Troppo caldo per le piante alpine

Il 45% della flora alpina è a rischio di estinzione entro il 2100 a causa dell’innalzamento della temperatura terrestre

Solo una rapida stabilizzazione delle temperature, in seguito a un calo dell’effetto serra dovuto alle attività umane, potrebbe tutelare le piante di montagna a rischio di estinzione. Crediti immagine: Wikimedia Commons

SPECIALE FEBBRAIO – Non esiste un inventario completo della biodiversità che si trova nelle zone montuose, ma qualche numero lo possiamo dare ugualmente. Circa il 12% della superficie terrestre è costituita da montagne e la cintura alpina, da sola, ne copre il 3%. Si stima che, nonostante l’estensione limitata, le zone montuose ospitino circa un quarto della varietà vivente e la metà degli hotspots di biodiversità mondiali (dati FAO). Le sole Alpi europee ospitano circa 4500 specie vegetali, di cui circa 500 endemiche, guadagnandosi il primato di regione più ricca di flora dell’Europa centrale. Questa ricchezza non è immune dagli effetti del cambiamento climatico, il nemico numero uno di questo habitat così eterogeneamente popolato. Secondo le stime più recenti, infatti, circa il 45% della flora alpina sarebbe a rischio di estinzione entro il 2100 proprio a causa dell’innalzamento della temperatura terrestre.

Perché tanta biodiversità?

I motivi alla base della ricchezza di flora presente nelle aree montuose sono molteplici. Zone climatiche diverse che ad altitudini più basse si estendono per migliaia di chilometri possono essere compresse in distanze di gran lunga minori lungo i pendii montuosi. L’esposizione e l’inclinazione degli avvallamenti e dei crinali montuosi creano una moltitudine di microclimi, ognuno caratterizzato da particolari disponibilità di acqua e nutrienti che diversificano gli habitat. Le montagne vengono spesso paragonate ad “arcipelaghi” circondati da mari di pianure per evidenziare l’isolamento di alcune regioni montuose, isolamento dal quale, nel corso dei secoli, la biodiversità ha tratto vantaggio. Anche la distanza dalle principali attività antropiche ha giocato un ruolo fondamentale ma tutto ciò sembra non essere più abbastanza.

Gli effetti dei cambiamenti climatici, infatti, si fanno sentire anche ad alte quote, modificando quei microhabitat rimasti inalterati per secoli. Se le previsioni degli scienziati si riveleranno corrette e la temperatura del nostro Pianeta si alzerà di 3°C nei prossimi 100 anni, per la flora alpina sarà tempo di migrare. Per ritrovare le condizioni climatiche attuali, infatti, molte specie vegetali dovranno “spostarsi” di 600 metri verso l’alto (migrazione in corso già dal secolo scorso e monitorata da questo studio pubblicato su Science), una distanza non percorribile da molte piante alpine semplicemente perché troppo lente. Per alcune specie erbose, ad esempio, sono necessari addirittura 100 anni per spostarsi di soli 4 metri. Cosa aspettarsi quindi?

Concorrenza in quota

A raccontarlo sono i risultati delle ricerche del network GLORIA (the Global Observation Research Initiative in Alpine Environments), nato nel 2001 con l’obiettivo di monitorare gli effetti dei cambiamenti climatici soprattutto in quelle specie vegetali che vivono al di sopra della linea degli alberi, grazie a “censimenti” quinquennali o decennali in 80 siti montuosi distribuiti in diversi continenti. Le prime analisi compiute dai ricercatori del GLORIA  mostrano come ad alte quote si stia verificando, molto più velocemente di quanto previsto, il fenomeno della termofilizzazione. In altre parole, specie vegetali che vivono ad alte quote stanno cedendo il posto a specie che tipicamente vivono a quote inferiori.

Si tratta soprattutto di arbusti nani, come il mirtillo (Voccinium myrtillus) o di piante come il pino cembro (Pinus sembra), il rododendro rosso (Rododendro ferrugine) o la tussillagine alpina (Homogyne alpina) che stanno man mano migrando verso altitudini sempre maggiori, aumentando di fatto la pressione concorrenziale sulle specie più rare che vivono a temperature più basse. Si tratta di una delle tante conseguenze che il cambiamento climatico sta avendo sugli ecosistemi alpini e che sta mettendo a rischio le piante nivali, come il ranuncolo dei ghiacciai o l’androsace alpina, la festuca di Haller (Festuco halleri), la pedicolare di Kerner (Pediculqris kerneri) e la silene acaule (Silene acaulis).

L’androsace alpina è una delle piante a rischio a causa dei cambiamenti climatici. Crediti immagine: Wikimedia Commons

Una ricchezza vegetale da preservare

La biodiversità che trova dimora negli ambienti montani ha importanti effetti diretti, spesso sottovalutati, sulle attività umane. Circa il 22% della popolazione mondiale vive nelle regioni alpine e nelle zone circostanti e circa il 50% del genere umano beneficia di “prodotti” di montagna, come il legno o l’energia prodotta dalle cascate d’acqua. L’equilibrio degli ecosistemi montani, ad esempio, è fondamentale per garantire un appropriato approvvigionamento di acqua e un’erosione bilanciata dei  pendii.

Le montagne rappresentano, inoltre, uno scrigno prezioso di diversità genetica utilizzato sia in agricoltura che in medicina. Molte specie vegetali che costituiscono parte integrante della nostra dieta, come patate, fagioli, mele, riso e avena vengono coltivate anche in nicchie poste ad altitudini elevate, andando ad arricchire le varietà vegetali disponibili per la nostra alimentazione. La flora di montagna, infine, costituisce una preziosa fonte di principi attivi usati in medicina. Ne sono un esempio le 1748 specie vegetali prevenienti dall’Himalaya usate in farmacologia. Capire come e con che velocità questa preziosa biodiversità sta cambiando diventa di fondamentale importanza  per poter elaborare strategie utili per preservarla. Si tratta, tuttavia, di un campo di analisi ancora poco esplorato, in quanto il turn-over della flora alpina è molto lento e mancano ancora studi specifici a lungo termine.

Per far fronte a queste carenze anche in Europa, sulla spinta di quanto fatto negli Stati Uniti negli anni ’80, è stato istituito il Network di ricerca ecologica a lungo termine (LTER), una rete di monitoraggio pluridecennale di oltre 400 nicchie ecologiche sparse per il nostro continente, tra le quali anche molti siti di interesse nelle Alpi italiane e austriache e in Sierra Nevada, in Spagna.

Specie poco conservabili

In attesa dei dati a lungo termine, gli studi preliminari ci raccontano di una biodiversità montana a rischio. Quali le strategie per preservarla? Poco possono fare, secondo gli scienziati, le banche dei semi o gli orti alpini artificiali. Le piante nivali, infatti, sono difficilmente coltivabili e i loro semi tendono a predere velocemente la capacità di germinare. Particolarmente criticata dalla comunità scientifica è anche la cosiddetta “assisted migration“, cioè la migrazione “controllata” di specie viventi verso zone più fredde per contrastare gli effetti del cambiamento climatico. Sembra esserci consenso, invece, sull’idea che solo una rapida stabilizzazione delle temperature, in seguito a un calo dell’effetto serra dovuto alle attività umane, potrebbe rappresentare una reale tutela per tutte quelle piante di montagna che rischiano l’estinzione prima che sia troppo tardi.

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