Salire di rango: le diverse strategie di scimpanzé maschi e femmine

Mentre i primi si sfidano attivamente per salire di rango, le seconde attendono pazientemente il loro turno. La possibilità di ferirsi o mettere in pericolo il loro unico piccolo sarebbe un prezzo troppo alto da pagare.

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Le femmine di scimpanzé non ricorrono agli scontri per salire di rango nella scala sociale, ma aspettano il proprio turno. Crediti immagine: Tambako The Jaguar, Flickr

SCOPERTE – La pazienza è la virtù dei forti, dicono, ma a quanto pare è anche quella delle femmine di scimpanzé: a differenza dei maschi della loro specie, intenti a sfidarsi per risalire la scala sociale, loro aspettano il ricambio generazionale. Attendono che le femmine più aziane muoiano per “conquistarsi” il loro nuovo posto nella gerarchia del gruppo una volta che si è liberato. Lo hanno scoperto i primatologi della Duke University guidati da Steffen Foerster, esperto del comportamento sociale di scimpanzé, babbuini e cercopitechi dal diadema. Lo studio è stato pubblicato su Nature Scientific Reports.

Per gli scimpanzé – in questo caso la sottospecie Pan troglodytes schweinfurthii – lo status sociale è estremamente importante: maschi e femmine con posizioni più elevate hanno un accesso privilegiato al cibo e ai partner sessuali, il che si traduce in più figli e maggiori probabilità di trasmettere i propri geni alla generazione successiva. Ma Foerster e i colleghi sono rimasti affascinati nell’osservare che, fatto l’ingresso nell’età adulta, le femmine smettevano del tutto di sfidarsi tra loro: trascorrevano meno tempo in gruppo prediligendo la solitudine o la sola compagnia dei loro piccoli, tendendo a evitare gli incontri diretti con altre femmine.

“Riuscire a quantificare [le differenze tra maschi e femmine] è stato una sfida perché le femmine non interagiscono così spesso”, spiega in un comunicato Anne Pusey, autrice senior dello studio, che ha dedicato la sua carriera all’indagine di competizione, cooperazione e legami nei mammiferi sociali.

Gli scimpanzé sono una miniera d’oro di informazioni al riguardo: la loro complessa organizzazione sociale ci ha permesso anche di mettere in discussione alcuni assunti “antropocentrici”, come l’idea che preferire la cooperazione alla competizione sia un’attitudine tutta umana. Anche gli scimpanzé, in realtà, optano per la la cooperazione cinque volte più spesso di quanto non ricorrano alla competizione. Il che potrebbe significare che le radici di questa attitudine non siano affatto una nostra prerogativa, ma siano piuttosto condivise con altri primati. Si tratta di un comportamento altruistico per nulla semplice: se sono disponibili più partner, per esempio, uno scimpanzé deve decidere quale eleggere a suo compagno per la cooperazione, o ricordarsi di chi in passato si è già dimostrato una buona scelta. E se lavorare da solo fosse ancora meglio? E se stessi investendo troppe energie? Le domande a cui rispondere, silenziosamente nascoste dietro a questi comportamenti, sono parecchie.

Negli ultimi decenni le riprese video sono state la chiave per studiare da vicino il comportamento e le dinamiche sociali di molti primati senza disturbarli, né doverli abituare alla nostra presenza. Anche in quest’ultimo caso hanno permesso agli scienziati di osservare nei dettagli il gruppo di scimpanzé: i ricercatori hanno scandagliato oltre 40 anni di riprese effettuate nel Gombe National Park, in Tanzania. Proprio in quel parco Pusey aveva visto nascere la sua passione per gli scimpanzé negli anni Settanta del secolo scorso lavorando fianco a fianco con la primatologa e antropologa Jane Goodall, che già da dieci anni osservava la vita sociale e familiare dei suoi beniamini in quella che al tempo si chiamava Gombe Stream Chimpanzee Reserve.

Per segnalare dominanza o aggressione gli scimpanzé si inseguono, si attaccano e hanno un segnale specifico per indicare ai superiori la propria sottomissione. Il gruppo di ricerca di Pusey ha valutato tutte queste interazioni con un sistema specifico, che ha permesso di stabilire la gerarchia di maschi e femmine e monitorare come cambiava nel tempo. Così hanno avuto conferma del fatto che i maschi tendono a raggiungere l’apice della scala sociale a poco più di vent’anni, per poi scendere nuovamente di grado, mentre le femmine risalgono lentamente e mantengono una posizione molto più stabile. Se i primi entrano nell’età adulta ai livelli più bassi della scala sociale, per le seconde questo ingresso può variare di molto. “E sembra essere un momento cruciale per loro, perché dopo l’ingresso nella gerarchia, a circa 12 anni d’età, non possono cambiare granché per quanto riguarda la loro posizione a meno che non succeda qualcosa ai livelli più alti e muoia qualcuno”.

Per le femmine di alto rango, la posizione significa anche una maggior sopravvivenza dei piccoli, e dunque un ulteriore vantaggio. Il che contribuisce a spiegare la “pazienza” nel guadagnarsi una posizione più vantaggiosa. “Se un maschio ha una posizione elevata, anche per poco tempo, se riesce a fecondare molte femmine avrà un elevato successo riproduttivo”, spiega Pusey. “Al contrario una femmina può allevare un solo piccolo alla volta, e il suo successo riproduttivo è strettamente legato alla durata della sua vita”, dunque deve adottare una strategia più lungimirante, sul lungo termine, evitando di buttarsi a capofitto nei rischi di una sfida. Potrebbe ferirsi o potrebbe mettere in pericolo la vita del suo piccolo. “Scoprire che le femmine non combattono per il rango ci chiarisce quanto sono costose per loro queste sfide”, conclude Pusey.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Le signore della primatologia

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.

Informazioni su Eleonora Degano (667 Articles)
Giornalista pubblicista, traduttrice, science writer. Collaboro con varie realtà tra le quali National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99 e StartupItalia. Mi occupo principalmente di conservazione e zoologia, con un particolare interesse per etologia e cognizione animale. Su Twitter @Eleonoraseeing

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