metaboliche. Migliorerà tutto e non solo la memoria, come siamo abituati a pensare.

Sia integratori che nutraceutici sono invece adatti quando non si è in salute?

Sempre in una situazione di trasparenza e difesa del cittadino, sì, possono entrambi essere utilizzati per esempio nelle patologie dismetaboliche. Dove è possibile notare e soprattutto misurare l’efficacia nel tempo. Pensiamo alle dislipidemie, che oggi incidono su una grande fetta di popolazione e non sempre sono dovute alla genetica, ma a uno stile di vita scorretto. O anche al diabete: quello di tipo I è legato alla mancata espressione di alcuni geni che riduce la produzione di insulina, mentre quello di tipo II, anche chiamato “diabete alimentare”, è legato al sovraccarico di sostanze glucidiche introdotte con l’alimentazione. Il pancreas non riesce a produrre insulina a sufficienza da poter eliminare gli zuccheri nel sangue. Uno stile di vita più corretto e un integratore – o un nutraceutico – possono aiutare l’organismo a smaltire il colesterolo e il glucosio in eccesso, potenziando i cicli metabolici.

Nel vostro dipartimento a che punto è la ricerca nel campo della nutraceutica?

Qui alla Facoltà di Farmacia studiamo questo campo soprattutto per la possibilità di impiego nella prevenzione, quindi allontanare l’ingresso nella malattia. Per esempio abbiamo voluto dare sostanzialità a un proverbio molo famoso, “una mela al giorno toglie il medico di torno”. Ci siamo chiesti, perché? Così abbiamo paragonato varie mele italiane, gialle, rosse, verdi, Granny Smith, Stark, Fuji e le abbiamo messe a confronto con una varietà autoctona della Campania, la mela annurca o melannurca.

Si tratta di una mela dalla pasta completamente diversa dalle altre, piccola e a tessuto duro. Dopo le osservazioni in vitro abbiamo condotto uno studio clinico su 250 persone con problemi dismetabolici, nello specifico colesterolo superiore alla norma, che per due mesi hanno mangiato 200 grammi di mela al giorno – melannurca o altre varietà – senza ulteriori modifiche alla dieta. Dopo due mesi abbiamo registrato i valori di colesterolo e li abbiamo confrontati con un campione di persone che, sempre senza variare la dieta, non avevano mangiato mele.

Abbiamo scoperto che tutte le mele riducevano tra il 2 e il 4% il colesterolo totale, mentre la melannurca arrivava all’8%, 12% invece per il solo LDL, il colesterolo “cattivo”. Allo stesso tempo aumentava del 15% quello buono, l’HDL, ben più delle altre mele. Pensiamo ora a qualcuno che abbia bisogno di una riduzione ancora maggiore, non posso certo dirgli “mangia quattro mele al giorno”! Anche perché ridurrei sì il valore del colesterolo, ma aumenterei glicemia e trigliceridi. Così è nato il nutraceutico.

Abbiamo estratto dalla melannurca il fitocomplesso, quindi i metaboliti secondari e non la cellulosa o gli zuccheri, abbiamo identificato le componenti, i meccanismi d’azione e trovato la forma farmaceutica che permettesse l’assorbimento ottimale nell’intestino: una capsula, in cui abbiamo inserito la quantità di fitocomplesso di tre mele. Se mangiandone due al giorno si riduce il colesterolo dell’8%, con la capsula si arriva al 25% per quello totale, 38% per LDL e 45% per l’HDL. Numeri che abbiamo ricavato da un secondo studio condotto su altri 250 partecipanti, che senza variare la propria dieta assumevano una capsula a mezzogiorno e una alla sera: i benefici di sei mele ogni giorno. Così il nutraceutico aiuta ad allontanare il rischio di patologie cardiovascolari: se correggerò il mio stile di vita una volta che i valori sono tornati nella norma, verosimilmente non li vedrò più salire in quel modo.

Ma per chi volesse vendere un nutraceutico, come per gli integratori, non è ancora obbligatorio dimostrare alcunché riguardo all’efficacia. Mentre un farmaco deve affrontare un iter molto complesso.

Purtroppo è così, normativamente parlando sono ancora la stessa cosa e non si è tenuti a dimostrare nulla. Basta mescolare in determinate quantità qualcosa che non sia tossico – in generale sostanze inserite nella pratica di utilizzo da molto tempo e che fossero già in uso nel 1997 – e sottoporlo alle autorità. Se dopo 60 giorni la proposta non è stata rifiutata posso vendere quello che voglio. Al contrario con un farmaco l’iter è lungo: bisogna dimostrare che funziona, che non è tossico a breve o lungo termine, fare studi clinici e ottenere autorizzazione e approvazione dell’agenzia del farmaco, nel nostro caso l’AIFA.

Con i nostri studi cerchiamo di dare scientificità anche al settore dei nutraceutici. Possiamo dire che sono “farmaci per le persone sane”, mentre i medicinali sono farmaci per le persone malate. Per spiegarmi meglio: pensiamo alle persone sovrappeso, con ipertensione, ipertrigliceridemia o iperglicemia. Se i livelli di glicemia ad esempio sono alti ma non altissimi, non ci sono sintomi. E noi abbiamo ancora quest’idea che finché non c’è sintomo non c’è malattia, ed è di queste persone che parlo quando dico “sane”. Ma è rischioso: quando il sintomo arriva il motivo è che si è già verificato un danno d’organo, provocato dal colesterolo o dal glucosio. Se invece riusciamo a far passare questo concetto, legato alla prevenzione, è possibile scegliere i nutraceutici – ma anche gli alimenti in generale – in modo opportuno e a seconda del tasso metabolico del singolo. Se ho il colesterolo a 220 posso scegliere di mangiare due mele al giorno e riportarlo a 200, ma se è a 240 posso preferire il nutraceutico o l’integratore. In questo caso, quando l’attività è focalizzata sulle patologie dismetaboliche, ha un senso. Se invece ci imbattiamo nella pubblicità di un integratore che “non fa venire il cancro” allora possiamo spendere quanto vogliamo ma non avremo mai la dimostrazione scientifica.

Al momento stiamo lavorando affinché il Ministero riconosca le differenze di cui abbiamo appena parlato, in modo che prima di mettere in commercio un nutraceutico si debba condurre uno studio su almeno qualche centinaio di persone. Così avremmo una normativa adeguata, che consenta sì di scrivere “abbassa i livelli di colesterolo” ma perché l’ho dimostrato. E il consumatore sarebbe più tutelato, oltre a sapere cosa sta acquistando.

Nel corso degli anni è cambiata la percezione della nutraceutica, in ambito farmaceutico?

Sì, si inizia a comprenderne il valore e soprattutto a capire che serve una normativa, in modo da differenziare il settore da quello delle erboristerie e dei negozi che vendono preparati di questo genere. Le possibilità di sviluppo riguardano soprattutto l’ambito della medicina preventiva.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Alimentazione e tumori, cosa succede al pancreas?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano (679 Articles)
Giornalista pubblicista, traduttrice, science writer. Collaboro con varie realtà tra le quali National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99 e StartupItalia. Mi occupo principalmente di conservazione e zoologia, con un particolare interesse per etologia e cognizione animale. Su Twitter @Eleonoraseeing

2 Commenti su Compiti, università, esami: quasi quasi mi prendo un integratore

  1. Ottimo articolo, grazie.

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