Il tarsio, l’ultimo dei cugini

Lo studio del genoma dei tarsi, piccoli primati asiatici, rivela che questi animali appartengono allo stesso ramo evolutivo delle scimmie antropomorfe e degli esseri umani

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Il tarsio è un piccolo primate asiatico che appartiene allo stesso ramo evolutivo degli esseri umani e delle grandi scimmie. Crediti immagine: yeowatzup, Flickr

SCOPERTE – Nell’intrico delle foreste del Sud-Est asiatico – in un areale ormai molto ridotto rispetto a quello originario – vive un mammifero di piccola taglia che ha un aspetto inconfondibile per i suoi occhi enormi rispetto al corpo e le sue dita lunghe e affusolate. Entrambi gli adattamenti sono perfetti per una vita arboricola notturna, che gli consente di nascondersi dai predatori e vedere nell’oscurità i pericoli e le sue prede. È di lui che si parla: il tarsio, sfuggente e poco studiato primate asiatico. A guardare il suo aspetto, che lo fa sembrare un po’ un improbabile incrocio tra una scimmia e un roditore, viene difficile immaginare una stretta parentela con i primati superiori. E in effetti per le sue caratteristiche primitive è sempre stato avvicinato ai lemuri, al punto da essere stato incluso insieme a loro nel sottordine delle proscimmie, un gruppo oggi considerato obsoleto, perché parafiletico, ossia composto da membri che non condividono un antenato comune. Oggi possiamo affermare, al contrario, che tutti i membri del genere Tarsius appartengono allo stesso ramo evolutivo degli esseri umani e delle grandi scimmie. Questo grazie a un recente sequenziamento del DNA del tarsio delle Filippine (Tarsius syrichta), compiuto dal gruppo di ricercatori guidato da Wesley Warren della Scuola di medicina dell’Università di Washington a Saint Louis, e pubblicato su Nature Communications.

La posizione dei tarsi era fonte di grande controversia all’interno dell’ordine dei primati. Alcuni tratti, come si diceva, lo facevano accostare ai lemuri, le scimmie incluse nel sottordine degli strepsirrini. La forma dei denti e delle mascelle sembra accomunarli, ma altri tratti morfologici, quali l’anatomia del naso e degli occhi, fanno più pensare a un’affinità con le scimmie propriamente dette, appartenenti al sottordine degli aplorrini. Gli aplorrini hanno il labbro superiore separato dal naso, e non fuso con esso, come nei lemuri, le scimmie dal “naso umido”. Una caratteristica che permette ai primati superiori di dare sfoggio di una grande varietà di espressioni facciali.

Ebbene, l’analisi dei trasposoni nel genoma del tarsio ha permesso di mettere fine alla questione. I trasposoni sono tratti di DNA che si spostano da una parte all’altra del genoma, sono cioè i responsabili del fenomeno delle trasposizioni. Con il tempo i trasposoni smettono di andare incontro a questi spostamenti, e gli scienziati hanno così una misura per datare le diverse famiglie di trasposoni. Si possono così stabilire le affinità tra gruppi di organismi sulla base di un’analisi comparativa delle famiglie di trasposoni presenti. I trasposoni più recenti dei tarsi hanno una comunanza con quelli degli esseri umani e delle scimmie scoiattolo, i due genomi scelti come riferimento per il gruppo degli aporrini. Solo i trasposoni più vecchi sono in comune con gli strepsirrini. I tarsi devono essere pertanto inclusi nel gruppo degli aplorrini, insieme alla nostra specie. “I trasposoni ci aiutano a capire come le specie si sono diversificate milioni di anni fa”, ha dichiarato in un comunicato Jürgen Schmitz dell’Università di Münster in Germania, uno degli autori coinvolti. “Il genoma del tarsio è un moderno archivio dei cambiamenti evolutivi che hanno portato agli esseri umani”.

L’analisi del genoma non si limita a dare informazioni sulla filogenesi dei tarsi. Gli autori hanno individuato circa 200 geni che rendono i tarsi così speciali per le loro caratteristiche uniche. Questi geni stanno evolvendo più velocemente o più lentamente rispetto a quello che accade negli altri primati. E i ricercatori hanno scoperto che 47 di questi geni nella nostra specie sono implicati nello sviluppo di altrettante malattie, relative soprattutto ad alterazioni della vista e dell’apparato muscolo-scheletrico. “I geni dei tarsi che mostrano alterazioni specifiche possono svelarci indizi sulle malattie umane che riguardano gli stessi geni”, conclude Warren.

Ulteriori studi sul genoma dei tarsi potranno fornire altre preziose informazioni, relative in particolare al loro stato di conservazione. I tarsi vivono in aree poco esplorate e soggette a grosse perdite di habitat per deforestazione. Molte specie potrebbero andare incontro all’estinzione nell’arco di un tempo relativamente breve, se non ci sarà un intervento mirato. I ricercatori sperano di riuscire presto a ottenere il sequenziamento del DNA delle specie più minacciate, per indagare la loro diversità genetica, in modo da poter pianificare le giuste strategie per conservare i tarsi.

Ne varrebbe la pena. Sono minuscoli da stare nel palmo di una mano, con occhi enormi e dita sottilissime, ma sono pur sempre nostri cugini.

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2 Commenti su Il tarsio, l’ultimo dei cugini

  1. Bell’articolo, chiaro, mi sembra non dia niente per scontato, un solo appunto sull’uso dell’aggettivo “affusolato” per le dita dei tarsi, se la memoria non m’inganna esse hanno polpastrelli piuttosto allargati e dita talmente ossute da evidenziare le articolazioni, quindi molto distanti dalla forma di fuso.

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