Batteri in utero: un dogma che crolla. Con possibili conseguenze cliniche

Sembra proprio che varie popolazioni microbiche popolino l'endometrio, la superficie di rivestimento interno dell'utero. E in caso di fecondazione in vitro, il tipo di batteri presenti potrebbe influenzarne l'esito.

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Lactobacillus_acidophilus_SEM.jpg?uselang=it

La composizione di batteri presenti nell’utero potrebbe influenzare il successo della fecondazione in vitro. Crediti immagine: Mogana Das Murtey and Patchamuthu Ramasamy, Wikimedia Commons

GRAVIDANZA E DINTORNI – L’interno dell’utero non è sterile: ci sono batteri anche lì. E in chi si sottopone a fecondazione in vitro questi batteri potrebbero avere molto a che fare con il successo o l’insuccesso della tecnica. A dirlo sono i risultati di un piccolo studio – preliminare ma significativo – pubblicato sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology da un gruppo di ricercatori spagnoli, afferenti per lo più a vari centri privati di PMA (procreazione medicalmente assistita).

Lo studio è prima di tutto una picconata in più a un dogma classico della medicina della riproduzione, quello secondo il quale in utero non crescono batteri (a meno ovviamente di situazioni infettive e dunque di malattia). In effetti, negli ultimi due o tre anni abbiamo scoperto che organi e tessuti fino a poco fa ritenuti completamente sterili non lo sono affatto: vale per la placenta, per esempio, ma anche per le vie urinarie inferiori e, sempre nella donna, per il tratto superiore dell’apparato riproduttivo. Anche l’utero è entrato nella partita, con alcuni studi che, una ventina d’anni fa, hanno trovato i primi segni di vita batterica al suo interno. Segni di vita che ora Immaculada Moreno e colleghi decisamente confermano.

I ricercatori hanno analizzato il fluido endometriale (cioè quello raccolto nella cavità uterina, rivestita appunto da un tessuto chiamato endometrio) di 35 donne fertili in un paio di momenti del ciclo mestruale, andando alla ricerca di microrganismi con tecniche avanzate di sequenziamento che permettono di individuare anche specie non coltivabili in provetta. Risultato: i batteri ci sono, eccome. E formano un microbiota che può essere di due tipi differenti: a prevalenza di lattobacilli, se più del 90% delle specie presenti appartiene al genere Lactobacillus, e non a prevalenza di lattobacilli, se questi ultimi sono meno del 90% del totale. Il momento del ciclo – e dunque le variazioni ormonali correlate – non sembra influire sulla composizione delle comunità batteriche, che tendono a rimanere costanti nel tempo.

Non solo: in alcuni casi, i ricercatori hanno analizzato anche il microbiota vaginale delle stesse donne (13 in tutto). Scoprendo che le due comunità batteriche – uterina e vaginale – sono abbastanza simili, ma non equivalenti, perché ci sono batteri che si trovano solo in un ambiente e non nell’altro, e viceversa.

I risultati dello studio, però, non finiscono qui, e suggeriscono che il microbiota endometriale abbia a che fare anche con la possibilità di avere figli, almeno nelle coppie che si sottopongono a PMA. Moreno e collaboratori sono andati a vedere se il tipo di comunità batterica presente in utero abbia o meno qualche effetto sull’esito di una fecondazione in vitro. Anche in questo caso il campione analizzato è stato abbastanza piccolo: fluido endometriale di 35 donne infertili, il cui microbiota è stato analizzato nel ciclo precedente il trasferimento in utero degli embrioni ottenuti in vitro. I risultati però sono decisamente interessanti, perché nelle donne con microbiota non a prevalenza di lattobacilli è maggiore il rischio che gli embrioni non si impiantino e che la gravidanza si interrompa. Dunque, a conti fatti, è minore il tasso di nati vivi dopo la tecnica. Effetti tanto più evidenti per donne che avevano tra i loro batteri uterini percentuali particolarmente elevate dei generi Gardnerella e Streptococcus.

Certo, da qui a concludere che allora tutto dipende dai batteri e che bisogna puntare su questi microrganismi per risolvere almeno certo problemi di infertilità ce ne corre. Lo studio pone più domande di quante siano quelle alle quali risponde, come ricorda la ginecologa ed endocrinologa Linda Giudice in un editoriale di commento all’articolo. Per esempio: in che modo alterazioni del microbiota potrebbero influenzare la capacità di impianto di un embrione? Forse le comunità con meno lattobacilli potrebbero innescare una reazione infiammatoria a livello dell’endometrio in grado di scoraggiare l’attecchimento dell’embrione. Oppure potrebbe esserci una causa a monte, responsabile sia della proliferazione di un certo tipo di batteri, sia delle difficoltà di impianto. E se effettivamente l’effetto negativo delle comunità con pochi lattobacilli venisse confermato, si potrebbe pensare a terapie specifiche per trasformarle in comunità con tanti lattobacilli? E ancora: che ruolo ha, se ce l’ha, il microbiota uterino nel mantenimento di una gravidanza in donne fertili? Quello che è sicuro è che c’è tutto un nuovo mondo sul quale vale decisamente la pena fare un po’ di luce.

Leggi anche: Quei batteri laggiù…

Informazioni su Valentina Murelli ()
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

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