Coscienza di reato: le neuroscienze al banco dei testimoni

Se attraversiamo un confine con una borsa piena di droga, il nostro cervello può rivelare che siamo consapevoli del reato?

Studiano l’attivazione del cervello, è possibile distinguere i casi in cui siamo consapevoli di  commettere un reato da quelli in cui non lo siamo. Crediti immagine: Molivolo, Wikimedia Commons

SCOPERTE – Fin dai tempi dell’antica Grecia filosofi e pensatori si scontrano sul tema della coscienza (intesa come consapevolezza di sé e delle proprie azioni) cercando il modo per dimostrane l’esistenza e dibattendo sulla sua importanza nella nostra vita. Un dibattito che, lungi dall’essere una pura disquisizione, spesso travalica le aule accademiche per approdare in quelle di giustizia. Spesso infatti  una tematica particolarmente dibattuta durante un procedimento penale è appunto la coscienza, nel presunto criminale, di aver commesso l’atto criminoso stesso.  L’articolo 42 del codice penale stabilisce infatti che «Nessuno può essere punito per una azione od omissione prevista dalla legge come reato, se non l’ha commessa con coscienza e volontà”.

Un aiuto arriva ora dal mondo delle ricerca scientifica, in modo particolare dalle neuroscienze computazionali: un gruppo di ricerca statunitense del Virginia Tech Carilion Research Institute ha identificato variazioni nell’attivazione cerebrale che potrebbero discriminare i casi di colpevolezza cosciente rispetto a quelli in cui il presunto criminale era incosciente di compiere il reato. Non è cosa di poco conto, non solo per una mera questione filosofica, perché grazie a questa discriminante gli anni di pena commissionati possono variare in modo notevole. E questo non riguarda solo – come è facile immaginare – la vita del colpevole e dei suoi familiari, ma l’intera società (si pensi ai costi, diretti ed indiretti, ricollegabili alla carcerazione di un individuo per un lungo periodo).

La ricerca del gruppo guidato da Read Montague, pubblicata sulla rivista PNAS, ha analizzato attraverso tecniche di neuroimaging le risposte cerebrali di 40 persone divise in due gruppi: il primo era consapevole di compiere un atto criminale (attraversare una frontiera con una valigetta contenente droga), l’altro agiva senza sapere se stesse compiendo o meno il reato (non conosceva, cioè, il contenuto della valigetta, pur sapendo che avrebbe potuto contenere sostanze stupefacenti).

I ricercatori hanno dimostrato che gli stati di coscienza e incoscienza di un reato sono associabili con elevata precisione a stati mentali ben definiti, che si possono a loro volta associare ai dati di imaging cerebrale.  Bando quindi ad avvocati e giudici, e processi affidati a uno scanner di risonanza magnetica? Assolutamente no, anche perché i dati sono stati raccolti mentre i volontari facevano una scelta, e non in seguito, come normalmente accade con i sospettati di un reato. “Sarebbe poi interessante testare questa metodologia di ‘classificazione’ su un campione molto più ampio”, spiega Montague, “e capire se esistono fattori (patologie neurologiche, assunzione di alcool, farmaci o sostanze stupefacenti) in grado di modificare le attivazioni osservate”.

Su questo punto ricercatori e avvocati, che solitamente parlano lingue diverse, sembrano essere d’accordo: al momento, le neuroscienze sono ben lontane dal reggere le redini di una procedura penale, e il loro utilizzo nella pratica quotidiana si traduce in perizie e valutazioni psichiatriche, lasciando fuori dall’aula di tribunale valutazioni di tipo neurofisiologico e, potremmo dire, quantitativo.

Sicuramente, però, lo studio di Montague e colleghi è un ulteriore, importante passo sul percorso di una branca delle neuroscienze per certi versi rivoluzionaria: la cosiddetta neuro-legge.

Si ringrazia l’Avvocato penalista Simona Garavaglia per la consulenza fornita nella stesura dell’articolo.

Leggi anche: La scienza della coscienza, da Francis Crick ai TED Talk

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Marcello Turconi (9 Articles)
Neuroscienziato votato alla divulgazione, strizzo l'occhio alla narrazione digitale di scienza e medicina.

2 Commenti su Coscienza di reato: le neuroscienze al banco dei testimoni

  1. Carlo Pezzoli // 21 marzo 2017 alle 13:57 // Rispondi

    Fior di giuristi sostengono che le sentenze dei giudici devono tener conto della situazione economica, politica e sociale del momento, vale a dire che la stessa giustizia è un concetto molto relativo. A tutto ciò va aggiunta la condizione non solo di chi commette il crimine, ma anche di chi lo subisce, che complica ulteriormente il problema.
    Il problema vero è se si devono tenere in maggior conto i diritti dell’individuo o quelli della società in cui vive. Un reato commesso in stato di ubriachezza era ritenuto un’attenuante. Oggi viene considerato un’aggravante. Se ne dovrebbe dedurre che la stessa ubriachezza da sola dovrebbe essere punita, perché potenzialmente pericolosa.
    Se uno non ha coscienza dei reati che commette, a maggior ragione dovrebbe essere tenuto in segregazione, perché a differenza di chi ne è cosciente non è in grado di ravvedersi.
    Se per assurdo si potesse dimostrare la colpevolezza con un algoritmo matematico, saremmo i primi a rifiutarlo, perché nessuno ne uscirebbe pulito. Lasciamo quindi a giudici ed avvocati il compito di sbrigare la faccenda, che da quando esiste l’umanità è sottoposta aduna sola legge, quella goliardica del Menga….

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